Charles Williams.
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L'INFERNO NON HA FRETTA.
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Titolo originale: Hell Hath No Fury. 1953.
Traduzione di: Goran Ternich.
2005. Hobby & Work Publishing, MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano 
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Lander, una cittadina di poche anime nel Texas. Harry Madox, in fuga da un passato balordo,  capitato li quasi per caso, e vende auto usate a provvigione. Assiste per caso a un piccolo incendio che gli fa venire in mente uno stratagemma per derubare la banca locale. L'amore subentra per a complicare i suoi piani sotto forma della ragazza che lavora nell'amministrazione della concessionaria, la virginale Gloria Harper. E, forse stordito dal clima torrido della zona o da una sbronza colossale, finisce per lasciarsi coinvolgere anche in una torbida storia di sesso dalla sensuale moglie del suo principale, la procace Dolores Harshaw.
Il furto alla banca per lo far precipitare in una serie di ricatti concentrici. Attorno a Madox c' un mondo pi feroce di lui, o semplicemente pi scaltro. Per un destino beffardo, vedr scorrere, a fianco di un inesorabile precipizio che lo risucchia senza speranza, una vita migliore che avrebbe potuto essere. Per lui invece c' in serbo un inferno muto, lento e inesorabile, in cui non potr gridare neppure la sua sofferenza.
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L'AUTORE.
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Charles Williams (San Angelo, 13 agosto 1909  Los Angeles, 5 aprile 1975)  stato uno scrittore statunitense di importanti romanzi giallo-polizieschi come Calma piatta, Finalmente domenica!, L'inferno non ha fretta. Dodici dei suoi romanzi sono stati adattati al cinema. Secondo il critico Ed Gorman, Charles Williams non  ancora annoverato tra i maestri del noir del passato al pari di Jim Thompson e di David Goodis solo a causa dell'estrema discrezione della sua scrittura, priva di effetti speciali e sentimenti titanici. Ma  venuto il momento di restituirgli la sua giusta collocazione.
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Nacque a San Angelo, nel Texas, nel 1909, ed  mor suicida nel 1975 a bordo della barca su cui viveva.
Iscritto alla Brownsville High School, lasci la scuola dopo quello che pu essere considerato l'equivalente del nostro secondo anno di liceo. Dal 1929 al 1939 pass una decina d'anni in giro per il mondo come operatore radio na bordo di navi mercantili. Visse un anno a Lima, in Per, e si ferm qualche tempo anche a Genova, mentre era radiotelegrafista. Si spos nel 1939 con Lasca Foster. Dal 1939 al 1950 fece l'ispettore nell'ambito delle trasmissioni per diverse radio commerciali nel Texas, poi a Washington e a San Francisco.
Nel 1951 pubblic il suo primo romanzo, Hill Girl. Il suo agente Don Congdon, ha ricordato come avvenne: In quel periodo, intendo dire alla fine degli anni Quaranta, lavoravo come editor a Simon & Schuster. Il primo romanzo di Charles aveva una scrittura straordinariamente buona per un nuovo autore ma l'intreccio sembr a tutti in casa editrice troppo commerciale per un rilegato, cos il dattiloscritto fu rimandato indietro. Tempo dopo lasciai Simon & Schuster ed entrai alla Harold Matson Company come agente. Scrissi ad alcuni scrittori di cui avevo esaminato le opere a Simon & Schuster per verificare se gli andava di affidarmi il loro lavoro. Charles mi rimand lo stesso romanzo. Lo proposi a qualche editore di rilegati ma me lo rimandarono indietro.
Charles sugger di buttarlo via. Io invece misi il dattiloscritto sulla scrivania e pi o meno un anno dopo, quando la Fawcett inaugur la sua collana di tascabili originali chiamandola Gold Medal, mi ricordai del romanzo di Charles e glielo mandai. Lo acquistarono subito.
Ebbi qualche difficolt a rintracciare Charles per dargli la buona notizia, ma alla fine ce la feci. Il romanzo si intitolava Hill Girl, e fin per vendere due milioni e mezzo di copie. Williams divent in breve uno degli autori pi rappresentativi della collana punto di riferimento della narrativa poliziesca degli anni Cinquanta, ovvero dei pocket della Gold Metal.
Questo malgrado la sua scrittura fosse a volte sommessa e introspettiva. I romanzi della Gold Medal avevano infatti tinte forti, erano scritti con un linguaggio ruvido, e il rapporto uomo/donna veniva sempre rappresentato nei suoi risvolti pi torbidi, in cui sesso, denaro e morte erano variabili inevitabili. Tutte caratteristiche ben riassunte dalle copertine, spesso pi esplicite e aggressive del contenuto.
Williams era sinceramente modesto e sottostimava il proprio lavoro, pubblicare in quella collana era, in parte, un modo di nascondersi. Scrisse comunque
alcuni dei romanzi seminali del periodo, come per esempio Man on the Run (1958) che conteneva: un uomo accusato per errore che cerca di sfuggire alla polizia; una donna sola, disperata per suo conto quanto lo  l'uomo in fuga; abbastanza effetti atmosferici (la pioggia, la nebbia, la notte...) da tappezzarci un centinaio di film noir. E nella sua semplicit, struggente e dolorosa, rimane uno dei migliori thriller della sua epoca.
Alla fine degli anni Cinquanta le vendite dei tascabili originali crollarono. Si mantennero a un certo livello quelle dei romanzi che si proponevano con un detective o un personaggio ricorrente come protagonista, il lettore rimaneva legato ai personaggi che riconosceva. Ma Williams rifiut la prospettiva dichiarando che lo annoiava scrivere sempre dello stesso personaggio.
Ottenne invece particolare attenzione dal cinema. Nel 1960 Hubert Cornfield gir The Third Voice da All the Way (1958). Nel 1966, dopo aver terminato le riprese di Stona Immortale, uscito nel 1968, Orson Welles lesse Dead Cairn (1963), ne acquist i diritti cinematografici e, dopo aver scritto la sceneggiatura, inizi a girare il film sulla costa dalmata e a Hvar, sempre nell'ex-Jugoslavia, con il titolo di lavorazione di The Deep. Nel cast figuravano lui stesso, Jeanne Moreau e Laurence Harvey. Continu a girarne scene per tre estati successive, dal 1967 al 1969, ma il film, per ragioni mai chiarite, rimase incompiuto. E Welles, come molti dei suoi progetti, fin per abbandonarlo. Venti anni dopo fu il regista Phillip Noyce a girare un film da quel romanzo (noto in Italia come Ore 10: calma piatta, 1989), con protagonisti Sam Neill e Nicole Kidman.
Quando sua moglie mor di cancro, all'inizio degli anni Settanta, Williams comper della terra ai confini tra la California e l'Oregon e and ad abitarci su una roulotte. Ma il clima non faceva che approfondire lo stato depressivo in cui era precipitato. Pens allora che gli sarebbe piaciuto vivere nei pressi di un fiume per andare a pesca. Vendette la propriet e se ne torn a Los Angeles. l lavor a qualche sceneggiatura cinematografica insieme a Nona Tyson, storica collaboratrice di Steven Spielberg, e la cosa sembr rinfrancarlo un poco, visto che riusc a terminare il suo ultimo romanzo, Man on a Leash (1974).
Una di quelle sceneggiature era l'adattamento di Hell Ha eh No Fury, ovvero questo L'inferno non ha fretta, e sarebbe stata girata solo nel 1990 da Dennis
Hopper con il titolo di Hot Spot. Protagonista Don Johnson, vanta tra gli interpreti anche Virginia Madsen, Charles Martin Smith e Jennifer Connelly. Per la colonna sonora, maestri del blues e del jazz come John Lee Hooker, Miles Davis e Taj Mahal. E ad anni di distanza dal momento in cui ci aveva messo mano, Williams risulta accreditato nei titoli di testa. Commercialmente, la pellicola si rivel un fallimento.
Nell'anno della morte di Williams, il 1975, ci fu anche una modesta pellicola di Robert Arkless, The Man Who Would Not Die, tratta da The Sailcloth Shroud (1960).
Ma ben diverso  stato il rapporto dei romanzi di Williams con ilcinema francese, che si innamor delle sue storie trasponendole sul grande schermo con alterna fortuna. Marcel Ophuls, figlio del pi noto Max, trasse nel 1963 il suo Peau de Banane da Nothing in Her Way (1953); nel 1964 Claude Sautet, per L'Arme  gauche, adatt Aground (1960) e, lo stesso anno, Jean Valere per Le Gros Coup prese The Big Bite (1956); Grard Pires per Fantasia chez les ploucs del 1971, con Lino Ventura e Nanni Loy, utilizz liberamente The Diamond Bikini (1956).
Ma di certo il film pi fortunato tratto da Williams rimane Vivement dimanche! (noto da noi come Finalmente domenica), girato nel 1983 da Franois Truffaut, con protagonisti Fanny Ardant e Jean-Louis Trintignant.
Prima di suicidarsi, nel 1975, sulla barca su cui viveva, Charles Williams scrisse in totale 23 romanzi. Qualche giorno dopo la morte il suo agente, con cui aveva ormai un rapporto di fraterna amicizia, ricevette una lettera in cui Williams annunciava il suicidio, precisando che per quando Congdon l'avrebbe ricevuta, lui sarebbe stato gi morto.
Ed Gorman sostiene che Williams  stato tra i migliori scrittori di noir del suo tempo, anche se non ha ottenuto la stessa attenzione e rivalutazione di autori a lui affini come David Goodis e Jim Thompson. La causa, secondo il critico e scrittore statunitense, sarebbe nello stile malinconico e pieno di garbo delle pagine di Williams, lontano da certa scrittura a effetto dei suoi colleghi. Fu comunque un narratore di grande talento che diede il meglio di s quando ambientava le sue storie in mare o nella pi profonda provincia americana.
La maggior parte dei suoi romanzi racconta storie ambientate lontano dalla citt: sul mare, appunto, come Dead Cairn o Scorpion Reef, ma anche su corsi d'acqua e laghi, in campagna, in paesi di provincia o in mezzo al deserto... ovvero in tutti i luoghi in cui i rapporti tra i personaggi e l'ambiente appaiono pi nitidi e inevitabili, fino alle loro estreme conseguenze.
Appartiene a quella schiera di narratori, cresciuti durante la Grande Depressione, diffidenti verso i poteri statali e che consideravano le condizioni sociali un presupposto diretto del diffondersi delle attivit criminali. Narratore raffinatissimo, ha mantenuto nella sua carriera due registri narrativi: quello tipico del noir (un po' romantico un po' tragico), e quello della commedia brillante (come nell'esempio tanto amato da Truffaut di The Long Saturday Night).
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L'INFERNO NON HA FRETTA.
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Non c' collera in cielo pi forte dell'amore mutato in odio, n furia all'inferno che assomigli a una donna offesa.
William Congreve. The Mourning Bride.
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Personaggi principali.
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Harry Madox: venditore di auto usate.
Gloria Harper: impiegata dell'ufficio prestiti.
George Harshaw: proprietario della concessionaria di auto e dell'ufficio prestiti.
Dolores Harshaw: sua moglie.
Sutton: guardiano di un pozzo di petrolio.
Zio Mort: ambulante negro e cieco.
Gulick: venditore anziano della concessionaria.
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CAPITOLO 1.
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La prima mattina che mi presentai alla concessionaria, il
principale mi chiam nel suo ufficio e mi disse di andare non so
dove, fuori citt, a prendere indietro un'automobile.
Sono stufo di perdere il mio tempo con quella canaglia, disse. Se si mette a discutere, non gli dia retta. Si faccia restituire
la macchina, e basta. La signorina Harper verr con lei,
cos riporter l'auto con cui andrete.
Ero stato assunto come venditore a provvigione e non ci
guadagnavo un soldo a recuperare macchine dai clienti morosi.
Stavo per dirgli di affidare a qualcun altro le sue commissioni,
quando vidi entrare la ragazza e cambiai idea.
Il principale fece le presentazioni. La signorina Harper borbott continuando a frugare tra le carte ammucchiate sulla
sua scrivania. Madox  il nuovo venditore.
Piacere, dissi. Era attraente. Indossava un vestitino di
cotone e aveva le braccia tornite e appena abbronzate. Non so
perch, ma mi suggeriva l'immagine di una rosa gialla dallo stelo
molto lungo. Mi fece un cenno col capo, sorridendo, ma quando
il principale le disse di accompagnarmi a riprendere la macchina
del signor Sutton, capii che l'incarico non le andava a genio.
Non potremmo aspettare ancora un po'? domand
esitando. Credo che riuscir a riscuotere quegli arretrati. Ci
sono gi riuscita altre volte. Non sarebbe meglio se andassi a
parlare col signor Sutton da sola?
Il principale fece un gesto sbrigativo col sigaro. Gloria, lasci
perdere. Non possiamo dargli la caccia tutti i mesi per avere il
nostro denaro. Riportatemi la macchina, e basta.
Prendemmo dall'esposizione una Chevrolet del '50 e
partimmo. Guidavo io. Dovrebbe indicarmi la direzione, dissi alla signorina Harper.
Bisogna attraversare il paese e poi prendere verso sud, sull'autostrada.
Il quartiere commerciale si riduceva a una sola strada lunga
pi o meno tre isolati. Pi avanti c'era una filanda di cotone e
poi una stazione ferroviaria con i binari che brillavano al sole.
Erano appena le nove, ma la mattinata si annunciava luminosa
e tranquilla. Nell'aria si sentiva odore di pino e di asfalto bollente.
La signorina Harper era silenziosa. Mi voltai a controllare e
la scoprii rannicchiata in un angolo del sedile. Guardava la
strada in silenzio, come se fosse sopra pensiero, mentre la
brezza sollevata dall'automobile le agitava leggermente i capelli.
Era impossibile trovare le parole per descrivere i suoi capelli,
forse perch erano molto folti e senza una linea di divisione.
Avevano il colore della paglia o del miele, con qualche striatura
prodotta dal sole, e le scendevano sulla nuca assumendo quasi
la forma di un casco, mentre sulla fronte formavano una piccola
frangia. Il viso aveva la stessa abbronzatura dorata delle
braccia, e sebbene non potessi vederle gli occhi, ricordavo che,
quando ci avevano presentati, mi avevano fatto l'impressione di
essere viola, uno strano viola che spiccava fra tutte quelle sfumature di biondo.
Sigaretta? domandai.
Ne prese una. Grazie, disse. Il tono era abbastanza
cordiale, ma non tanto da cancellare in me la sensazione che
qualcosa la preoccupasse.
Cos' questa storia dell'auto da riprendere? chiesi. Si direbbe che il principale conceda finanziamenti agli acquirenti delle sue macchine.
Proprio cos. In realt ha cominciato con una societ di
prestiti e pegni, la Southland Loan Company, alla quale ha
aggiunto l'anno scorso una concessionaria di macchine usate.
Ha visto quell'edificio che sta di fronte al parcheggio delle auto
in vendita, dall'altra parte della strada? Quella  la Southland
Loan Company e appartiene al signor Harshaw.
E lei lavora all'ufficio prestiti? Il giorno prima, quando ero stato assunto da Harshaw, non avevo visto la signorina Harper alla concessionaria.
Annu. Sono io che lo dirigo. Ma al principale spetta sempre l'ultima parola, ovviamente.
Capisco.
Dopo un momento di silenzio, mi domand: E lei, signor Madox, da dove viene?
Io? Ah, vengo da New Orleans. Una citt o l'altra era lo stesso.
Imboccammo l'autostrada e la percorremmo per circa
quindici chilometri. Sui due lati della carreggiata si scorgevano
grandi distese di alberi da legname, interrotte solo raramente da
campi. Ricordando ci che avevo visto il giorno prima, quando
avevo fatto la stessa strada per arrivare in paese, pensai che non
dovevamo essere troppo lontani dal grande ponte sul fiume.
Voltammo a destra prima di arrivarci, prendendo una stradina
polverosa che saliva in mezzo a una folta pineta. Al termine
della salita sorgevano due fattorie abbandonate, con i cortili
ricoperti di erbacce e di rovi. L'intonaco era caduto dai muri e
le finestre che guardavano verso la strada erano rimaste senza
vetri. Sul versante occidentale della collina il terreno scendeva.
Arrivammo cos al greto del fiume, tra grosse querce, dove
l'aria era pi fresca. Eravamo in piena estate, e le pozze vicino
alla riva erano quasi tutte asciutte. L'acqua del fiume scorreva
lenta e bassa tra gli arenili. Subito dopo aver superato un ponte
di legno, fermai la macchina, scesi e tornai indietro per osservare
il paesaggio.
Il fiume descriveva una lunga curva e sotto il ponte si allargava
in uno stagno scuro, fresco e profondo, adombrato in parte
da una fitta schiera di alberi che sorgevano sulla riva. Si udiva
soltanto un uccellino che ripeteva i suoi solfeggi sull'altra
sponda del fiume. C'era una pace cos profonda da sembrare
quasi tangibile, come una mano che ti sfiorasse.
Tornai alla macchina. Quando mi sedetti al volante, la signorina
Harper mi lanci uno sguardo interrogativo. Perch si  fermato? domand.
Non so. Volevo dare un'occhiata.
 bello, vero? E c' una gran pace.
S, confermai.
Ci rimettemmo in viaggio, affrontando una strada sabbiosa che si arrampicava su un'altra collina in mezzo ad altri boschi.
Chi  questo Sutton? domandai. Un eremita? L'auto che
ha acquistato dev'essersi scassata prima di raggiungere casa sua.
La ragazza usc dal suo silenzio.  il guardiano di un pozzo.
Guardiano? chiesi. Hanno paura che qualcuno rubi un
buco in terra?
Non  solo un buco.  un pozzo di petrolio, e tutta l'attrezzatura
 rimasta sul posto. Utensili, travi di acciaio e roba del
genere. I lavori cominciarono pi di un anno fa, ma poi c' stata
una vertenza legale che ha fermato tutto. Il signor Sutton 
incaricato di sorvegliare il materiale.
Lei lo conosce? Se ha un lavoro, perch non paga le rate
della macchina?
Si guard le mani, con imbarazzo. L'ho visto qualche volta,
ma non posso dire di conoscerlo. Abita da queste parti da circa
un anno, ma non viene in paese molto spesso.
Mi sembr che quell'argomento la innervosisse. Cominci a
parlare una volta o due, ma senza mai arrivare al dunque.
Cosa voleva dire? domandai.
Niente, niente di importante, rispose, sempre pi impacciata.
Stavo pensando che forse sarebbe meglio se parlassi io
con Sutton. Sa,  un tipo, come dire?... ecco,  un po' difficile
da trattare e diffida degli estranei. Io lo conosco, e magari mi
dar ascolto.
Mi sembra che non abbia niente da ascoltare. Gli riprendiamo
la macchina, e la cosa finisce l.
S, ma pensavo che forse... Voglio dire che potrei convincerlo
a pagare. Cos non saremmo costretti a prendergli l'auto.
Mi strinsi nelle spalle. Per quanto mi riguarda non ho niente
in contrario. Dopotutto non erano affari miei. Mi occupavo
di vendere automobili, non di riscuotere pagamenti arretrati.
Superammo la seconda collina e dopo circa un chilometro e
mezzo la strada termin all'improvviso in una radura, in mezzo
alla quale una torre di trivellazione si ergeva sul profilo scuro
degli alberi. Appena oltre c'era una baracca, col tetto di carta
catramata, all'ombra di una grande quercia. L'auto, una Ford
modello '54, era parcheggiata all'aperto, davanti alla veranda
della baracca. La porta anteriore e quella posteriore della
catapecchia erano spalancate, e lasciavano scorgere un lembo di
bosco sullo sfondo. Non c'era traccia di anima viva. Se c'
l'automobile, disse la signorina Harper, Sutton dev'essere in casa.
Ci avvicinammo alla veranda. Signor Sutton, prov a
chiamare la ragazza, Signor Sutton! Non ci fu risposta.
Attraversai la veranda ed entrai, ma non c'era nessuno. Era
un'unica stanza, in disordine, ma non sporca, come se un uomo
vi abitasse da solo. In un angolo c'era una stufa a legna e
nell'angolo opposto, sulla stessa diagonale, c'era un grande letto
disfatto. Su un tavolo da cucina, vicino alla porta posteriore,
erano ancora posati alcuni piatti sporchi. Tute, camicie azzurre
e altri indumenti pendevano da chiodi piantati alle pareti. C'era
un fascio di riviste buttato da una parte, mentre altre due o tre
copie erano sparse sul letto. Sul davanzale della finestra si
vedeva un posacenere rudimentale, ricavato dal coperchio di un
barattolo di caff. Notai che una buona met dei mozziconi
erano sporchi di rossetto. Strano, la signorina Harper non mi
aveva detto che Sutton fosse sposato. D'altra parte, pensai, non
era necessario che lo fosse.
Sentii un passo sulla veranda e mi voltai. La ragazza era
entrata e mi stava guardando con una vaga apprensione.
Crede che facciamo bene a entrare mentre non  in casa?
domand. In me si rafforz l'impressione che avesse paura di lui.
Non so, risposi. Forse no. Ma Sutton  sposato?
Non penso, disse scuotendo il capo.
Solo allora not il posacenere, ed evit il mio sguardo. La
osservai mentre si guardava nervosamente intorno e capii che
non le piaceva l'idea di rimanere dentro la baracca. Tornammo
all'aperto. Mi avvicinai alla macchina e col clacson feci tre o
quattro segnali prolungati. L'eco si perdette in lontananza, verso
il bosco. Non ci fu risposta.
Ai piedi della torre di trivellazione, oltre la radura, si trovava
una rimessa di modeste proporzioni. Sutton non doveva essere
nemmeno l dentro, perch si vedeva che l'entrata era chiusa.
Dalla baracca partiva un sentiero che scendeva verso una
scarpata coperta di arbusti. Quando vide che guardavo in
quella direzione, la ragazza disse: Pu darsi che sia sceso a
prendere acqua alla sorgente. Vado a vedere.
Buona idea, dissi, seguendola.
Lei mi trattenne: No, vado io. Lei aspetti qui, vicino alla macchina.
Avrei voluto protestare, ma non dissi nulla. Evidentemente,
per una ragione che non potevo conoscere, preferiva che non la
accompagnassi. Forse aveva paura anche di me. Sono grande e
grosso, con una faccia che non si fa notare per la sua finezza,
ma non un mostro.
Va bene, dissi. Mi accomodai in veranda, e accesi una
sigaretta. La ragazza si avvi sul sentiero. Ogni tanto controllavo
i suoi capelli biondi e il suo vestito azzurro che si allontanavano,
finch la vidi scomparire dietro una curva. Rimasi ad
aspettarla, fumando e chiedendomi che cosa potesse renderla
cos nervosa. Quando sollevai di nuovo lo sguardo, la vidi che
tornava verso di me. Nell'osservarla mi convinsi che era
veramente graziosa e mi domandai, come succede sempre in
questi casi, come sarebbe stato con lei. Era di statura leggermente
superiore alla media e aveva una bella andatura, anche
con quei sandali bassi. Aveva un'espressione stranamente seria
che non mi sarei aspettato in una ragazza che non doveva avere
pi di ventuno anni. Ebbi l'impressione che fosse delicata e
sensibile, e non era da me essere colpito da simili caratteristiche
in una donna. Avevo a che fare da un pezzo con gente
che si era messa la sensibilit sotto la suola delle scarpe. Le sue
gambe, fasciate di nylon di una tinta piuttosto scura, erano
lunghe e ben fatte.
Mi alzai. Allora possiamo anche andarcene, dissi.
Probabilmente non torner prima di sera.
L'ho trovato, rispose, era gi alla sorgente.
Sgranai gli occhi, sorpreso. La sua assenza era durata appena
pochi minuti, e se l'aveva trovato, perch Sutton non era
tornato con lei?
Le ha dato le chiavi della macchina? domandai.
Rispose senza guardarmi: No, mi ha pagato gli arretrati.
Entrambi i mesi. Possiamo lasciargli la macchina.
Scossi la testa. Lei deve avere la parlantina molto sciolta, osservai. Sono contento di non doverle del denaro.
Si avvi verso la nostra macchina. Non ha fatto nessuna
difficolt. Ha detto che finora gli era mancata l'occasione di
venire in paese. Ora possiamo andarcene.
Andiamo pure. Tutta la faccenda mi sembrava piuttosto
strana, ma se Sutton aveva pagato non c'era nessuna ragione di
fermarsi un minuto di pi.
Avevamo raggiunto la macchina e stavamo per salire, quando
alzai gli occhi e lo vidi venire nella nostra direzione. Era sbucato
dagli alberi che costeggiavano la strada da cui eravamo arrivati,
e reggeva un fucile da caccia nel cavo del braccio. Anche la
ragazza lo vide. I suoi occhi non riuscirono a nascondere
l'imbarazzo, e mi rivolse uno sguardo rapido, allarmato e
sfuggente. Capii che aveva mentito, non era vero che aveva
trovato Sutton presso la sorgente come aveva dichiarato.
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CAPITOLO 2.
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Era un omone alto circa un metro e ottanta, ben piantato.
Camminava con un'andatura lenta e strascicata che qualcuno
avrebbe detto aggraziata, ma che in realt era pi simile a
quella di un orso o di un peso massimo. L'andatura di un uomo
il cui peso  ben equilibrato e che non si lascia facilmente atterrare.
Indossava una tuta con le bretelle e una camicia di un
azzurro sbiadito. Oltre al fucile, stringeva per la coda due
scoiattoli che doveva aver preso nel bosco. Avr avuto trentacinque,
trentotto anni, con la barba scura, non rasata, intorno
a una faccia a forma di luna piena. Dall'espressione degli occhi
sembrava un uomo che stesse meditando uno scherzo osceno,
conosciuto a lui solo.
Salve, disse. Dopo essersi avvicinato si ferm a guardarci:
prima Gloria Harper, poi me, poi di nuovo la ragazza. Salve.
Cercate qualcuno, ragazzi?
S, dissi. Un tale chiamato Sutton. Sareste voi per caso?
Mi avete trovato. Cosa posso fare per voi?
Prima che potessi riaprire bocca, la ragazza si mise di mezzo.
 per la macchina, signor Sutton, disse in fretta. Potrei
parlarle un momento?
Ero curioso di vedere cosa sarebbe successo. La ragazza mi
aveva detto che Sutton aveva gi pagato, il che era evidentemente
impossibile. Come se la sarebbe cavata, adesso? Dal suo
sguardo mi parve di capire che mi pregava di non intervenire.
Sutton si volt nuovamente verso di lei: Ma certo, mia cara.
Il tono sembrava affabile e premuroso, sebbene sul suo viso
fosse apparsa una smorfia che conferm la prima impressione
che mi ero fatta di lui. Aveva un'espressione di disprezzo davanti
a cui la signorina Harper sembrava indifesa, priva perfino di
ogni orgoglio, come se lo sguardo di quell'uomo la denudasse.
Lei mi rivolse un'occhiata spaurita e implorante, esit un
attimo, poi si avvi con lui verso la baracca. Io mi appoggiai alla
portiera della macchina e rimasi a guardare. Sutton si sedette
sui gradini della veranda, lasci che la ragazza stesse in piedi di
fronte a lui e prese una sigaretta senza preoccuparsi di offrirgliene
una. Il suo modo di comportarsi e di guardarla equivaleva
a uno schiaffo, tanto era carico di sottile e oscena impertinenza.
Non riuscivo a sentire quello che gli diceva la ragazza,
ma Sutton aveva l'aria di divertirsi.
Dopo un minuto la ragazza gli volt le spalle e torn verso di
me. Era ancora rossa in viso ed evitava di incontrare i miei
occhi. Adesso possiamo andare, disse.
E la macchina?
Abbiamo chiarito tutto. Non occorre che la ritiriamo.
Ma non le ha dato il denaro. Che cosa dir al principale?
La prego, sembrava sul punto di scoppiare in lacrime.
Come vuole, dissi. Salimmo in macchina. Dopo tutto,
pensai,  lei che dirige l'ufficio prestiti, e questa faccenda
riguarda soltanto lei e Harshaw. Feci marcia indietro e riportai
l'auto sulla strada, mentre Sutton ci guardava dalla veranda e
sorrideva con la sua smorfia odiosa.
Eravamo quasi arrivati al fiume quando la ragazza si decise a
parlare. Forse farei meglio a dirglielo, cominci esitando.
Al signor Harshaw, intendo.
Faccia un po' lei. Per conto mio pu dirgli quel che
preferisce.
So che le deve sembrare ridicolo, signor Madox.
Ma chi  questo Sutton? Un vostro parente?
No.
Comunque, centodieci dollari sono una bella cifra.
Mi guard senza dire niente. I casi erano due: o pagava le due
rate di tasca sua, oppure manipolava i libri contabili in modo da
far credere che fossero state pagate. E sapeva bene che lo avevo
capito. Dopo aver superato il ponte sul fiume spinsi la macchina
oltre il ciglio della strada e accostai sotto gli alberi. La ragazza
non disse una parola, ma quando mi girai verso di lei lessi nei
suoi occhi un'espressione di timore e di malessere. Le misi un
braccio intorno alle spalle e le piegai il capo indietro. Non cerc
di resistere o di schiaffeggiarmi. Non fece nulla. Fu come
baciare qualcuno ubriaco e incosciente. La lasciai andare, e la
ragazza si ritrasse, il pi lontano possibile da me, senza
guardarmi. Le sollevai il mento con una mano.
Cerchiamo di ragionare, piccola, dissi. Chi  stato
mandato a fare la commissione da Sutton? Tu o io?
Ora i suoi occhi esprimevano vergogna e disgusto. Adesso
sar fiero di s, immagino.
Potremmo ancora tornare indietro e riprenderci la
macchina, dissi.
Non rispose.
Oppure potremmo dire a Harshaw che Sutton non ha
voluto consegnarcela. Sarebbe divertente, e il principale ci
farebbe sopra una bella risata.
Perch si comporta cos?
Se non si prova, non si ottiene mai niente.
Ha intenzione di tornare in paese, o debbo scendere?
Sei proprio carina. Quanti anni hai?
Ventuno.
Perch hai paura di Sutton?
Arross e guard fuori dal finestrino. Non ne ho paura.
A me non la dai a bere, bionda. Come mai riesce a
manovrarti cos bene? Mi sbaglio, oppure ottiene da te tutto
quello che vuole?
Non  vero... Lei sta sognando.
Gi, e tu hai sognato di averlo incontrato laggi alla
sorgente. E di aver incassato le due rate, per giunta.
Va bene, va bene, disse in tono esasperato. Le ho
mentito. Ma adesso perch non mi lascia stare?
Perch quando vedo che gli altri se la spassano, voglio
anch'io la mia parte. Sar un porco, ma sono fatto cos.
Si ripieg su se stessa, tenendo gli occhi fissi sui suoi sandali.
Bene, adesso che ha espresso la sua opinione su di me,
potremmo tornare in paese?
Che fretta c'? Abbiamo appena cominciato a far
conoscenza. E a parte tutto, non hai ancora provveduto a
riscuotere quelle rate.
Non capisco di cosa stia parlando.
Ma guarda un po'... Ti ho gi detto che hai delle belle
gambe? Stavo per riprendere l'offensiva, ma lei si abbass la
sottana, si tir indietro e infine mi diede uno schiaffo. E va
bene, dissi. Non occorre che chiami i rinforzi. Sono
abbastanza sveglio da capire l'antifona.
Accesi il motore e riportai la macchina in strada. Lei non disse
una parola per tutto il resto del viaggio di ritorno in paese. Si
era ritirata nel suo angolo, ad appallottolare il fazzoletto tra le
mani.
Non ci voleva molto per capire, ancor prima di arrivarci, che
in paese c'era qualcosa che non andava. Una colonna di fumo
nero si alzava dritta nel cielo e una macchina della polizia
stradale ci super come un fulmine facendo fischiare la sirena a
pi non posso. Pigiai sull'acceleratore e mi lanciai dietro l'auto
della polizia, chiedendomi in che punto del paese fosse
scoppiato l'incendio e sperando che non ci andasse di mezzo la
pensione in cui mi ero trasferito il giorno prima.
Non era la pensione. Era un vecchio ristorante scalcinato,
poco pi avanti della filanda di cotone, dall'altra parte della via.
Fumo e fiamme erompevano dalla porta posteriore e dalla
finestra, mentre davanti al locale regnava la pi grande confusione:
gente che tentava di farsi sotto con gli idranti e gente che
cercava di portar fuori tavolini, sedie e un grosso jukebox. La
strada era bloccata dagli idranti e da un'autopompa che risaliva
agli anni Venti, mentre i pompieri del servizio volontario correvano
avanti e indietro urlando e brandendo le loro asce.
Rallentai la marcia per guardare meglio quel che succedeva,
ma un poliziotto si mise a gesticolare furiosamente gridandomi
qualcosa che non riuscivo a sentire e facendomi segno di
deviare su una strada laterale. Obbedii docilmente. Dopo aver
svoltato, prosegui per un paio di isolati, poi ritornai sul corso
principale, poco oltre l'angolo in cui si trovava la banca. Il luogo
era completamente deserto. Tutti erano corsi all'altra estremit
della via, per lottare contro l'incendio o semplicemente per
guardare e intralciare l'opera dei pompieri.
Quando arrivai alla concessionaria, l'altro venditore se n'era
gi andato e Harshaw era solo in ufficio. Scendendo dalla
macchina diedi un'occhiata alla ragazza, per controllare se
aveva voglia di parlare. Teneva gli occhi fissi nel vuoto, come se
neanche esistessi. Probabilmente aveva una gran paura di ci
che avrei potuto riferire al principale, ma sarebbe morta
piuttosto che pregarmi un'altra volta. Aveva un bel portamento
e tanto carattere. Improvvisamente provai un senso di vergogna
e pensai di farle le mie scuse.
Un momento... cominciai. Lei volt la testa, mi guard
per un attimo come se fossi un verme uscito da una fogna. Poi
tir dritto verso l'ufficio.
Quando entrai, Harshaw stava parlando al telefono e la
ragazza era davanti a lui, in attesa di parlargli. Dopo un po' il
principale riattacc il ricevitore e mi lanci un'occhiata interrogativa.
Ha preso la macchina?
No, Mi sedetti e accesi una sigaretta.
Perch no? Aveva l'abitudine di abbaiare come un
sergente. Del resto, aveva anche l'aspetto di un sergente: un
sergente con trent'anni di carriera. Era un uomo di circa
cinquantacinque anni, con una corporatura massiccia e la
faccia quadrata, con una massa di capelli grigio ferro e un paio
di gelidi occhi grigi che ti trafiggevano da sotto i cespugli delle
grosse sopracciglia spioventi. Aveva piccoli ciuffi di peli che
spuntavano dalle orecchie e sfoggiava sempre un grosso sigaro,
stretto tra le labbra carnose o tra le dita.
Non so nemmeno io che cosa me lo fece fare, ma dissi: Dal
momento che ha dato i soldi alla signorina Harper...
Harshaw borbott. Cos il mese prossimo saremo da capo.
Quel Sutton  una canaglia. Be', dov' scoppiato l'incendio?
Alla filanda?
No. Al ristorante, dall'altra parte della strada.
Madox, le dispiace restare qui mentre vado a mangiare?
Comodo, il signore. Mi aveva fatto perdere tutta la mattinata
con quella commissione e adesso voleva che stessi ad aspettarlo
finch avesse pranzato. Mi alzai e mi avviai verso la porta. No
che non mi dispiace, dissi, ma prima a mangiare ci vado io, col
suo permesso.
Mi fiss. Madox, ho l'impressione che questo posto non le
piaccia.
Gi, risposi. Potrebbe anche darsi.
Uscii, e stavo per attraversare la strada quando la ragazza mi
raggiunse, diretta all'ufficio prestiti. Camminava al mio fianco,
senza alzare gli occhi. Nel voltarmi verso di lei notai che la sua
testa bionda mi arrivava all'altezza degli occhi.
La ringrazio, disse semplicemente.
Di niente. Voltai l'angolo e mi allontanai sul marciapiede
Il fumo dell'incendio continuava a salire nel cielo.
L'autopompa era ancora circondata da una folla di gente e da
un groviglio di macchine. Il ristorante era deserto, come tutti i
negozi da questa parte del paese. Quando mi sedetti davanti al
banco, l'unica cameriera rimasta nel locale si avvicin in fretta,
ansiosa di conoscere le ultime notizie.
Ce la faranno? mi chiese.
E che ne so? risposi. Non sono andato a vedere. Com'
cominciato?
Qualcuno dice che il fuoco dev'essere partito dalla cucina.
Be', e qui la cucina a che punto ? Si pu vedere il menu?
Scosse il capo. Non c' niente di pronto. Il cuoco  andato
a vedere l'incendio. Per potrei prepararle un panino.
Non importa, dissi. Un bicchiere di latte e una fetta di
torta salata.
La torta salata era disgustosa, con la crosta che sapeva di
cartone muffito. Il caldo soffocante mi aveva tolto l'appetito.
Continuavo a pensare alla Harper e alla strana scena a cui
avevo assistito presso il pozzo di petrolio. Perch la ragazza si
era presa la responsabilit delle rate di Sutton? E perch Sutton
la guardava in quel modo? L'aveva letteralmente spogliata con
gli occhi, senza curarsi della mia presenza e senza abbandonare
per un attimo quella smorfia di sordido compiacimento. La
spiegazione pi semplice, naturalmente, era che Sutton sapesse
qualcosa sul conto della ragazza e che quest'ultima, temendo un
ricatto, non osasse prendergli la macchina e tanto meno
chiedergli il denaro. Per, quando avevo provato a farmi sotto,
non ero riuscito a ottenere un bel niente. E allora? Rinunciai a
trovare una risposta, ma non riuscii a liberarmi interamente del
pensiero di Gloria Harper. Frammenti di lei si riaffacciavano
continuamente alla mia mente: la strana gravit del suo
sguardo, il suo modo di camminare, i suoi capelli schiariti dal
sole... Mi alzai, lasciai cadere qualche spicciolo sul banco e
uscii. Dovevo andare in banca, prima che fosse troppo tardi.
Avevo lasciato circa duecento dollari in deposito presso una
banca di Houston. Rappresentavano tutta la mia ricchezza, ma
quando ero partito non avevo avuto il tempo di ritirarli. Avrei
fatto la fame se non mi fossi affrettato a farli trasferire a Lander.
Mi restavano in tasca poco pi di quaranta dollari. Mi avviai
per il corso nella luce abbagliante del sole, senza incontrare
nessuno e guardando distrattamente verso l'altra estremit della
via, dove c'era ancora una gran confusione. Le scintille salivano
zampillando verso il cielo mescolate al fumo. Pensai che fosse
crollato il tetto del vecchio ristorante.
La banca era poco pi di uno sgabuzzino. Entrai. L'interno
era immerso nella penombra, quasi fresco in confronto alla
strada. C'erano due sportelli aperti al pubblico e, dietro un
divisorio in legno, una scrivania. Dentro non c'era anima viva.
Mi guardai attorno, chiedendomi se la banca fosse diventata un
posto in cui la gente entra e si serve da sola. Guardai oltre gli
sportelli, pensando che gli impiegati fossero morti di infarto, ma
sul pavimento non vidi nessun cadavere. C'erano invece
mazzette di banconote sparse sui ripiani.
Poi sentii qualcuno entrare dietro di me. Una voce disse:
Signor Julian... dov' scoppiato l'incendio? Ho sentito la sirena
e la gente che correva, ma nessuno mi ha detto dov' l'incendio.
Mi voltai. Era un negro, alto e magro, con un cappellaccio di
paglia sbrindellato. Portava una camicia bianca che gli usciva
da un paio di calzoni che sembravano far parte di una vecchia
livrea da usciere. Poi vidi il bastone e gli occhiali neri. Era cieco.
Credo che non ci sia nessuno, amico, gli dissi.
Ma il signor Julian deve esserci. Lui c' sempre.
Sar, ma io non lo vedo.
Sa dov' l'incendio?
In fondo alla strada, di fronte alla filanda. In un vecchio
ristorante.
Oh, tante grazie, capo. Si volt e usc tastando il terreno
col bastone.
In quel momento si apr una porta nel retro, probabilmente
quella del gabinetto. Ne usc un uomo pi o meno sulla sessantina.
Gli occhi di un azzurro pallido, la fronte alta e i radi
capelli bianchi gli davano l'aspetto di un professore liceale di
matematica.
Sorrise con l'aria di scusarsi. Spero di non averla fatta aspettare
troppo. Sono andati tutti a vedere l'incendio.
No, dissi distrattamente. Non si preoccupi.
Prese posto a uno degli sportelli e mi fece una domanda.
Come? dissi. Pensavo ad altro e non avevo fatto attenzione
a quello che diceva.
Volevo sapere che cosa posso fare per lei.
Ah s. Vorrei aprire un conto.
Dopo avergli lasciato i documenti per il trasferimento dei soldi
da Houston, ritornai alla concessionaria, ripensando a quanto
avevo appena visto. In paese dovevano avere tutti la passione
degli incendi.
Quel pomeriggio riuscii a vendere un'automobile e mi sentii
meglio per un po'. Vidi Gloria Harper una volta sola, quando
usc dall'ufficio prestiti alle cinque in compagnia di un'altra
ragazza. Se ne and senza guardare verso il parcheggio delle
macchine in vendita, dove me ne stavo con la schiena appoggiata
a un'auto. Dopo un poco chiudemmo anche noi, presi la
mia macchina e mi recai alla pensione. La stanza era afosa e
opprimente. Dopo essermi fatto una doccia, tentai di asciugarmi
ma la biancheria pulita cominci subito a incollarsi al
corpo umido di sudore. Misi i calzoncini e mi sedetti a guardare
dalla finestra che dava sul cortile della casa. Il sole stava
tramontando. Tutt'intorno al cortile c'era una staccionata lungo
la quale cresceva un po' d'erba ingiallita dalla siccit. Tre o
quattro conigli erano chiusi in una sudicia gabbia di legno
appoggiata a un albero di lill. Che bella vita, pensai, se a
trent'anni le prospettive sono cos allegre, vale la pena di
arrivare fino a quaranta?
Una decina di minuti pi tardi infilai una camicia e un paio
di calzoni di tela bianca e scesi al ristorante. Finii di mangiare
che erano appena le sette. Non c'era molto da scegliere in paese:
cinema o bar. Mi avviai verso il cinema, ma davano un western
con Roy Rogers. Cos andai a prendere la macchina e cominciai
a correre senza una direzione precisa, con la sola preoccupazione
di rientrare il pi tardi possibile. Senza sapere perch,
a un certo momento mi ritrovai sulla strada che avevamo fatto
la mattina per andare da Sutton: la prima collina, le fattorie
abbandonate, il greto del fiume.
A ovest splendeva una piccola fetta di luna. Mi fermai vicino
al ponte e guardai il fiume che scorreva con un luccichio
d'argento tra le due muraglie nere degli alberi. Mi spogliai, scesi
verso l'arenile ed entrai in acqua. Era un po' pi fresca dell'aria
e scorreva lentamente verso il ponte, in un mulinello ampio e
svogliato. Dopo un po' tornai a riva e mi stesi sulla sabbia a
guardare le stelle.
Quando tornai alla pensione faceva ancora un caldo soffocante.
Non riuscivo a dormire. Nella stanza a fianco un vecchio
stava leggendo la Bibbia a sua moglie, ad alta voce. Recitava
lentamente il libro della Genesi, un versetto per volta, impuntandosi
ogni tanto. Il letto era duro come la pietra e il caldo
onnipresente. Mi chiesi quanto ancora avrei resistito senza
arrampicarmi sulle pareti. Gloria Harper e Sutton continuavano
a girare come in una giostra dentro il mio cervello, And
avanti per un pezzo. Stavo per addormentarmi quando mi
accorsi che un altro pensiero si era radicato in me troppo a
fondo perch potessi dimenticarmene. Il pensiero di quella
banca che nessuno si preoccupava di custodire.
...
.
...
CAPITOLO 3.
...
.
...
La mattina seguente ebbi un'altra discussione con Harshaw.
Subito dopo l'apertura dell'ufficio mi chiese di prendere uno
straccio e di andare a pulire le auto. Mi ero gi svegliato di
cattivo umore, e lo mandai all'inferno. Allora l'altro venditore,
un certo Gulick, un tipo anziano con la faccia giallastra, tolse
alcuni stracci dal cassetto di una scrivania e usc all'aperto.
Harshaw si appoggi allo schienale della sedia e mi guard in
faccia: Che cosa le succede, Madox? Ce l'ha a morte con l'umanit?
Niente affatto, risposi. Io faccio il venditore. Quando mi
verr lo sfizio di fare il pulitore di automobili, mi cercher un posto adatto.
Se continua di questo passo, lo trover prima di quanto creda. Quanti anni ha?
Trenta. Perch?
Be', finora non le  riuscito di cambiare il mondo, altrimenti non sarebbe qui a fare quello che fa.
Non ho intenzione di mettermi a discutere con lei.
Madox, non pu pretendere di vendere auto sporche, borbott. Ha intenzione di farle pulire tutte a Gulick
rimanendo qui a girarsi i pollici?
Cosa dovrei fare, strapparmi i capelli e mettermi a
piangere? Mi alzai dalla scrivania e uscii, disgustato della
discussione e da tutto il resto. Appoggiai le spalle a un'automobile
e mi misi a fumare, osservando Gulick che lavorava. Dopo
qualche minuto buttai via il mozzicone di scatto e andai a
prendere uno straccio.
Non sei tenuto a farlo, disse Gulick quando cominciai a
spolverare l'altro fianco dell'auto intorno alla quale stava
lavorando. Io non ci faccio caso. Mi piace avere qualcosa da fare.
Aveva un'aria malaticcia. I suoi occhi bruni e tristi somigliavano
un po' a quelli di un cane. Il medico gli aveva detto di
lavorare all'aperto e lui aveva smesso di lavorare come contabile.
Da quanto tempo lavori per Harshaw? gli domandai.
Per un attimo smise di strofinare la carrozzeria e fece mente
locale. Faceva ogni cosa con estrema lentezza e con aria riflessiva.
Circa un anno, mi pare.
 un duro, eh? Difficile andarci d'accordo.
No... Non direi. Ha le sue preoccupazioni. Come tutti, del resto.
Che genere di pensieri?
Ha un'ulcera allo stomaco. E poi ha un mucchio di grattacapi
per via della famiglia. Ha perduto la moglie un anno fa o
gi di l, e ha un figlio che... Be', non si pu dire che sia proprio uno stinco di santo.
Mi sembra abbastanza.
Appunto. Si drizz stirandosi la schiena. Si fa presto a
diventare intrattabili. Uno pu avere delle preoccupazioni che
gli altri non immaginano nemmeno... Sembrava che volesse
aggiungere qualcosa, ma ci ripens e si rimise a lavorare.
Dopo poco Harshaw usc dall'ufficio e si sedette al volante di
una delle macchine. Faccio un salto qua vicino, disse a
Gulick. Sar di ritorno verso mezzogiorno.
Era venerd, e non c'era molto movimento per strada. Il sole
cominciava a scottare. Ci restavano da spolverare solo due auto
quando vidi un giovane negro, con i calzoni a vita alta e le
scarpe gialle, avviarsi verso l'altra estremit del recinto e
mettersi a gironzolare intorno a una vecchia decappottabile con
un sacco di fronzoli. A un certo punto diede un calcio alle
gomme e fece qualche passo indietro per studiare meglio la macchina.
Feci un cenno a Gulick. Vai pure, dissi. Penso io a finire il lavoro.
Li osservai mentre spolveravo l'ultima auto. Il negro prov la
grossa tromba montata sopra un parafango, poi si misero tutti
e due le mani in tasca e rimasero l senza dirsi niente. In quel
momento arriv dalla strada una berlina azzurra,
un'Oldsmobile, e si ferm davanti all'ufficio. Al volante c'era
una donna, sola, che fece un segnale col clacson.
Mi avvicinai. Buongiorno. Posso essere d'aiuto?
Gli occhi azzurri come quelli di un bambino, mi fissarono con
curiosit. Oh, salve, disse. Cercavo George, nient'altro.
George?
Il signor Harshaw, spieg. E aggiunse: Sono sua moglie.
Ah. Mi ci volle un secondo per orientarmi. Gulick non mi
aveva detto che Harshaw si era risposato. Doveva fare un salto
qua vicino. Sar di ritorno verso mezzogiorno, mi pare.
Doveva essere molto pi giovane del marito, non aveva pi di
trent'anni. Non so perch, mi diede l'impressione di un albero
di pesche sovraccarico di frutti. Non era alta n grassa, ma non
doveva esserci molto spazio vuoto sotto l'abito che portava,
specialmente intorno ai fianchi e sotto la scollatura della giacca.
Aveva i capelli alla maschietta, color biondo cenere. Il viso
aveva la stessa aria molle, come di un frutto troppo maturo, che
emanava dal resto della sua persona. Forse questa impressione
dipendeva dalla forma del labbro inferiore, pieno e carnoso, e
dalle fossette che aveva sulle guance.
Be', grazie comunque, disse. Poi sorrise: Lei dev'essere il
nuovo venditore, il signor ...
Madox, dissi. Harry Madox.
Ah, s. George mi ha parlato di lei. Be', non la voglio trattenere,
avr da lavorare. Gir la chiavetta dell'accensione e
schiacci il bottone di avviamento. Il motore non part subito, e
la donna continu a darsi da fare per avviarlo. Io mi ero gi
incamminato, ma mi voltai e tornai indietro.
Da cosa crede che dipenda? domand con una certa
civetteria.
Provi a spingere l'acceleratore fino in fondo mentre
schiaccia l'avviamento.
Ah, disse. Cos?
Guardai dentro la macchina. Era inutile, ovviamente.
Chiunque sa come si fa, ma guardai dentro lo stesso. Aveva
piedi piccolissimi in scarpe bianche con il tacco molto alto.
Intorno a una caviglia, sotto la calza di nylon, portava una di
quelle catenelle d'oro che andavano di moda qualche anno fa.
La sottana era rialzata sopra le ginocchia. Be', pensai, dopo
tutto  stata lei a chiedermelo. Ma cosa vuole da me?
S, risposi. Cos.
Spinse di nuovo l'avviamento e in un attimo il motore ingran
come doveva. Mi fece un sorriso. Come ha fatto a capirlo?
 una cosa che si immagina. Succede piuttosto spesso.
Capisco. Be', grazie tante. Fece un gesto di saluto e si
allontan.
La vidi tornare dopo una ventina di minuti. Ero seduto
nell'ufficio, e quando sentii il colpo di clacson uscii a vedere.
George non  ancora tornato? domand.
Non ancora.
Ma guarda. Possibile che non si ricordi mai di niente?
Posso esserle utile in qualche modo?
Esit. Non vorrei disturbarla mentre sta lavorando, signor Madox.
Non posso dire che sto faticando. Di cosa si tratta?
Be', se proprio vuole... E una faccenda di pochi minuti.
Accenn con la mano al portabagagli della macchina. Ho un
mucchio di giornali e di abiti vecchi che vorrei scaricare nel
nostro magazzino, ma ho promesso di riportare la chiave prima di mezzogiorno.
Dov' il magazzino?
 sicuro di potersi assentare per qualche minuto?
Si capisce. C' pur sempre Gulick... Guardai verso il
recinto. Lui e il negro erano ancora allo stesso posto, come se ci
avessero messo le radici, occupati a studiare la vecchia decappottabile.
Sembra di essere al mercato del bestiame, pensai,
passeranno delle ore prima che uno dei due si decida a dire
quello che vuole.
Mi sedetti accanto a lei, e infilammo il corso.  veramente
gentile da parte sua, disse la donna. Abbiamo fatto dei
pacchi davvero pesanti con quella roba, e non riuscirei a
portarli da sola.
Di cosa si tratta? domandai. Una campagna per
ricupero dei rifiuti?
No...  un'iniziativa del nostro circolo. Raccogliamo tutta
la roba nella vecchia casa del signor Taylor, e ogni due o tre
mesi un robivecchi viene a comprare la carta. I vestiti vecchi li
mettiamo da parte e ne facciamo pacchi per la beneficenza.
Bella idea, pensai. Pacchi per la beneficenza. Sai che roba.
Meglio che niente, dopo tutto. Superammo l'edificio della
banca e voltammo a destra in una traversa che era lunga solo
due isolati. Sull'angolo c'era una piccola drogheria e pi avanti
una bettola per negri coperta di insegne della Coca-Cola.
Proseguimmo fino al secondo isolato e ci fermammo davanti a
un edificio, sul lato destro. Era una casa a due piani, a forma di
scatola, con qualche vetrina lungo la facciata. Due piccoli prati,
coperti di erbacce, si stendevano ai lati dell'edificio. Sulle
vetrine si potevano ancora leggere le parole Taylor, ferramenta,
ma le lettere erano scolorite e sporche. La casa
sembrava abbandonata e la porta era chiusa con un grosso
lucchetto. Dietro una vetrina, in un angolo, era appeso il
cartello Affittasi. Quando scendemmo dalla macchina, la
signora Harshaw si mise a frugare nella borsa alla ricerca della
chiave. Stando in piedi, appariva assai pi piccola della signorina
Harper. Non aveva le sue gambe lunghe e la sua grazia
elegante, ma era soda e formosa, arginata a stento dentro i
confini del vestito.
And ad aprire il portabagagli. Credo che dovremo fare
due viaggi, disse.
Diedi un'occhiata. C'erano due grossi pacchi di giornali e
riviste, legati con pezzi di corda, e un mucchio di abiti sciolti.
Sollevai i giornali. Poich non pesavano pi di venticinque o
trenta chili ciascuno, dissi alla donna di infilarmi i vestiti vecchi
sotto le braccia.
Lei mi guard con un sorriso da gatta. Veramente avevo
intenzione di portare qualcosa anch'io. O le sembro una
debosciata?
Lascia stare, pensai. Siamo in una cittadina di pettegoli dove
non si sa mai quel che ti pu capitare. Entrammo. Il pianterreno
era vuoto, salvo qualche vecchio bancone e qualche
scaffale. I nostri passi avevano un'eco grave e profonda. C'era
polvere ovunque. Dobbiamo portare la roba di sopra, disse lei.
Le scale erano nel retrobottega. Salii per primo e potei udire
i tacchi altissimi della signora Harshaw ticchettare dietro di me.
Dietro le finestre chiuse, la calura era soffocante, come una
coperta distesa sopra di noi attraverso l'aria immobile. Sentii il
sudore farsi strada sulla mia faccia. Tutto il secondo piano era
ingombro di roba vecchia: mobili decrepiti, giornali sparsi o
legati in fasci, mucchi di vestiti, valigie sgangherate e perfino
alcuni materassi riuniti in un angolo. Se il comandante dei
pompieri desse un'occhiata qua dentro, pensai, i capelli gli si
drizzerebbero sulla testa. Un giorno o l'altro qui scoppier un
incendio che dar grandi soddisfazioni a tutta la cittadinanza.
Non ci vorrebbe molto. Qualche goccia di trementina, un po' di stracci...
Come? domandai, accorgendomi improvvisamente che la
donna mi aveva raggiunto e stava dicendo qualcosa. Mi voltai.
Stava gettando i vestiti sopra un mucchio. Aveva il viso accaldato
e qualche gocciolina di sudore sotto il naso.
Ho detto che lei  un uomo davvero forte. Dopo aver fatto
tutta questa strada con quei due pacchi, lei continua a tenerli
stretti. Perch non li butta sugli altri?
Infatti me n'ero dimenticato. Oh, dissi.
Li feci cadere. La donna continu a guardarmi ma non disse
nulla. C'era un silenzio caldo e torpido, e in quel silenzio uno
strano senso di tensione.
Tutto qui? domandai.
S, tutto qui. Grazie.
Si figuri.
Le piace il nostro paese?
Be', per quello che ne ho visto. Perch mai restavamo l
dentro, in quella scatola arroventata sotto il tetto? Il suo viso,
mentre mi fissava, era privo di qualsiasi espressione.
Le  gi capitato di abitare in una cittadina cos piccola?
mi chiese.
S, sono cresciuto in provincia.
Allora sapr com' fatta la gente.
Certo.
Be', forse faremmo meglio ad andarcene, disse. Fa un
caldo terribile, non le pare?
 bestiale. Le feci segno di passare per prima, e ci
avviammo verso la scala, in mezzo ai mucchi di rifiuti.
Credevo che fosse solo una mia impressione. Di solito il
caldo non mi fa paura, quando si tratta di smaltire il peso
superfluo.
Era la seconda volta che accennava al suo peso. Perch
vuole dimagrire? domandai.
Si volt a guardarmi. Non crede che ne abbia bisogno?
Mi sembra che lei abbia una linea perfetta.
Grazie.
Di niente.  stato un piacere.
Volevo dire che la ringrazio per avermi aiutato a portare
questa roba. Mio marito dev'essersene dimenticato.
Va' all'inferno, pensai. Hai fatto bene a ricordarmi che sei
sposata, non voglio combinare pasticci con te. Anch'io intendevo
la stessa cosa.  stato un piacere.
Appena arrivammo al piano di sotto, la sentii dire: Oh,
accidenti, che sudiciume! La guardai. Lei mi mostr una
mano coperta di polvere. Aveva sul viso un'espressione di
disgusto. Nello scendere si era tenuta alla ringhiera dimenticandosi
della polvere.
Le porsi il mio fazzoletto: Qua, ci penso io.
No, grazie, non si disturbi. Credo che in bagno ci sia ancora
l'acqua. Un minuto, e sono pronta.
Attravers il pianterreno e scomparve in una stanzetta
nascosta in un angolo. Nell'attesa mi guardai intorno e, quasi
senza accorgermene, pensai a tutta quella roba vecchia ammucchiata
al piano di sopra. In un luogo simile un incendio poteva
scoppiare da un momento all'altro con estrema facilit.
Non so come avvenne n perch lo feci; nella mia mente non
c'era ancora un'idea precisa o un progetto. Fatto sta che mi
chinai e passai la mano sullo strato di polvere accumulatosi su
uno scalino. Quando vidi la donna uscire dal bagno, mi avviai
nella stessa direzione. Anch'io mi sono sporcato un po', le
dissi mostrando la mano.
Nel bagno c'era una finestra. Ottimo. Proprio come avevo
pensato. Si chiudeva con una maniglia del solito tipo. Prima di
lavarmi le mani, afferrai la maniglia, la girai e liberai il chiavistello
in modo che la finestra potesse aprirsi dall'esterno.
...
.
...
CAPITOLO 4.
...
.
...
Perch no? A questo mondo, quando uno vuole una cosa, se
la prende. E inutile rimanersene con le mani in mano in attesa
che qualcuno te la serva su un piatto d'argento. Ero seduto sulla
sponda del letto, nudo come un verme nell'afa della notte, ad
ascoltare il mio vicino che dall'altra parte del muro leggeva la
Bibbia a sua moglie con la voce incrinata dagli anni, e pensavo
quanto sarebbe stato facile. Dovevano esserci almeno dieci o
quindicimila dollari sparpagliati qua e l in quella banca da
operetta, a portata di mano per l'uomo che avesse abbastanza
fegato per andare a prenderseli. Con quella cifra uno poteva
fare la bella vita per parecchio tempo: godersi il sole su una
spiaggia dei Caraibi in compagnia di una bella mora, noleggiare
uno yacht, andare a pesca sugli scogli e bere Cuba Libre a volont.
Perch mentire a me stesso? Non ero nato per fare il venditore.
Ma non potevo tornare a imbarcarmi, nemmeno se avessi
voluto. Il tempo passava anche per me, e un altro anno era
finito nel cesso. Avevo lasciato due lavori, ed ero stato licenziato
da altri tre. Ero dovuto scappare da Houston in fretta e furia
dopo essermi azzuffato con uno scaricatore per via di una
zoccola da poco. Avevamo mandato in frantumi un sacco di
suppellettili in quella birreria di quart'ordine, poi la rissa era
degenerata e nella confusione qualcuno aveva spaccato la
mandibola dello scaricatore con una bottiglia di rum Bacardi...
Del resto non era stato un incidente isolato. La mia vita non era
altro che un succedersi confuso di donne prive di scrupoli.
Era trascorso poco pi di un anno dalla notte in cui avevo
rimesso piede negli Stati Uniti dopo aver passato undici mesi di
monotonia su una petroliera, durante i quali avevo fatto la spola
tra il Golfo Persico e il Giappone. Ogni mese avevo mandato un
assegno di quattrocento dollari a Jerilee, col bel risultato che
alla fine lei se l'era squagliata col mio conto in banca e con un
amico di cui si era scordata di parlarmi. Quel giorno avevo
strappato la mia tessera di secondo ufficiale e avevo buttato i
pezzi nel gabinetto di una taverna di Port Arthur. Per un po' mi
era sembrato di avere uno scopo nella vita, ma poi, dopo aver
avuto il tempo di rifletterci sopra, avevo smesso di dare la caccia
a quei due e avevo buttato via la pistola. Non ne valeva la pena.
Anche lei era una puttana, una delle tante, con la sola differenza
che io ero stato tanto stupido da sposarla.
Dall'altra parte del muro i miei vicini stavano chiamando No
sul ponte, preparandosi al diluvio universale. Il sudore mi
scorreva sulla faccia, e io cercavo di pensare alla banca per
scacciare il pensiero di quella maledetta Harshaw. Ci teneva alla
linea! E intanto mi ronzava intorno. Ma perch non mi concentravo
sul mio progetto?
La questione non era cos semplice come sembrava a prima
vista. Quando si tratta di violare la legge, bisogna andare sul
sicuro, non si pu giocare d'azzardo. Se giochi contro la legge,
devi vincere a tutti i costi. Tanti ci provano e ci lasciano le
penne, perch si mettono insieme e nel gruppo c' sempre
quello che un bel giorno si mette a cantare. Un dilettante invece
ha pi probabilit dei professionisti perch nessuno lo conosce e
non  schedato negli archivi della polizia. Passai parecchie ore
a pensarci sopra.
Il giorno seguente era sabato. Harshaw rimase tutta la
mattina dall'altra parte della strada, a lavorare nell'ufficio
prestiti. A mezzogiorno, mentre stavamo chiudendo, venne a
dirci che andava a pescare per tre giorni dalle parti di Aransas
Pass.
Sar di ritorno luned sera, disse a Gulick. Se vendete
qualche macchina e avete difficolt per i documenti, potete
rivolgervi alla signorina Harper.
Non vendemmo neppure un'auto. In paese c'era la solita folla
del sabato pomeriggio, ma nessuno aveva voglia di venire a
vedere le nostre automobili. Rimasi a bighellonare tra l'ufficio e
l'esposizione, nervoso e annoiato. Mi chiesi come passava il
tempo la signorina Harper quando non aveva da lavorare.
Stavamo per chiudere quando squill il telefono. Andai io a
rispondere.
Il signor Madox?
Riconobbi la voce. Allora la moglie non ha seguito il marito,
pensai. S, sono io.
Sono la signora Harshaw. So che lei mi mander al diavolo,
ma potrei chiederle un altro favore?
Certo. Di che si tratta?
Mio marito  andato a pescare con la nostra macchina. Mi
aveva promesso di farmi avere una delle auto della ditta, ma
dev'essersene dimenticato. Le dispiacerebbe portarmene una,
quando chiudete?
Si figuri. Dove vuole che gliela porti?
Prenda per il corso e, all'altezza della banca, giri a destra.
Ci sono tre o quattro isolati prima di arrivare in periferia. Poi,
se non sbaglio, dovr attraversare due incroci, prima di trovare
un benzinaio sulla sinistra. Subito dopo vedr delle grosse
querce su entrambi i lati della strada, e due case isolate. La
nostra casa  quella a due piani, a destra.
Va bene, dissi. E la macchina, qual ?
Aveva detto che mi avrebbe dato una Buick. Un coup.
S, c' ancora. Gliela porto.
Non c' fretta. Faccia con comodo, dopo la chiusura. E
tante grazie.
Chiudemmo gli uffici e l'esposizione delle auto pi o meno
alle sei. Dissi a Gulick dove portavo il coup e lasciai la mia
macchina nel parcheggio. Non faticai troppo a trovare la casa
degli Harshaw, anche se dovetti procedere lentamente nella
confusione del traffico che intasava il corso il sabato
pomeriggio. Superata la stazione di rifornimento di cui aveva
parlato la donna, la strada piegava a destra infilandosi tra le
querce. La casa era nascosta dagli alberi e per raggiungerla
bisognava percorrere un viottolo coperto di ghiaia che si
inoltrava in un grande prato tra due file di oleandri. Era una
copia in scala ridotta delle vecchie ville di campagna del Sud,
con un portico colonnato che dalla facciata girava oltre l'angolo
destro dell'edificio. Fermai vicino al portico e scesi. Era un
posto isolato e tranquillo, in parte nascosto alla vista di chi
passava per la strada, con lunghe ombre che si stendevano di
sbieco sul prato.
Salve, la sentii salutare.
Mi guardai intorno, ma non la vidi finch non apr la controporta
e non si affacci sul portico. Indossava un abito estivo da
collegiale, con maniche corte a sbuffo, e stava mescolando il
ghiaccio in un grosso bicchiere da whisky. Aveva le gambe nude
e i piedi calzati in sandali bassi, con legacci di canapa, da cui
spuntavano le unghie smaltate di un rosso fiammante. Non
sono competente in fatto di moda femminile, ma mi parve che
quell'abbigliamento non le si addicesse. Il vestito da ragazzina
non si adattava alla sua figura cos piena e florida che sembrava
sul punto di traboccare da tutte le parti. Nell'insieme, aveva
l'aria di una soubrette che si fosse vestita da minorenne.
Oh salve, dissi. Ho lasciato le chiavi nel cruscotto.
Grazie.  stato un tesoro a disturbarsi per me.
Si figuri.
Non le andrebbe di bere qualcosa prima di andare?
Be', perch no?
La seguii all'interno. In soggiorno le veneziane erano
semichiuse e un grande ventilatore elettrico girava sulla cappa
del caminetto, come una testa che oscillasse lentamente. La
donna si ferm davanti a me, e mi parve di avvertire nell'aria di
nuovo un vago senso di tensione.
Bourbon e acqua?
Molto gentile.
Tolga quelle riviste dal divano e si accomodi. Mi dispiace
che ci sia tutto questo disordine. Si volt per uscire, poi si
ferm un attimo e aggiunse, come se ci avesse ripensato: Ho
dato due giorni di libert alla domestica, perch vada a trovare
i suoi.
Usc. Nella stanza faceva caldo, anche col ventilatore in moto.
Sentivo intorno a me una quiete profonda, interrotta soltanto
dal ronzio delle pale del ventilatore e da un rumore di bicchieri
proveniente dalla cucina. Accesi una sigaretta e deposi il
fiammifero in un posacenere colmo di mozziconi sporchi di
rossetto. Riviste di cinema e rotocalchi scandalistici erano sparsi
sul divano e sul pavimento. Intravidi gli anelli lasciati da
bicchieri umidi sul ripiano del tavolino. Rimasi in piedi in
mezzo alla stanza a osservare tutti quei segni di un'esistenza
annoiata. Mi sembrava di trovarmi al cospetto di una miccia
accesa che si consumasse lentamente.
Quando ritorn dopo qualche minuto, notai che aveva
riempito di nuovo il suo bicchiere. Si sedette su una poltrona, di
fronte a me, con le gambe allungate e con le punte dei sandali
che si toccavano. Mi fiss negli occhi, tenendo il mento appoggiato
alla mano.
Be', che gliene sembra della vita in paese? Emozionante,
vero?
Mi strinsi nelle spalle. Magari il sabato sera c' pi animazione
che negli altri giorni.
Oh certo. Immagini che al cinema fanno due film western,
invece di uno solo.
Roba tosta.
Oppure, se il cinema non le interessa, potrebbe iscriversi al
circolo femminile e contribuire alla raccolta della carta straccia.
 un passatempo eccitante, mi creda.
Temo di non possedere i requisiti necessari per appartenere
a un circolo femminile.
Scommetto che, avvicinando le iscritte una per una, lei
riuscirebbe a farsi accettare. Eh, s.
Le pare il modo di parlare di quelle distinte matrone?
Sono un branco di ipocrite.
Deposi il mio bicchiere sul tavolino e mi avvicinai alla finestra
per guardar fuori attraverso la veneziana. La casa dall'altra
parte della strada era spostata leggermente pi in alto, e non si
vedeva bene dalla finestra.
Immagino che in quella casa abiti una delle matrone.
S, la signora Gross. Una donna con quattordici occhi e con
un paio di orecchi capaci di udire quello che succede a dieci
chilometri di distanza.
Appoggi il suo bicchiere e mi venne vicina. Be', che ne
pensa del panorama?
Mi voltai, e ci trovammo uno di fronte all'altra, vicinissimi.
Pi l'osservo e pi mi piace.
Ebbe uno strano sorriso. Mi scusi se l'ho fatta venire fin qui.
Ha avuto difficolt a trovare la casa?
No, dissi, credo che riuscirei a trovarla anche al buio.
Ne  sicuro? domand.
Le misi una mano dietro il collo, affondai le dita tra i capelli
biondo cenere, attirando la testa verso di me con violenza, poi
la baciai. Aveva le labbra morbide e umide. Cedette senza
opporre resistenza, come un cane che aspettasse soltanto il
momento buono per saltare in grembo al padrone. Dopo un
poco volt il viso da una parte e si ritrasse.
Farebbe meglio ad andarsene.
Col cavolo.
Mi aveva detto di conoscere le abitudini delle cittadine di
provincia.
E con questo?
Crede che quella strega della signora Gross non l'abbia vista
arrivare? Giurerei che in questo momento sta montando la
guardia per controllare quando se ne andr.
Tentai di afferrarla di nuovo, ma si allontan sfuggendomi tra
le braccia. Harry, vattene, ti ho detto!
Capii che diceva sul serio e mi era rimasto abbastanza buon
senso per comprendere che aveva ragione. Era stupido andare
in cerca di guai quando non ce n'era bisogno.
D'accordo, dissi. Ma non credere di potermi prendere in
giro. Ritorner.
Non disse nulla.
Ebbene? chiesi dopo un po'.
Un'espressione torva le era comparsa sul viso. Ebbene? mi
fece eco.
Ripresi la mia auto dal parcheggio della concessionaria e mi
recai alla pensione. Dopo aver fatto una lunga doccia, infilai un
paio di calzoni comodi e una maglietta, salii di nuovo in
macchina e mi avviai verso il centro. Era buio e un'afa
immobile e appiccicosa gravava sulle strade. Farfalle e moscerini
danzavano nella luce dei fari. Non era facile trovare un
posto libero per la macchina, ma riuscii a battere in velocit
altre due automobili e mi fermai davanti alla banca. Rimasi
seduto al volante per qualche minuto, cercando di allontanare
da me la presenza opprimente di Dolores Harshaw. Era una
donna pericolosa in una cittadina come Lander. All'inferno lei
e tutti quanti. Non sarei tornato mai pi a casa sua. Gi, si fa
presto a dire. Avrei resistito? Quando si vive in una stanzetta
stretta come una scatola,  difficile sottrarsi a certi pensieri,
resistere a certe idee  come voler arginare un fiume con una
racchetta da tennis.
Scossi la testa con uno scatto di nervi e osservai la banca. La
lampada accesa nel retro e i vetri della porta, davanti a me, mi
permettevano di decifrare la disposizione dei locali. L'ingresso
principale doveva distare circa quindici metri dal muro posteriore.
La porta secondaria si apriva su una via laterale, a circa
sei o sette metri dall'angolo. Nell'interno della banca si scorgeva
la porticina che probabilmente dava in un gabinetto. Girai il
capo e cercai di immaginare a che distanza dalla banca si
trovasse press'a poco dall'edificio della vecchia ferramenta
Taylor. La distanza non doveva essere eccessiva. La ferramenta,
se ben ricordavo, si trovava di fronte alla banca, spostata diagonalmente
sulla destra, a due o tre isolati di distanza. Era l'ideale,
o quasi. Ma l'ideale per far cosa? Imprecai e buttai via la
sigaretta che stavo fumando. Scesi dalla macchina e per un
attimo rimasi immobile sul marciapiede.
Ero troppo nervoso e agitato per andare a cena. Mi misi a
camminare senza direzione, confondendomi tra la folla. Giunto
sul marciapiede dell'isolato successivo, passai davanti all'emporio
e guardando attraverso i vetri scorsi Gloria Harper che
stava scegliendo alcune riviste dall'espositore. Senza sapere
perch, spinsi la porta a vetri ed entrai.
La ragazza non mi vide. Era troppo occupata con le sue riviste.
Salve, dissi.
Alz gli occhi di scatto. Oh salve, signor Madox. Non
sorrise, ma non vi era nulla di ostile nel modo in cui mi
guardava.
Le va una bibita?
Riflett un attimo, come se volesse stabilire se poteva accettare.
Ma s, la ringrazio.
Pag le riviste al commesso e venne a sedersi a un tavolino,
lontano dal banco.
Prima di tutto, dissi, la prego di scusarmi per l'altro
giorno. Dovevo avere aperto il libro alla pagina sbagliata.
I suoi occhi color viola mi fissarono. Poi dovette sentirsi
confusa e allontan lo sguardo. Lasci stare, disse.
Allora non  in collera con me?
Scosse la testa. Adesso non pi.
Sono contento, dissi. Ora possiamo ricominciare tutto
da capo. La prossima volta star pi attento. Legger meglio le
istruzioni del manuale. Cosa si fa da queste parti il sabato sera?
Non c' molto da scegliere. C' solo il cinema. Qualche
volta si va a ballare, ma stasera non ci sono balli in programma.
Non va mai nessuno a fare un bagno al fiume?
S. A me piacerebbe, ma stasera non posso. Sono di turno
come baby-sitter.
Non sapevo che avesse due impieghi. Perch lavora tanto?
Non vorr mica diventare ricca?
Non lo faccio per denaro. Abito con mia sorella, e questa
sera rimango a casa con la bambina mentre mia sorella e mio
cognato vanno al cinema.
Se  cos, l'accompagno io in macchina.
Ma sono soltanto poche centinaia di metri...
Non fa niente, l'accompagno lo stesso.
Sorrise. Se le va. La ringrazio, comunque.
La osservai mentre finiva la bibita, pensando alla strana
seriet che metteva in ogni suo gesto e al modo insolito in cui
ringraziava la gente. Non diceva semplicemente, Grazie, ma
la ringrazio. Una ragazza simpatica, di buona famiglia,
pensai. Probabilmente frequenta qualche corso domenicale ed 
fidanzata con uno studente che fa l'ultimo anno di legge. Non
capivo qual era la parte di Sutton nella sua vita. Cosa significavano
gli sguardi che le rivolgeva, pieni di allusioni, come se tra
loro ci fosse un segreto inconfessabile? No, era impossibile.
Eppure qualcosa doveva esserci.
Mi indic la strada, e lasciammo il centro per avviarci verso
nord, passando davanti agli uffici della concessionaria. Le feci
qualche domanda, e lei mi disse di aver abitato a Lander quasi
tutta la vita, salvo un paio d'anni che aveva trascorso in una
citt vicina per gli studi. I suoi genitori si erano trasferiti in
California e lei abitava con la sorella e col cognato. Cercai di
scoprire, indirettamente, se aveva un ragazzo, ma sfugg alle
mie domande senza dirmi n s n no. In ogni modo avevo
notato che non portava un anello di fidanzamento.
Ci fermammo davanti a una casetta bianca, su una strada
laterale dal fondo coperto di ghiaia. Nel cortile, circondato da
uno steccato bianco, cresceva un piccolo albero. Le va di
entrare? mi chiese.
Pensai: perch no? Volentieri, grazie.
Sulla strada non c'erano lampioni, ma la luna era alta e potei
scorgere l'ombra pi scura dei rampicanti che crescevano lungo
lo steccato e sulla veranda. L'aria era greve e dolce, satura di un
profumo che non sentivo da anni. Dopo un poco mi accorsi che
era odore di caprifoglio. Per completare il quadro, pensai, il
cancello di legno dovrebbe cigolare un poco e incagliarsi nel
terreno. Infatti, per entrare, dovetti sollevarlo leggermente sui
cardini.
Le luci erano spente. I Robinson erano seduti sui gradini della
veranda. Quando videro che c'era qualcuno con Gloria,
accesero la lampada che illuminava l'ingresso. La sorella era
un'altra Gloria, in una versione un po' pi attempata e un po'
pi voluminosa, con gli occhi grigi anzich viola. Si dimostrarono
molto gentili, ma leggermente imbarazzati, come gente
che avesse l'abitudine di frequentare poco i propri simili. Gloria
fece le presentazioni. Il signor Robinson era un uomo magro,
all'incirca della mia et, con radi capelli biondi e con gli occhiali
senza cerchiatura.
Il signor Madox  il nuovo venditore della concessionaria, disse Gloria.
S, e nelle ore libere faccio l'apprendista baby-sitter, aggiunsi ridacchiando, tanto per rompere il ghiaccio. Ci stringemmo
la mano.
Credo che, a giudicare dalla stazza, lei riuscirebbe anche a
tenere a bada una banda di bambini scalmanati, disse
Robinson con un sorriso.
Mentre uscivano, la signora Robinson si volt per chiamare
sua sorella: Gloria, offri qualcosa al signor Madox.
Grazie, dissi, abbiamo appena bevuto qualcosa.
Solo allora mi accorsi della bambina. Doveva avere due o tre
anni, o gi di l, ed era seduta in un angolo vicino alla porta.
Era bionda, con un paio di grandi occhi spalancati, avvolta in
una lunga camicia da notte. Tutti biondi in questa casa, pensai.
Se facesse un po' pi fresco, sembrerebbe di essere capitati in
Finlandia.
Questa  Gloria II, disse la signorina Harper e aggiunse,
rivolgendosi alla bambina: E questo  il signor Madox.
Non so mai cosa dire ai bambini. Non sono capace di fare le
moine, e scommetto che non piacciono nemmeno ai bambini.
Piacere, dissi. La bimba mi guard con la stessa gravit di
sua zia e disse anche lei: Piacere.
Poi pensai a quello strano nome. Gloria II? domandai alla
signorina Harper.
La zia sorrise. L'hanno chiamata come me. E quando sono
venuta ad abitare con loro, c'era pericolo di far confusione. Del
resto, il pi delle volte la chiamiamo semplicemente "tesoro".
Non c' pericolo di fare confusione lo stesso?
Smise di sorridere. Perch?
Come perch? Non c' nessuno che chiami "tesoro" anche lei?
No.
Mi meraviglio molto, dissi con tono di finta indignazione,
per toglierla dall'imbarazzo.
Port dentro Gloria II per metterla a letto. Quando ritorn,
io stavo ammirando gli acquerelli appesi alle pareti in
soggiorno. In uno di essi avevo riconosciuto il ponte di legno su
cui eravamo passati per recarci al pozzo di petrolio.
Sono belli, dissi. Li ha fatti lei?
Annu col capo. Non ho molto talento, ma mi diverto a dipingere.
A me piacciono.
La ringrazio, disse.
Uscimmo e ci sedemmo sulla veranda, coi piedi sugli scalini.
Un piccolo cocker spaniel spunt da dietro l'angolo, mi squadr
da capo a piedi e salt sulla sedia a dondolo. Diedi a Gloria una
sigaretta e ci mettemmo a fumare in silenzio. Alla luce della
luna le foglie del caprifoglio sembravano fatte di pelle lucida.
Emanavano un profumo che riempiva la notte.
 bello qui, vero? disse Gloria. Qualche volta, quando
c' questo silenzio, si sentono cantare gli usignoli.
C'era un gran silenzio intorno a noi, ma non riuscimmo a
sentirli.
Per, riprese Gloria, a me sembrano un po' tristi.
Si direbbe che siano un'eco proveniente da un luogo
remoto. Forse quelli che sentiamo sono morti mille anni fa.
Si gir verso di me. Non ci avevo mai pensato, ma sembra
proprio cos.
I suoi occhi sembravano pi grandi. Al buio avevano perduto
il loro viola e brillavano di un nero lucido. Lei  davvero
molto graziosa, dissi.
La ringrazio, ma dipende dalla luce della luna.
No, il merito non  della luna.
Non disse nulla. Gettai la sigaretta che scomparve oltre lo
steccato con una scia luminosa. Posso chiederle perch ha
paura di Sutton?
Gloria si irrigid all'improvviso. Bench fosse seduta accanto
a me, ebbi l'impressione che si allontanasse e mi sfuggisse.
Non capisco a cosa si riferisca.
Certo,  una cosa che non mi riguarda.
La prego... Anche la sua voce era cambiata, facendosi
tesa e spaventata. Perch si ostina a immaginare cose che non
esistono, signor Madox?
Stavo per dire qualcosa, ma in quel momento arriv un'auto
davanti al cancello e si ferm. Ne discese un ragazzo sulla
ventina, vestito di bianco. Si chiamava Eddie Qualcosa,
studiava in una citt vicina ed era tornato a Lander per le
vacanze estive. Tutti e tre, seduti sugli scalini, parlammo per un
po' del pi e del meno: del caldo che faceva, della scuola, degli
studenti che venivano chiamati alle armi per la guerra in Corea.
E lei in che arma era, signor Madox? chiese Eddie
Qualcosa.
In marina. Poi mi buscai una ferita e nel '44 mi passarono
alla marina mercantile. Di colpo mi sembr strano sentirmi
chiamare, signor Madox, e ancora pi strano che dopo dieci
anni si parlasse gi di un'altra guerra. Perch stavo l a parlare
con quei due ragazzi? Mi alzai, gettai la sigaretta e dissi: Be',
ci vediamo.
Se ne va cos presto? domand Gloria.
S. Salii in macchina e partii a tutta velocit verso l'autostrada,
pieno di una cupa inquietudine e di rancore contro tutto
e tutti. A che serviva correre all'impazzata in quel modo? Scesi
verso il fiume, feci un bagno e tornai a Lander che non erano
ancora le dieci. La pensione era avvolta in un silenzio assordante.
Anche i due vecchi della stanza a fianco se n'erano
andati chiss dove. Mi asciugai il sudore dalla faccia e cercai di
restare immobile e quieto sul letto.
Ebbene? aveva detto. Seduta sulla poltrona con le gambe
allungate e con le punte dei sandali che si toccavano. Mi aveva
fissato con uno sguardo torvo, con la sua carne traboccante e
vogliosa e aveva detto: Ebbene?
Ebbene?
Attorno a me tutte le cose apparivano contorte e trasfigurate.
Forse dipendeva dalla luce della luna. Le ombre erano gonfie e
nere. Nulla conservava l'aspetto che aveva di giorno. La
stazione di rifornimento era una calda oasi di luce, ma io l'avevo
lasciata alle mie spalle, procedendo in fretta nel viale. Poi attraversai
la strada e mi inoltrai tra gli alberi. Mi aprii un varco in
mezzo agli oleandri e per un attimo rimasi immobile nella loro
ombra, guardando la casa e il prato. L'unica automobile ferma
davanti all'ingresso era la Buick coup, esattamente dove
l'avevo lasciata. Le finestre della casa erano buie. Mi avvicinai al portico.
La controporta non era chiusa a chiave.
In soggiorno una luce sottile filtrava attraverso le veneziane.
Dentro non c'era nessuno. Trovai gli scalini e salii. Nel breve
corridoio c'erano due porte e, in fondo, una finestra. Una delle porte era aperta.
Era sdraiata sul letto, vicino a una finestra, e guardava fuori,
verso il cortile. Dalla vita in su era nascosta in un'ombra
profonda, ma la luce della luna cadeva di sbieco sul fondo del
letto facendo scintillare leggermente la catenella d'oro che portava alla caviglia.
Harry, disse, e il whisky le rendeva la voce pi spessa.
Hai trovato la strada, Harry?
Cosa c' di incredibile, pensai, se ho trovato la strada? I cani la trovano sempre.
...
.
...
CAPITOLO 5.
...
.
...
Harry?
Che c'?
Vuoi qualcos'altro da bere?
No.
Perch no?
Basta cos. Mi  venuto mal di testa.
Non pu essere stato il whisky. E un ottimo bourbon. Non
pu averti fatto venire il mal di testa.
Gi, tutta roba di prima scelta. Va bene, non  stato il
whisky.
Mi piaci, disse. Non bevi molto, ma sei, in gamba.
Harry, sai cosa?
Cosa?
Sei in gamba.
Se lo dici tu.
Ma che tipo. Te lo dir ancora, se ti fa piacere. Sei in
gamba. Sei tenero. Sei un bestione con una faccia che manderebbe
lo specchio in frantumi, ma sei tenero. Sai cosa voglio
dire?
No. Accesi una sigaretta e rimasi sdraiato sulla schiena a
fissare il soffitto. Doveva essere quasi mezzanotte. Sentivo nella
testa un battito lento e doloroso, come il fruscio di una ruota in
movimento: il whisky mi aveva lasciato in bocca un sapore
dolciastro. Immaginai che Dolores facesse il bagno nell'acqua di
colonia: la stanza era satura del suo profumo.
Harry?
Cosa c'?
Tu non mi trovi grassa?
Ma che idea.
Vero che non ti metteresti a far l'amore con una ragazzina?
No. Mi voltai a guardarla. La luce della luna, entrando
dalla finestra, si spandeva sul letto e cadeva di traverso su di lei,
illuminandola dalla vita fino al seno, grande ed esteso, che oscillava
leggermente ora che Dolores, con la mano, agitava il
ghiaccio nel bicchiere. Mi venne fatto di pensare a una pesca
matura e un po' ammaccata che stava cominciando a guastarsi.
Adesso era in pieno rigoglio ma nel giro di un anno o poco pi
di quella vita, passata tra letto e whisky, sarebbe deflagrata.
Ebbene? chiese con sarcasmo. Debbo accendere la
luce?
Mi hai fatto una domanda, no? Non vuoi che ti risponda?
Ridacchi. Via, non essere cos permaloso. Scherzavo. Io
non ci faccio caso, sai. Versami un altro po' di whisky.
Ne aveva gi bevuto anche troppo, ma allungai la mano oltre
la sponda del letto in cerca della bottiglia. Tanto per chiuderle
la bocca, pensai. La bottiglia era vuota.
Non ce n' pi, dissi.
Come sarebbe a dire, non ce n' pi? Dov' andato a finire?
Magari la bottiglia perde, dissi annoiato.
Che cretinata. Avanti, beviamoci qualcos'altro. Si sedette
sul letto e ne discese con mosse malferme, col seno all'aria.
Odorava di whisky e di colonia. Si mise a canticchiare You'd
Be So Easy To Love, sottovoce. Ne ho dell'altro nascosto in
cucina. Debbo tenerlo nascosto, perch George non beve e,
quando  in casa, non vuole che beva neanch'io. Al diavolo lui
e le sue maledette ulcere.
La sentii inciampare in qualche cosa in soggiorno e poi
bestemmiare. Aveva un vocabolario da scaricatore di porto. Il
mio mal di testa andava sempre peggio, e mi domandai cosa
aspettavo ad andarmene. Dolores stava per prendersi una
sbronza coi fiocchi. Un po' faceva la gatta e un momento dopo
tirava fuori gli artigli. A me sono sempre piaciute le ragazze che
non fanno tanti complimenti, ma lei cominciava a esagerare,
anche per i miei gusti. Era piena di talento in ci che faceva ma
era estremamente specializzata. Una volta conosciute a fondo le
sue attitudini particolari, era inutile perder tempo a cercare di
imbastire una conversazione.
Dopo qualche minuto ritorn portando un'altra bottiglia di
whisky e una specie di vassoio carico di cubetti di ghiaccio.
Depose il ghiaccio sul com, e la vidi armeggiare con le mani in
cerca di qualche cosa.
Harry, adesso ci facciamo un'altra bevuta, disse con la
voce spessa. Caro vecchio Harry... Harry  il miglior amico
che una ragazza possa trovare... Ma dove ho messo quelle
dannate sigarette... Harry, accendi la luce, per piacere. Ho
bisogno di fumare.
Allungai la mano e accesi l'abat-jour sul comodino. Trov
quel che cercava e si volt verso di me, con la sigaretta penzolante
dalle labbra e la catenella d'oro intorno alla caviglia. Mi
guard con un sorriso torpido, quasi ebbro.
Harry, tu non pensi che sono grassa, vero?
Ci risiamo, pensai. No, dissi.
Sorrise di nuovo. Tu di queste cose te ne intendi di sicuro.
Stringeva la bottiglia tra le mani e tentava di togliere il tappo.
Si ferm un attimo, con l'aria di riflettere seriamente su
qualcosa, e rise: Sai che hai avuto un bel coraggio?
A far cosa?
A venire in casa mia in questo modo. E proprio nella mia
stanza.
Ho corso un bel rischio, pensai. S, certo, avrei potuto finire
intrappolato nel traffico.
Cosa avresti fatto se mi fossi messa a gridare?
Non so, risposi. Forse sarei scappato.
Ma non pensavi che mi sarei messa a gridare, vero?
Come facevo a saperlo?
Ma s che ne eri sicuro, dai. C'era una vaga ironia nella
sua voce.
Ti ho gi detto che non potevo saperlo.
Gi, non lo sapevi. Smise di armeggiare intorno alla bottiglia
e mi fiss negli occhi. So io quel che pensavi. E sai cosa
ti dico?
Cosaa?
Che non me ne importa un accidente. Cosa crederai mai di
sapere tu?
E piantala. dissi.
Io so quello che pensi. Proprio cos.
Se lo dici tu...
Pensi che io sono una poco di buono, e che il primo venuto
pu entrare in camera mia, vero? Ma ti dir quello che ti
meriti...
Sei ubriaca, le dissi. Perch non stai un po' zitta?
Devo stare zitta, eh? Perch non mi metti le mani addosso
per farmi tacere?
Non sarei il primo.
La bottiglia le scivol dalle mani. Afferr il vassoio del
ghiaccio e me lo tir addosso. Il vassoio mi rimbalz sulle
costole, spargendomi addosso il ghiaccio. Balzai dal letto e mi
avventai su di lei. Era proprio un bello spettacolo: si proteggeva
il petto con le braccia, fremeva di una rabbia cieca ed era nuda,
in una posa da calendario da camionista. La afferrai per un
braccio e le diedi una spinta, facendola cadere di traverso sul
letto. Tutto il suo spirito combattivo si esaur. Croll di colpo e
si mise a piangere.
Harry, singhiozz voltandosi sulla schiena e guardandomi
con gli occhi umidi. Dove vai, Harry?
All'inferno, risposi.
Ormai la luna era quasi tramontata, le strade erano deserte e
cariche d'ombra. A un centinaio di metri da l, sul corso, le auto
passavano rade. Nei pressi del vecchio edificio della vecchia
ferramenta, invece, non si scorgeva n luce n movimento. Mi
fermai a osservare la casa, cercando di scuotermi di dosso il
disgusto e il mal di testa e di sottrarmi al peso invisibile di quel
profumo soffocante.
Dal punto in cui mi trovavo, spingendo lo sguardo oltre il
piccolo appezzamento coperto di sterpi che confinava con la
traversa, scorgevo a stento la piccola finestra del bagno, quella
che avevo aperto il giorno prima. Potevano passare settimane o
mesi prima che a qualcuno venisse in mente di guardare se la
finestra era chiusa. Avevo tutto il tempo di riflettere con calma
e di prendere una decisione, ma ormai sapevo che era inutile
aspettare. Sapevo benissimo cosa mi sarebbe capitato se continuavo
a vivere a Lander, vicino a quella strega insaziabile.
Oh certo, avrei dovuto tenermi alla larga da Dolores. Ma come
potevo fare? Quante probabilit avevo di evitare di mettermi nei
guai, ora che mi ero imbattuto in quella sgualdrina? Zero. E non
vi era nulla che mi permettesse almeno di sperare in un miglioramento
della situazione. Era una spugna imbevuta d'alcol. E con
le pazzie alle quali si abbandonava quando era ubriaca, era pi
pericolosa di un serpente a sonagli, specie in una cittadina piccola
come Lander. Era impossibile prevedere cosa poteva passarle per
la testa. L'unica cosa da fare era squagliarsela in fretta e lasciare
che si attaccasse a qualcun altro.
Eppure dovevo aspettare, se non volevo rinunciare all'idea
che mi ronzava nel cervello. Ci sarebbe voluto almeno un mese.
No, di pi, perch non si pu arrivare in un posto, fare un colpo
simile e tagliare subito la corda. Anche uno stupido avrebbe
mangiato la foglia. Diedi un'altra occhiata all'edificio. Era
esattamente quel che ci voleva: disabitato e abbastanza lontano
dalle tre o quattro baracche allineate lungo la via. La sola difficolt
era che dovevo entrare e uscire senza farmi vedere. Per
non correre rischi, dovevo aspettare che calasse la luna, oppure
approfittare di una notte coperta o piovosa. Dall'altro lato della
traversa, due o tre catapecchie guardavano proprio verso la
finestra del bagno e c'era il rischio che qualcuno rimanesse
sveglio e guardasse fuori.
Ritornai alla pensione e mi coricai, restando sveglio a lungo
ripensando al mio progetto. Prima di addormentarmi mi
ricordai di non aver esplorato a sufficienza la strada su cui si
apriva la porta laterale della banca. Mi ero spinto un paio di
volte fino all'angolo, ma non mi ricordavo com'era il posto. Se
dal lato opposto ci fosse stato un negozio, per esempio, con una
porta o qualche vetrina, sarebbe stato troppo pericoloso. Era un
punto che dovevo chiarire prima ancora di prendere in considerazione
il mio progetto. Comunque, potevo aspettare fino al
mattino.
Il giorno dopo era domenica. Mi svegliai verso le dieci con un
cerchio intorno alla testa e con la sensazione di essere stato
preso a cazzotti in una rissa. Mi sentivo mezzo morto, apatico e
svogliato. Andai in centro a bere un succo d'arancia e un caff,
comprai un giornale e poi, camminando lentamente, feci il giro
dell'edificio in cui si trovava la banca.
Non avrei potuto chiedere di meglio. Era perfetto. Dalla parte
opposta della traversa nessuno poteva sorvegliare l'ingresso
laterale della banca. C'era un negozio, ma guardava sul corso,
mentre l'angolo verso la traversa era costituito da un muro di
mattoni senza finestre. Oltrepassai l'angolo, continuando la mia
passeggiata come un cittadino distratto che approfitti della
domenica mattina per sgranchirsi le gambe. Proprio dietro la
banca c'era un vicolo che attraversava tutto l'isolato. Nel punto
in cui si sfociava nella strada successiva, sorgevano alcuni
palazzi occupati da uffici e negozi, che guardavano anch'essi
verso il corso. Perfetto, pensai, il buon giorno si vede dal
mattino.
Il marted seguente, sapendo che la banca doveva aver
ottenuto il trasferimento del mio conto di Houston, andai a
incassare un assegno di cinquanta dollari. Cos potei studiare
ancora una volta la disposizione interna dei locali e osservare
com'era distribuito il personale. C'erano quattro uomini al
lavoro: uno per ciascuno dei due sportelli, un funzionario
seduto alla scrivania e un contabile occupato intorno alle calcolatrici.
Erano tutti giovani o a malapena di mezza et, salvo quel
tizio con cui avevo parlato la prima volta. Doveva essere l'unico
che non si muoveva mai dal suo posto, perch era troppo
vecchio e malandato per appartenere alla squadra dei pompieri
volontari. Questa volta la porta del retro era semiaperta, e potei
verificare che si apriva verso l'interno immettendo in un
gabinetto. Perfetto.
Adesso i pezzi cominciavano a combaciare nella mia mente.
Il gran problema era quello di ingannare l'attesa. Il resto
sembrava facilissimo. Per prima cosa dovevo mettere a punto il
congegno di innesco, ma anche per questo avevo gi pronto il
mio piano. Per procurarmi ci che mi occorreva, dovevo per
recarmi fuori dal paese. Sarebbe stato troppo rischioso fare gli
acquisti a Lander e tenere tutto l'armamentario nella mia
stanza. In una cittadina cos piccola era come vivere dentro una
vasca di vetro. Perci il gioved dissi a Harshaw che l'indomani
mi sarei preso un giorno di libert per andare a Houston e
cercare di incassare il denaro che mi doveva un tale.
Non avevo pi visto Dolores Harshaw. Quel gioved
pomeriggio mi imbattei invece in Gloria Harper. Ero andato a
bere una Coca-Cola alle tre del pomeriggio e la vidi seduta a un
tavolino, tutta sola. Quando alz gli occhi e mi sorrise, andai a
sedermi vicino a lei.
Ha qualche impegno per stasera? domandai.
Scosse la testa. Nessuno.
Ottimo, mi sembra che al cinema diano Nascita di una
nazione. Che ne direbbe se ci andassimo?
Dicono che non sia un granch. Per mi piacerebbe
andarci. Il suo sorriso era qualcosa di poco comune. E io mi
accorsi che, quando mi trovavo con lei, la prima cosa che
cercavo era proprio il suo sorriso.
Andai a prenderla verso le sette. Al cinema proiettavano due
film. Nascita di una nazione non era male. Ma uscimmo senza
aspettare il secondo. Stavamo tornando verso la mia auto
quando Gloria si ferm a comprare una matita da un vecchio
negro. Era il cieco che avevo visto in banca la mattina dell'incendio.
Aveva una bancarella sul marciapiede.
Come va stasera, zio Mort? gli chiese Gloria.
Bene, signorina Gloria. Grazie.
L'aveva riconosciuta dalla voce. Chi  quel vecchio? le
domandai mentre salivamo in macchina.
Si chiama Mort. Lo conosco da quando ero in fasce. E per
quanto ricordo,  sempre stato dietro alla sua bancarella, per sei
giorni alla settimana e per quindici ore al giorno.
Ha proprio bisogno di quella matita?
Arross, imbarazzata. Be', pu sempre servire.
Dopo un breve giro in macchina, la riaccompagnai a casa.
Tutte le luci erano spente. I Robinson erano usciti. Ci
fermammo qualche minuto davanti al cancello, alla luce della
luna. Mi sorpresi a pensare che Gloria non era semplicemente
bella, era una delle ragazze pi amabili che avessi mai
conosciuto in vita mia. Per un attimo mi sentii impacciato come
un ragazzo. Avrei voluto baciarla e avevo paura di farlo.
Be', buonanotte, dissi.
Buonanotte. La ringrazio. Il film mi  piaciuto veramente.
Razza di stupido rimbambito, gi che c'eri, potevate anche
recitare insieme qualche rosario, mi rimproverai.
La mattina seguente partii verso le dieci ma non andai a
Houston. Mi spinsi in macchina fino a una citt in cui non ero
mai stato prima, distante pi di centocinquanta chilometri.
Presi una camera in un albergo e uscii a fare le mie spese.
In una bottega comprai una sveglia, in un'altra due confezioni
di cotone idrofilo. Poi feci il giro dei negozi a buon mercato per
procurarmi il resto. Acquistai un saldatore, un po' di stagno, un
paio di pinze, un pezzo di filo di rame e qualche foglio di carta
vetrata. Mentalmente mi ero fatta una lista di ci che mi occorreva,
e ogni volta che uscivo da una bottega cancellavo le voci a
cui avevo provveduto. Completai gli acquisti con un rocchetto
di filo e una piccola torcia elettrica. Poi m'infilai in un emporio
e comperai una confezione da sei di birre in lattina e una scatola
di grossi fiammiferi da cucina. Pregai il commesso di regalarmi
una scatola di cartone larga circa trenta centimetri e lunga
mezzo metro. Tornai in albergo, misi le birre in fresco, chiusi le
imposte e mi accinsi al lavoro con la sveglia.
Tolsi il coperchio della suoneria, lasciando scoperto il
battente. Infilai la spina del saldatore nella presa della corrente
aspettando che si scaldasse. Tagliai due pezzi di filo di rame in
modo che fossero appena un po' pi corti dell'intero spessore
della sveglia. Quando il saldatore fu caldo, saldai i due pezzi di
filo sull'estremit del battente, uno da ogni lato, lasciandovi
colare molto stagno affinch la saldatura riuscisse quanto pi
rigida possibile. Poi caricai la sveglia, misi l'allarme e feci un
primo esperimento. La croce formata dal battente e dai fili di
rame si mise a vibrare rapidamente senza spezzarsi.
Andai a prendere una lattina di birra, l'aprii e ritornai a
controllare il risultato del mio lavoro. Ancora un po' di
pazienza, e avrei saputo se potevo fidarmi del mio congegno.
Bevvi un sorso di birra, accesi una sigaretta e mi rimisi all'opera.
Avvolsi un foglio di carta vetrata intorno all'ovatta arrotolata,
facendone due pacchetti che assicurai con un po' di filo.
Poi presi quattro fiammiferi da cucina e li disposi in modo che
due capocchie sporgessero da ogni parte e le altre estremit
fossero leggermente sovrapposte al centro. Collocai i fiammiferi
sul braccio di rame che avevo saldato al battente della suoneria,
e ve li legai con diversi giri di filo. I fiammiferi sporgevano di
circa un centimetro rispetto alla parte anteriore e a quella posteriore
della sveglia. Dopo aver caricato la suoneria e messo
l'allarme, deposi la sveglia sul fondo della scatola che mi ero
fatto dare dal commesso della tabaccheria. Vi collocai anche i
due rotoli di ovatta coperti di carta vetrata, uno davanti e uno
dietro la sveglia. Mi accorsi che i rotoli, essendo troppo grossi,
avrebbero bloccato il braccio di rame impedendogli di vibrare
liberamente. Era necessario ottenere un giusto grado di
tensione, n troppa n troppo poca. Era questa la ragione per
cui avevo riempito la carta vetrata di cotone. Se avessi adoperato
un pezzo di legno o un altro corpo rigido, avrei dovuto
calcolare tutte le misure con una precisione millimetrica perch,
altrimenti, i fiammiferi non avrebbero toccato la carta vetrata,
oppure, essendo troppo vicini a essa, ne sarebbero stati bloccati.
Occorreva invece che tra i fiammiferi e la carta vetrata si determinasse
l'attrito necessario per l'accensione.
Tolsi un po' di ovatta dai due rotoli e li avvolsi nuovamente
con la carta vetrata. Questa volta andava bene. Le capocchie
dei fiammiferi urtavano appena contro la carta vetrata e
quest'ultima, non essendo troppo piena di ovatta, cedeva facilmente.
Bene, pensai. Bevvi un altro sorso di birra e mi sedetti
ad aspettare. Dopo un po' si sent un piccolo scatto, l'allarme
funzion e il braccio di rame si mise a vibrare violentemente. Le
capocchie dei fiammiferi strofinarono contro la carta vetrata e
si accesero tutt'e quattro con una fiammata.
Ripetei la prova dodici volte, e ogni volta riusc perfettamente.
Mi sedetti, con la birra in mano, a contemplare la mia opera.
Fu allora che, per la prima volta, mi resi conto di ci che stavo
per fare. Mi preparavo a svaligiare una banca, con l'aggravante
dell'incendio doloso. Se mi beccavano, finivo dritto in galera.
Fai pure, pensai, continua pure a vendere macinini di seconda
mano per altri quarantanni e magari il giorno che andrai in
pensione ti daranno un attestato per il lavoro svolto e ti regaleranno
un orologio da quaranta dollari.
Al ritorno lasciai tutto l'armamentario nel portabagagli
dell'automobile. Se avessi portato quella roba in camera, la
padrona, una vecchia zitella, l'avrebbe adocchiata gi la
mattina seguente, quando sarebbe entrata per le pulizie, e a
stimolare la sua curiosit bastava molto meno. Nell'auto conservavo
una vecchia coperta che era gi l dentro quando avevo
comprato la macchina, otto mesi prima. Avevo avvolto tutta la
roba nella coperta, e ci poteva bastare per nasconderla,
nessuno avrebbe potuto scoprire niente. Per completare i preparativi
mi occorreva una corda, ma non volevo comprarla in un
negozio perch il commesso che me l'avesse venduta avrebbe
potuto ricordarsi facilmente l'episodio. Se tenevo gli occhi
aperti, non avrei tardato a trovarne un pezzo da qualche parte.
Appena tornato in paese feci un salto alla concessionaria e
rimasi all'esposizione fino alla fine dell'orario di lavoro. Alla
pensione trovai due lettere per me, scritte entrambe dalla stessa
mano, col timbro di Lander ma prive del mittente. Salii nella
mia stanza, mi sedetti sul letto e le aprii.
Caro Harry, diceva la prima. Ti prego di telefonarmi,
Sento molto la tua mancanza e ti chiedo scusa per il modo in
cui mi sono comportata. La tua affezionata amica. Mancava
la firma. Meno male, le era rimasto un briciolo di buon senso.
Passai alla seconda. Harry, c'era scritto, perch non ti fai
vivo? Perch? Non posso stare senza tue notizie. Ti ho gi fatto
le mie scuse, che altro dovrei fare? Ho assolutamente bisogno di vederci.
Mi domandai se era impazzita. Strappai le due lettere e ne
bruciai i frammenti nel posacenere, mentre un sottile brivido di
apprensione mi percorreva la schiena. Cosa aveva in mente di
combinare? Cosa avrebbe fatto in occasione della prossima sbronza?
...
.
...
CAPITOLO 6.
...
.
...

Il giorno dopo era domenica. Feci colazione, poi salii in
macchina, presi l'autostrada e infine imboccai il viottolo che
conduceva verso il greto del fiume e il pozzo di petrolio.
Quando giunsi tra i pini della collina che sorgeva presso le
vecchie fattorie abbandonate, trovai una sterrata solcata da
pneumatici che si perdeva nel bosco. Portai la macchina in
mezzo agli alberi, e la lasciai l, lontano dalla strada e dalla vista
dei passanti. Era una bella mattinata, tranquilla e calda, e
l'odore intenso dei pini saturava l'aria. Si stava bene l da solo,
lontano dal centro, e mi incamminai lungo il pendio della
collina, avendo cura di non farmi vedere dalla strada. Dopo un
po' trovai quel che cercavo: i resti di un vecchio pino steso a
terra. La corteccia e le parti esterne dell'albero erano cadute da
un pezzo, lasciando scoperti i nodi e il nucleo centrale del
tronco. Non avevo un'ascia, ma potevo farne a meno. Sollevai il
tronco e lo appoggiai a un ceppo, poi vi saltai sopra in modo da
spezzarne la parte che mi occorreva. Osservai il punto in cui il
legno si era spezzato: era puro cuore di pino, del tipo che
adoperavamo da ragazzi per accendere dei fal.
Stavo per ritornare all'auto quando mi resi conto di essere
giunto presso l'orlo della radura in cui sorgeva una delle fattorie
abbandonate. Lasciai il pezzo di legno in uno spiazzo aperto, in
cui potessi ritrovarlo facilmente, e seguii i bordi della radura
arrivando sul retro della casa. Le porte erano scardinate.
Dentro la casa, si vedevano soltanto ragnatele, polvere e pezzi
di vetro caduti dalle finestre infrante sparsi dappertutto. Entrai,
attraversai il pianterreno fino alla porta d'ingresso e guardai
fuori. Di l si poteva dominare un buon tratto di strada. La
sabbia luccicava al sole, non vi era traccia di vita e non si udiva
alcun rumore di veicoli. Un granaio sorgeva a poca distanza
dalla casa, sulla sinistra, oltre una distesa di sabbia e di sterpaglia.
Mi avvicinai all'ingresso del granaio e guardai dentro.
Era immerso in una penombra fresca e immobile, con un
vago odore di fieno polveroso e di vecchio concime. Sopra di
me scorsi un soppalco di legno che sembrava vuoto. In un
angolo, davanti alle stalle e alle mangiatoie, c'era un ripostiglio
separato da un muro divisorio. Guardai nel ripostiglio e
constatai che la fortuna continuava ad assistermi: da un cavicchio
infisso nel muro pendevano un collare da cavallo, che stava
perdendo la sua imbottitura, e un pezzo di briglia di canapa,
lungo circa quattro metri. Staccai la briglia dal muro e la tastai.
Era molto vecchia ma ancora abbastanza robusta per l'uso che dovevo farne.
Stavo arrotolandola quando improvvisamente sentii un'automobile
che si avvicinava sulla strada. Mi fermai e rimasi in
ascolto. Si sentiva chiaramente il rumore del motore che arrancava
sullo spesso strato di sabbia. Mi scossi di dosso l'agitazione
che mi aveva preso e bestemmiai sottovoce. Stavo diventando
troppo nervoso. Non poteva essere altri che Sutton: o andava in
paese o ne ritornava dopo averci passato la notte del sabato. Ma
l'automobile non prosegu la sua corsa. La sentii rallentare e poi
avviarsi in direzione della casa abbandonata. Si ferm proprio
davanti all'ingresso principale.
Cominciai a sudare. Non che stessi facendo qualcosa di male,
ma il mio comportamento poteva sembrare sospetto e non
volevo attirare l'attenzione di qualcuno. Era proprio quello che
dovevo evitare. Come potevo spiegare la mia presenza nel
vecchio granaio, a quasi un chilometro dal punto in cui avevo
lasciato la macchina? Mi guardai intorno, cercando un posto
per nascondermi o un'uscita per svignarmela. Non potevo
uscire dal granaio, perch dalla casa mi avrebbero visto facilmente.
Mi accorsi che mancavano due assi nel tavolato che
costituiva la parete posteriore del granaio. Con qualche sforzo,
avrei potuto passare di l. Ma ci ripensai all'ultimo momento,
non appena notai un piccolo buco nella parete che dava sulla
casa, dal quale avrei potuto scoprire chi era arrivato e cosa
aveva intenzione di fare. Chiunque fosse, probabilmente si
sarebbe fermato solo pochi minuti, senza avvicinarsi al granaio.
Dal mio nascondiglio potei vedere la macchina che si era
fermata davanti all'ingresso della casa. E la persona che stava
scendendo non era un uomo. Era Gloria Harper.
Ci rimasi di stucco. Cosa veniva a fare da quelle parti? E cosa
diamine era quella roba che stava scaricando dall'auto e
deponendo in veranda? Per quel poco che potevo distinguere, si
trattava di un portafrutta e di un piatto di porcellana. C'era
anche un altro oggetto che assomigliava a una piccola asse per
impastare. Vuoi vedere, pensai, che si mette a fare la brava
massaia in quella catapecchia mezza distrutta?
Dopo un po' vidi che Gloria aveva in mano dei pezzetti di
legno, simili a bastoncini, e cominciai a capire. Erano pennelli.
Si era portata dietro gli acquerelli per dipingere. Quello che mi
era sembrato un'asse per la pasta era in realt un blocco di
carta. Indossava una camicetta a strisce sopra un paio di calzoncini
corti, e la scioltezza con cui si muoveva sulle lunghe gambe
era tale da far trattenere il fiato.
Riun tutti i materiali per dipingere e si sedette all'ombra,
sulla soglia della veranda, tenendo i piedi sugli scalini e il blocco
di carta sulle gambe. Cominci ad abbozzare la sagoma del
granaio con lunghi segni a matita o di carboncino. Poi si mise a
mescolare i colori nel piatto bianco, intingendo i pennelli in
quello che avevo scambiato per un portafrutta. Era assorta in
ci che stava facendo. Sola com'era e ignara di essere osservata,
aveva nel viso qualcosa di radioso, qualcosa di dolce e molto
attraente che tuttavia, nella quiete della sua espressione, non
alterava la serena dignit che le era propria. Mi venne voglia di andare da lei.
Gi, pensai, farei una bella frittata. Non potevo muovermi.
Come avrei spiegato la mia presenza? Un momento, forse c'era
una soluzione. Probabilmente Gloria si sarebbe trattenuta
ancora a lungo. Potevo uscire dal buco sul retro del granaio e
andare nel bosco senza farmi vedere, poi raggiungere la mia
auto e tornare verso la fattoria facendo finta di essere diretto al
fiume per andare a fare una nuotata. Sarebbe stato abbastanza plausibile.
Stavo per lasciare il mio nascondiglio quando dalla strada
giunse il rumore di un'altra auto. Il conducente, chiunque fosse,
doveva aver visto Gloria sulla veranda, perch improvvisamente
rallent e infil il sentiero verso la casa. Tornai al mio posto di
osservazione. Lei aveva deposto il pennello e stava osservando
con apprensione l'uomo che scendeva dalla macchina. Era Sutton.
L'uomo si avvicin all'ingresso e disse qualcosa che non riuscii
a sentire. Sul volto di Gloria apparve un'espressione che non era
soltanto di disagio: era avversione e ripugnanza. Sapendo che
n Gloria n Sutton guardavano adesso verso il granaio, mi
avvicinai alla porta e sbirciai la scena. Di l potevo udire le loro parole.
Come sta la mia bella amichetta? chiese Sutton.
Se si riferisce a me, disse Gloria, sto benissimo, grazie.
Bene, bene. Ha un bell'aspetto, cara. Grazioso anche il
completino. Storse la bocca in una smorfia e la squadr da
capo a piedi. Quel che ci vuole per mettere in' mostra un bel paio di gambe, eh piccola?
Doveva dirmi qualcosa? domand Gloria freddamente.
No. Passavo di qui, e ho pensato di fermarmi a farle un
saluto. A proposito, non  in compagnia del suo amico stamattina?
Quale amico?
Quel tale grande e grosso...
Vuol dire il signor Madox?
Credo che si chiami cos. Ma s, quel tale con cui  venuta
a casa mia l'altro giorno. Vi ho visti andare al cinema insieme,
la notte scorsa, e mi ero fatto l'idea che foste un po' in intimit.
 un tipo disinvolto, eh?
Disinvolto? Le si leggeva sul viso un impeto di disgusto.
Forza, che ci siamo capiti. Eh, piccola?
Mi sentii prudere le mani. C'era qualcosa di osceno dietro le
insinuazioni di Sutton, dietro la sua smorfia sprezzante e i suoi
atteggiamenti da buffone. Mi domandai se era pazzo o soltanto stupido.
Le dispiacerebbe andarsene? La voce di Gloria si era fatta
pi acuta, come se in lei qualcosa stesse per incrinarsi. O preferisce che me ne vada io?
Oh, stavo proprio per andarmene. Ma le dispiace se prima
do un'occhiata al quadro? Sono un grande amante dell'arte.
Gloria strapp lo schizzo dal blocco di carta senza dire una
parola e glielo porse, come se non volesse permettergli di contaminare
pi di un foglio. Sutton lo prese e finse di esaminarlo
con molta attenzione, tenendolo a distanza e annuendo con aria da intenditore.
Promettente, disse, molto promettente. Per, mia cara,
non le pare che ci voglia ancora un po' di rosso? Tanto per
aumentare il contrasto di colore... giusto?
Gloria non disse nulla. Sutton si pieg a raccogliere un
pennello, lo intinse e lo strofin sul foglio. Poi cerc di restituire
lo schizzo a Gloria, che lo lasci scivolare per terra. Era una
scena disgustosa.
Feci un passo verso la casa, ma mi trattenni in tempo. Ero
diventato matto? Cosa c'entravo io in quella storia? Dovevo
farmi gli affari miei, altro che mettermi nei pasticci per niente.
Rimasi dov'ero.
Be', ci si vede in giro, piccola, disse Sutton in quel
momento. Risal in macchina e si allontan lentamente.Gloria rimase seduta ancora qualche minuto, fissando gli
occhi nel vuoto, poi si mise a raccogliere le sue cose e a riportarle
nell'auto. Quando il rumore della macchina si fu spento in
lontananza, mi avvicinai alla veranda. L'acquerello era rimasto
dov'era, tra la sabbia. Sarebbe stato bello, se non lo avesse
rovinato la pennellata di rosso che Sutton aveva tracciato da un
angolo all'altro del foglio. E come ci si era divertito, quell'idiota.
Un giorno o l'altro, probabilmente, qualcuno gli avrebbe fatto
la pelle. Mi chiesi chi sarebbe stato.
...
.
...
CAPITOLO 7.
...
.
...
La sera del luned, mentre mi stavo infilando una camicia pulita, la padrona buss all'uscio.
Il telefono, signor Madox.
Scesi nell'atrio e presi il ricevitore. Pronto, parla Madox.
Harry, disse la voce, perch non ti sei pi fatto vivo?
Mi credi pazzo?
Ho voglia di vederti, Harry.
Senti...
Mi manchi.
Stavo per dirle di andare all'inferno e attaccare il telefono, ma
non lo feci. All'improvviso non riuscivo pi a sottrarmi.
Esercitava uno strano potere, anche da lontano. Forse perch la
voce era coerente con il resto di lei.
Dove sei? domandai.
Al bar. Avevo voglia di andare al cinema, ma mi  passata.
Sono irrequieta... sai come succede. Avrei voglia di fare un giro
in macchina.
Dove?
Prendi l'autostrada, per esempio. Sai quel punto in cui volta
a destra e passa vicino a una vecchia segheria? Segui la deviazione,
non  difficile arrivarci. Una volta infilata la strada, non
puoi sbagliare.
Abbassai la cornetta. Era proprio come diceva lei. Una volta
infilata quella strada, non si poteva uscirne.
Provai a cenare, ma il cibo era stopposo e mi sembrava di
soffocare. Mi misi a camminare sul marciapiede, nervosamente,
senza una meta. Vidi Sutton davanti alla sala corse, con una
manciata di scontrini del totalizzatore. Li controllava uno a uno
e li lasciava cadere ai suoi piedi. Mi fece un vago cenno di saluto
col capo e io mi limitai a guardarlo negli occhi. Mi torn alla
mente quello che aveva detto a Gloria Harper il giorno prima.
Avevo voglia di cancellargli dalla faccia la sua smorfia beffarda
con un paio di pugni e fargli sputare un bel po' di denti. Ma
perch non mi facevo i fatti miei? Sutton non mi aveva fatto
niente di male, e io non ero la balia di Gloria Harper.
Andai a prendere la macchina. Finora avevo cercato di
illudermi che non sarei andato all'appuntamento, ma era inutile
mentire a se stessi. Trovai la strada senza difficolt. La luna non
si era ancora levata, e tra gli alberi faceva buio pesto. La vecchia
segheria sorgeva sull'orlo di un dirupo ingombro di cespugli, a
poco pi di un chilometro dall'autostrada. Alla luce dei fari
scorsi un capannone in rovina e una montagna di segatura, ma
nessuna automobile. Spensi le luci e rimasi ad aspettare
sedendo al volante, finch l'agitazione mi costrinse a scendere e
a camminare.
Poi sentii l'auto che arrivava. Si ferm sotto gli alberi e i fanali
si spensero. Per un attimo vidi brillare la luce interna e capii che
la donna aveva aperto lo sportello per scendere. Mi avvicinai. Io
riuscivo a vederla, ma molto vagamente: una chiazza pi chiara
al posto del viso e dei capelli biondi. Lei, invece, non mi vedeva.
Dove sei? domand.
Non risposi. Avanzai ancora, allungai le mani e gliele misi
sulle spalle. Trasal e si volt cercandomi con le mani. La baciai
di sfuggita mentre le sue mani mi si stringevano intorno al collo
con una forza selvaggia. Pieg il viso leggermente da una parte
e mormor, con la bocca contro la mia guancia. Harry, avevo
tanto bisogno di vederti.
In parte aveva ragione, comunque. Aveva bisogno di vedere
qualcuno. Me o un altro, faceva lo stesso.
Eravamo seduti dentro la macchina, con la luce della luna che
si rifletteva sull'altro lato del burrone. Harry, ma tu mi ami? domand.
No, risposi.
Bella risposta. Almeno potresti dire di s.
E perch?
Cos, perch suona meglio. Del resto non ha molta importanza,
vero?
No.
Penserai che sono innamorata di te, immagino.
Perch dovrei pensarlo?
Perch sono qui. Be', lascia che ti spieghi...
Non c' niente da spiegare. So perch sei qui. Ma non
crederai che si possa andare avanti cos per un pezzo, vero?
Perch no?
Non sei stata tu a chiedermi se avevo mai abitato in una
cittadina di provincia?
Certo. Ma George  andato a una riunione.
 troppo pericoloso. E tu lo sai.
Strano che sia tu a farmi di questi discorsi. Un paio d'ore fa
non eri di questo parere.
Non mi pare che tu mi abbia dato il tempo di avere un
parere, un paio d'ore fa.
Scoppi a ridere. Dammi un altro bacio, e all'inferno le
prediche. Era una strega, non c'era niente da fare. Si stese su
di me, abbandonando la testa tra le mie braccia e appoggiando
i piedi al finestrino. Le sue gambe nude emanavano un vago
bagliore nel buio.
Perch l'hai sposato? chiesi.
Non so. Forse perch cominciavo a sentirmi sola e ad aver
paura. Ero gi stata sposata due volte, ma non aveva funzionato.
Cercavo di guadagnarmi da vivere con un negozietto di
prodotti di bellezza. Intanto gli anni passavano. George lo
conoscevo da un pezzo. Aveva preso l'abitudine di venirmi a
trovare quando capitava a Houston. Era una specie di... modus
vivendi, diciamo cos. Poi, quando sua moglie mor... Si
ferm per un attimo e riprese in tono irritato: Oh, all'inferno.
Non lo so, insomma. Continu a ronzarmi intorno finch mi
arresi. Come potevo sapere che sarebbe stato uno schifo simile?
Allora perch continui a stare con lui?
Si pu sapere dove vuoi arrivare? Mi sembra che non
dovresti lamentarti, proprio tu. Quando voleva, era di una
volgarit disgustosa.
Ma credi di poter tirare avanti cos in eterno?
E chi se ne frega dell'eternit. L'eternit comincia quando uno crepa.
Infatti, pensai, l'eternit comincia quando uno crepa, e
nessuno ha fretta di crepare. Era pazza e pericolosa come
dinamite. Avrei voluto liberarmi di lei, ma sapevo di non poterlo
fare finch continuavo a vivere in quel paese, a meno che non
fosse lei a decidere di piantarmi. Sarei sempre tornato da lei.
Nell'unica attivit di cui le importasse qualcosa, era irresistibile.
Passai un paio di giorni senza vederla. Poi, la notte del
gioved, fui troppo occupato per pensare a lei. Il cielo era
coperto di nubi: proprio la notte che stavo aspettando.
Andai al cinema. Facevano due film, ma assistetti a tutto lo
spettacolo senza veder nulla, tanta era la tensione che provavo.
Quando uscii alle undici e mezzo, il cielo era ancora coperto e
il tuono brontolava lontano, verso ovest. Salii in macchina e feci
una lunga corsa sull'autostrada, oltre il fiume. Cercavo di
ammazzare il tempo, ma il tempo era lento a morire. Era da
poco passata l'una quando tornai in paese. Adesso le strade
erano deserte e le uniche luci ancora accese erano quelle del
caff aperto tutta la notte e di una stazione di rifornimento
all'altra estremit del corso. Feci un ampio giro, percorrendo
strade secondarie, prima di fermarmi sotto un gruppo di alberi,
presso uno spiazzo abbandonato, a una cinquantina di metri dal
vecchio edificio della ferramenta.
Spensi il motore e i fanali e rimasi in macchina per una decina
di minuti. Nessun segno di vita. L'unico agente di polizia in
servizio a quell'ora doveva essere a tre isolati da l, occupato a
bere il caff e a scherzare con la cameriera, alla luce dei neon.
Era inutile aspettare ancora. Non avrei potuto scegliere un
momento migliore. Scesi e aprii il portabagagli. Tutto ci che
mi occorreva era nella scatola di cartone, eccettuata la torcia,
che presi e infilai in tasca.
Una solitaria goccia di pioggia venne a bagnarmi il viso. Era
cos buio che riuscivo a scorgere soltanto il profilo degli alberi,
che formavano una macchia pi scura sullo sfondo del cielo. Poi
distinsi, a malapena, la sagoma quadrata del palazzo. Ero
giunto presso il lato posteriore dell'edificio. E se qualcuno si
fosse accorto che la finestra era aperta e l'avesse richiusa? Se
anche fosse stato, non avrei potuto farci niente. Girai l'angolo
della casa e cercai a tentoni il telaio della finestra.
La finestra cedette subito sotto la pressione della mano.
Nessuno si era accorto di niente. Feci passare la scatola oltre il
davanzale, poi mi arrampicai, passai dall'altra parte e riaccostai
la finestra, Nel buio, seguendo a tentoni le pareti del bagno,
arrivai alla porta, la aprii e la richiusi. Sospirai di sollievo. Fin
qui tutto bene, pensai.
Salii per le scale al piano di sopra. Respiravo a fatica nell'aria
soffocante che stagnava sotto il tetto. Sentii i miei passi riecheggiare
nell'edificio mentre cercavo di farmi strada tra mucchi di
carta e di stracci.
Appoggiai la scatola vicino a un muro ed esplorai la stanza
con la torcia elettrica. C'era solo l'imbarazzo della scelta,
qualunque posto andava bene per il mio scopo. Posai la torcia
su una vecchia sedia e aprii la scatola, togliendone i frammenti
di cuore di pino che avevo raccolto nel bosco. Poi presi dalla
scatola quattro fiammiferi da cucina e li legai al braccio di filo
di rame saldato al battente della sveglia. Regolai la sveglia sul
mio orologio e caricai la suoneria in modo che scattasse alle
dodici e mezzo. Sudavo abbondantemente. Il caldo era quasi
insopportabile.
Riposi la sveglia nella scatola controllando che la distanza tra
la carta vetrata e le capocchie dei fiammiferi garantisse una
giusta tensione al momento dello scatto. Presi un giornale da un
mucchio di carta e con il coltello lo tagliai in piccole strisce, che
lasciai cadere dentro la scatola, sopra e intorno alla sveglia, fino
a riempire tutto lo spazio libero. Sulla carta sparsi dozzine di
fiammiferi e infine aggiunsi le schegge di pino. La polizia
avrebbe aperto un'inchiesta, ma nella soffitta non sarebbe
rimasto odore di benzina o di petrolio. Naturalmente avrebbero
trovato la sveglia, o meglio i suoi resti, ma probabilmente
nessuno ci avrebbe fatto caso perch ce n'erano altre tre o
quattro fra i rottami che ingombravano la soffitta. Il calore
intenso avrebbe fatto fondere lo stagno e il braccio di rame si
sarebbe staccato dal battente. Alla fine la sveglia avrebbe avuto
lo stesso aspetto delle altre, con la sola differenza che non si
sarebbe trovato il coperchio della suoneria. Accostai alla scatola
un mucchio di giornali da una parte e alcune sedie dall'altra,
poi strappai qualche altro giornale e ne buttai le strisce sopra la scatola.
Mi asciugai il sudore dal viso e feci qualche passo indietro per
controllare il tutto alla luce della torcia. Non mancava niente.
Appena i fiammiferi si fossero accesi, l'edificio avrebbe preso
fuoco come una polveriera. Bene, pensai, questa gente si diverte
ad assistere agli incendi. Eccone qui uno che li far parlare per un pezzo.
Quando mi svegliai il mattino seguente, pass qualche minuto
prima che mi ricordassi di ci che avevo fatto durante la notte.
Poi cominciai a raccogliere le idee. Guardai l'orologio, e il mio
pensiero corse alla sveglia che stava macinando i secondi nella
soffitta abbandonata. Le lancette giravano e nulla pi poteva
fermarle. Erano le otto, e mi restavano quattro ore e mezzo di
attesa sulle spine. Un'attesa penosa, interminabile. Ma ormai
ero in ballo, dovevo pensare soltanto a vincere il mio nervosismo,
e a comportarmi con la massima naturalezza. Non
potevo permettermi di guardare l'orologio un minuto s e uno
no. Bevvi una tazza di caff e andai al lavoro. Ero appena
arrivato alla concessionaria quando attaccai una nuova discussione
con Harshaw, non so pi per quale motivo. Le discussioni
tra lui e me ormai erano di routine. Bastava niente per metterci
uno contro l'altro, perch ormai eravamo diventati come cane
e gatto. Il bello era che io cominciavo a provare per lui una
specie di involontaria simpatia. Harshaw aveva un pessimo
carattere e abbaiava a chiunque, ma bisognava riconoscergli il
merito di essere franco e schietto. Senza mezze misure. Eppure,
per quanto dovessi ammettere che non era un cattivo soggetto,
non perdevo occasione per litigare con lui.
Lo sa, Madox, disse allungandosi sulla sedia e riaccendendo
il sigaro che gli si era spento tra i denti, non riesco a
vederla nella parte di venditore d'automobili. So che ne ha
vendute, ma le giuro che non riesco a capire come faccia.
Aveva ragione. Negli ultimi giorni mi era andata bene e avevo
dato via parecchi residuati e macinini. Be', risposi, di certo
non sono i suoi investimenti pubblicitari ad aumentare le
vendite. Gi che c', perch non tira su un bello steccato attorno
all'esposizione, per tenere la gente alla larga dalla concessionaria?
Cos magari cercherebbero di entrare di soppiatto.
Vuole insegnarmi il mestiere solo perch ha venduto tre o quattro macchine?
 lei il padrone, faccia quel che le pare, risposi, e uscii
dall'ufficio. Avevo bisogno di distendere i nervi. Continuando di
quel passo sarei esploso prima di mezzogiorno. Un giovane
negro si avvicin alle macchine e si ferm a osservarle con le
mani in tasca. Tutti i negri si comportavano allo stesso modo,
come se aspettassero chi sa che cosa: forse un ribasso nel prezzo
delle macchine o un aumento in quello del cotone.
E se i miei nervi avessero ceduto prima di mezzogiorno? pensai.
Mi avvicinai al negro e gli feci un gran discorso sulle automobili,
come se lui fosse un magnate del petrolio venuto ad acquistare
tre Cadillac per le sue amichette. Ebbi l'impressione che le
mie parole lo convincessero, ma non udii una parola di ci che
mi diceva.
Si possono fare tutti i calcoli di questo mondo, ma non si pu
calcolare il caso. E il caso pu rovinare un uomo.
Che condizioni fate per il pagamento in contanti?
Finivano tutti col fare la stessa domanda. Non volevano sapere
altro. Avrebbero anche speso ottomila dollari per una Ford,
bastava fargli cinque dollari di sconto.
Vennero le dieci, e passarono. Andai a bere un caff. Non
potevo star fermo, non riuscivo a concentrare i miei pensieri
su niente. Alle 11,45 Gulick usc per andare a pranzo. E se non
fosse tornato in tempo? Harshaw se ne sarebbe andato in ogni
caso, senza aspettarlo. Bell'affare, se fossi scappato senza
lasciare nessuno in ufficio. Cominciai a gironzolare tra le
macchine, cercando di non guardare l'orologio. Alle 12,20
Gulick ritorn e Harshaw usc. Poi vennero le 12,25. Mi
fermai dietro un'automobile, con gli occhi fissi sull'orologio.
Erano le 12,30.
E non avvenne nulla. Non si sentiva nessun rumore, nessuna
sirena, niente. Le strade erano silenziose, come succedeva
sempre a mezzogiorno nei giorni feriali. Vennero le 12,35, le
12,40. Non aveva funzionato. Qualcuno aveva scoperto tutto. Il
piano era fallito, miseramente fallito. E io non potevo riprovarci,
perch forse qualcuno aveva scoperto il trucco. Ero
contento, adesso che la tensione era finita? Non lo sapevo
nemmeno io.
Poi successe tutto. Una sirena lacer la torpida aria di mezzogiorno
riempiendola di sibili sempre pi acuti. La caserma dei
pompieri distava poche decine di metri, e in un attimo l'autopompa
pass con fragore davanti al nostro recinto, diretta verso
il corso e seguita a poco a poco da altre macchine, sempre pi
numerose. Gulick e io corremmo sul marciapiede, cercando
ansiosamente di scoprire il fumo dell'incendio.
 laggi, davanti alla banca! grid Gulick facendo segno
con la mano. La gente si era messa a correre, le automobili si
affollavano all'altra estremit della via.
Resta qui, vado a dare un'occhiata, dissi a Gulick. Senza
lasciargli il tempo di rispondere, saltai sulla mia macchina e
partii a razzo. Davanti a me, a una cinquantina di metri, si era
formato un groviglio di uomini e di automobili. La gente si
riversava per la via, dai negozi e dai ristoranti, gridando e
correndo. In mezzo a quella confusione mi accorsi di essere
freddo come il ghiaccio e di avere le idee lucidissime, senza la
minima traccia di apprensione. A qualche decina di metri dalla
banca voltai a sinistra e accostai la macchina al marciapiede del
vicolo che immetteva nella traversa su cui s'apriva l'uscita
laterale della banca. La presenza della mia macchina non
poteva destare sospetti perch ce n'erano gi altre due o tre in
sosta nello stesso posto. Due uomini passarono di corsa, senza
nemmeno guardarmi.
Adesso la traversa era deserta. Qualcuno correva ancora sul
corso, ma si interessava troppo all'incendio per guardare dalla
mia parte. Mi voltai e raccolsi dal sedile posteriore la coperta e
il pezzo di corda che avevo accuratamente nascosto sotto la
giacca del completo di cotone che avevo indossato al mattino.
Sistemai la giacca sul braccio, in modo che non si vedessero n
la coperta n la corda, e corsi lungo il vicolo. Quando arrivai in
fondo, rallentai un po'. Un uomo mi oltrepass di corsa, senza
neanche vedermi e prosegu superando la porta laterale della
banca. Non c'era nessun altro in vista, salvo i curiosi che accorrevano
dal corso. Mi spinsi fino all'edificio della banca, giunsi
davanti all'ingresso laterale e guardai dentro.
Tutto era esattamente come avevo immaginato. L'unica
persona rimasta negli uffici era il vecchio impiegato. Era sulla
soglia dell'ingresso principale, da dove, con le spalle rivolte
verso di me, osservava la colonna di fumo che si levava nel cielo.
Entrai, voltai a destra e mi diressi verso il gabinetto, controllando
ogni tanto il vecchio con occhiate veloci. Le suole di
gomma delle mie scarpe non facevano il minimo rumore. Del
resto il vecchio pensava soltanto all'incendio.
Mi introdussi nello stanzino, pregando che la porta non
cigolasse. La spinsi con cautela finch fu quasi chiusa. Adesso
nessuno poteva vedermi. Tirai un profondo sospiro. Lo stanzino
era diviso in due parti da una parete che probabilmente nascondeva
il cesso. Da questa parte c'erano un lavandino e uno
specchio. Lo specchio non dava verso la porta. Avevo gi
controllato questo particolare.
Chiusi il lavandino col suo tappo di gomma e aprii il
rubinetto dell'acqua. Quindi mi appiattii contro il muro, in
modo che il vecchio, aprendo la porta, non potesse vedermi.
Appesi la giacca a un gancio, sollevai la coperta con entrambe
le mani e rimasi in attesa, trattenendo il fiato. Nella banca
regnava una calma impressionante. Il lavandino si riemp
rapidamente, poi l'acqua cominci a traboccare e a spandersi
sul pavimento. Mi venne il dubbio che il vecchio fosse duro
d'orecchi e non sentisse il rumore dell'acqua. Mi diedi dell'imbecille:
a che servivano tanti dubbi, tante ipotesi? Pass un
minuto, poi un altro. Ora l'acqua cominciava a entrare nella
banca. Cercai di guardare attraverso il sottile spiraglio rimasto
tra porta e infisso. Riuscivo a scorgere solo una piccola striscia
di banca. Il vecchio non si vedeva.
Poi, all'improvviso, sentii il lieve fruscio di una scarpa, proprio
davanti alla porta dello stanzino. Mi tirai indietro nel preciso
momento in cui il vecchio entrava nel gabinetto spalancando la
porta verso di me. Vide il lavandino pieno e si accinse a
chiudere il rubinetto e a togliere il tappo.
Con una gomitata colpii la porta che si chiuse sbattendo.
Contemporaneamente buttai la coperta addosso al vecchio.
Questi si raddrizz dal lavandino, prov a voltarsi e lanci un
grido. Non poteva avermi visto. Cerc disperatamente di
liberarsi dalla coperta, agitando le braccia. Lo costrinsi ad
abbassarle, gliele legai al corpo con due giri di corda, lo
immobilizzai, lo costrinsi a sedersi e infine gli passai la corda
intorno alle caviglie. Cercava ancora di gridare, ma la voce era
soffocata dalla coperta.
Tolsi di tasca il coltello e aprii un foro nella coperta in corrispondenza
della bocca del vecchio. Alla parete dello stanzino
era appeso un distributore con gli asciugamani di carta. Ne
staccai uno, lo appallottolai, e appena il vecchio riapr la bocca
per gridare, gli infilai la carta tra il palato e la lingua. Per
completare l'operazione, gli appiccicai attraverso la bocca una
striscia di nastro adesivo. Mi raddrizzai, asciugando il sudore
che mi colava dal viso. Mi sembr che fosse passato un mese da
quando ero entrato nella banca.
Cos il vecchio poteva respirare, ma non gridare. Era stata
un'operazione complicata, ma se gli avessi dato un colpo in testa
rischiavo di accopparlo. Era troppo vecchio.
Riaprii piano la porta e guardai verso la banca. Via libera.
Nessuno in vista. Presi la giacca, uscii dallo stanzino e richiusi
la porta. Adesso avrebbero potuto vedermi benissimo dalla
strada. Mi sembrava di vivere un sogno nel quale ero nudo e
nessuno mi vedesse. Oltrepassai il cancelletto del divisorio e
raggiunsi la zona dove veniva conservato il denaro.
Forse mi ero immaginato di trovarmi davanti a cumuli di
banconote sparsi dappertutto come polvere. Per un attimo
rimasi interdetto. Non vedevo che libri contabili, scartoffie,
schedari e cassetti. Cominciai dai cassetti. Alcuni erano chiusi a
chiave. Finalmente ne aprii uno che era pieno di mazzette di
banconote assicurate con nastri di carta. Non controllai
nemmeno di che taglio fossero. Il tempo incalzava. Mi
sembrava che i minuti mi sfuggissero tra le dita, come acqua.
Dalla tasca della giacca tirai fuori una vecchia maglietta che
avevo legato in modo da trasformarla in un sacco, e vi cacciai
dentro le mazzette.
Uscii di l e mi portai dietro gli sportelli dei cassieri camminando
rapidamente, con il busto piegato in avanti. Il bancone
di legno e lo schermo di vetro smerigliato mi nascondevano alla
vista di chi fosse passato per la strada. Ancora trenta secondi, e
tutto sarebbe finito. Cominciavo ad aver paura. Feci un balzo
per passare dal primo al secondo sportello. Ormai ce l'avevo
fatta. Ma in quell'istante mi fermai e tesi l'orecchio, col sangue
che mi batteva forte nelle vene del collo. Fuori, sul marciapiede,
c'era qualcuno.
Mi buttai gi, acquattandomi dietro il banco e cercando di
udire qualcosa al di sopra del martello assordante che sentivo
negli orecchi. Un rumore di passi presso la porta principale
della banca. Forse il passante avrebbe gettato un'occhiata
dentro e si sarebbe chiesto come mai non c'era nessuno al
lavoro. Rimasi immobile. Poi ebbi un brivido, una scossa gelida
percorse la mia schiena. Mi parve che i passi strascicati si
fossero allontanati. Invece lo sconosciuto era entrato. Qualcuno
era dentro la banca, proprio dall'altra parte del bancone.
Cercai di soffocare anche il suono del mio respiro. Poi
lampeggi un ricordo nella mia memoria. Ripensai a quanto
avevo fatto io stesso il giorno del precedente incendio, trovando
la banca deserta: avevo guardato gli sportelli per vedere se
proprio non c'era nessuno.
Lo sconosciuto, finora, non aveva detto nulla. Perch non
succedeva qualcosa? Lottai disperatamente con me stesso per
restare calmo, per non cedere all'impulso selvaggio che mi
spingeva a correre, a fuggire. Poi lo sconosciuto fece qualche
altro passo. E allora cominciai a capire. Si udiva un altro suono,
oltre lo strofinio delle sue scarpe. Era il rumore di un bastone:
tap, tap, tap.
Signor Julian?  qui, signor Julian? Dov' scoppiato
l'incendio?
Mi sentii svuotare dentro, come un pallone che si sgonfiasse
rapidamente. Un respiro profondo mi usc dai polmoni prima
che potessi trattenerlo. Poi riacquistai il controllo e mi rialzai
lentamente, col fiato sospeso.
Era terribile. Una cosa da spezzare i nervi a chiunque.
Eravamo l, uno di fronte all'altro, divisi soltanto dal banco di
legno, e io fissavo quegli occhiali neri ad appena un metro dai
miei occhi. Stavo svaligiando una banca in presenza di un testimone
che, allungando una mano, avrebbe potuto toccarmi la
faccia. Un testimone che poteva farmi rinchiudere in un
penitenziario per il resto della mia vita. Se non fosse stato cieco.
 lei, signor Julian? domand.
Come faceva a sapere che l dentro c'era qualcuno? E lo
sapeva davvero? Non osavo muovermi. Non potevo parlare,
naturalmente, poich il vecchio cieco riconosceva le persone
dalla voce. Ma non potevo nemmeno rimanere l in eterno. Il
cieco aveva disteso una mano, annaspando per toccarmi. Mi
piegai indietro, senza muovere i piedi, e le sue dita passarono a
pochi centimetri dalla mia cravatta.
Non sta bene, signor Julian, prendere in giro il vecchio
Mort.
Dovevo uscire, a tutti i costi. Non potevo resistere. Alzai un
piede e lo riabbassai, lentamente, senza fare il minimo rumore.
Poi mossi l'altro piede. Ripetei l'operazione finch mi trovai
fuori dagli sportelli. Tenevo il sacco lontano dalle gambe, per
evitare di urtarlo e di far rumore. Adesso ero vicino alla
scrivania del direttore.
Guardai il cieco, e fu allora che mi parve di crollare. Non era
umano. Anche lui si era mosso. Aveva camminato lungo il
banco e si era fermato vicino al divisorio, davanti a me. Non
poteva vedermi, e al mondo non c'era un paio d'orecchi capace
di sentire il minimo rumore in tutta la banca. Eppure mi stava
seguendo con l'infallibilit di un radar. Mi mossi ancora, e con
me si mossero la scarna faccia nera e gli occhi spenti dietro gli
occhiali.
Cosa fa qui dentro? domand.
Mi misi a correre.
...
.
...
CAPITOLO 8.
...
.
...
La via era sgombra, nel vicolo non incontrai nessuno. Aprii il
portabagagli dell'auto e buttai dentro il sacco, poi gettai la
giacca sul sedile posteriore e mi misi al volante. Feci una rapida
inversione a U facendo schizzare la ghiaia della strada con le
ruote posteriori, e sbucai sul corso. Era lo stesso itinerario che
avevo seguito per arrivare dietro all'edificio della vecchia ferramenta.
A quest'ora l'altra strada doveva essere bloccata, e io
volevo confondermi nell'assembramento senza che nessuno
notasse il mio arrivo. Schizzai avanti di due isolati e sterzai a sinistra.
Il fumo saliva a vortici nel cielo. Mi imbattei in un groviglio
di macchine abbandonate. Accostai al marciapiede e scesi. Il
resto della strada era occupato dalla folla che cominciava a
invadere i due prati lungo i lati dell'edificio. L'autopompa era
pi avanti, nel punto in cui la ressa era maggiore. Mi avvicinai,
aggirando la retroguardia dei curiosi. Nessuno fece attenzione a
me. Tutto il secondo piano della casa era avvolto da una massa
di fiamme crepitanti. Mi aprii un varco nella calca di persone
che si stringevano intorno all'autopompa. Avevano steso un
manicotto che gettava un fiotto d'acqua verso il tetto, dall'altra
parte dell'edificio, e adesso si davano da fare per metterne in
funzione un altro da questa parte. Tutti gridavano, senza preoccuparsi
di intralciare le operazioni di spegnimento. Approfittai
dell'occasione che mi si presentava e afferrai la seconda pompa,
non lontano dall'impugnatura, per stenderla in mezzo alla folla.
Prima che avessimo il tempo di terminare i preparativi,
l'acqua fu immessa nel manicotto che si irrigid, mandando a
gambe levate l'uomo che ne reggeva l'impugnatura. Quello che
veniva dopo di lui, cerc di afferrare il tubo, riusc a raggiungerlo,
ma era troppo leggero, perdette l'equilibrio e fu sbattuto
a terra. Altri due si fecero sotto, e io tentai di precederli.
Avanti, strillai, lasciate a me questo dannato arnese!
Mi scontrai con uno di loro, lo feci cadere in ginocchio e poi
finii, insieme a lui, sul manicotto. Ero inzuppato, coperto di
fanghiglia. Perfetto. Proprio quel che volevo. Afferrai l'impugnatura
del tubo con entrambe le mani, puntai i piedi e mi
rialzai. Cominciai ad avanzare verso la casa, mentre la folla urlava pi che mai.
Adesso due fiotti d'acqua si rovesciavano sull'edificio in
fiamme, ma era come voler spegnere l'incendio di un pozzo di
petrolio con pistole ad acqua. La casa bruciava come se fosse
stata fatta di pece greca. Un'ampia sezione del tetto croll
provocando un'eruzione di tizzoni e faville che saltavano su dal
fumo. Tutt'intorno a noi la folla continuava ad accalcarsi in
mezzo al prato. Voltai la testa e con la coda dell'occhio vidi il
vice-sceriffo e altri due uomini che correvano cercando di
tenere la gente indietro. Mi rivolsi ai due che reggevano il manicotto dietro di me.
Prendete il mio posto e tenete duro! gridai. I due si fecero
sotto. Io mollai la mia postazione, mi feci largo tra la folla e
riuscii a raggiungere il vice-sceriffo. Lo afferrai per un braccio
e gli strillai nell'orecchio.
Quel muro pu venir gi da un momento all'altro! Questa
gente deve andarsene subito se non vuole restarci sotto.
E cosa crede che stia cercando di fare? mi url di rimando.
Mi ascolti! Vada all'autopompa e dica che la smettano di
mandare acqua in questa manica. Poi cerchi di riunire quanta
pi gente possibile. Si sbrighi. Spingeremo indietro la folla tutti insieme.
Cap al volo, e corse verso l'autopompa. Io mi voltai per
tornare al posto di prima. Non appena ne afferrai l'impugnatura,
il manicotto si afflosci. Mi misi a correre, trascinando il
tubo lungo il muro in fiamme e spingendomi verso il retro
dell'edificio fin dove lo consentiva la lunghezza del manicotto.
Dietro di me, presero posizione lungo il tubo altri uomini. Nel
frattempo il vice-sceriffo gridava e si sbracciava per respingere
la folla. Mano mano che la gente si ritirava, noi spostavamo la
manica in attesa che l'acqua vi fosse immessa di nuovo. In un
paio di minuti tutta la folla ripieg dall'altra parte della strada.
Il muro, in ogni modo, non cadde. Si inclin un po' e
continu a bruciare. Ma io avevo ottenuto ci che volevo. Il
vice-sceriffo e almeno una mezza dozzina di altre persone si
sarebbero ricordati di avermi visto. Avevo il vestito ridotto a uno
straccio; sembrava che da una settimana non facessi che domare
incendi. Ormai non restava altro da fare che impedire il propagarsi
del fuoco alle altre case lungo la strada. Spegnemmo i
piccoli focolai formatisi tra i cespugli e irrorammo d'acqua le
catapecchie pi vicine. Intanto aspettavo. Da un momento
all'altro qualcuno poteva dare l'allarme.
Poi udii una sirena suonare. Fu un sibilo lungo e soffocato,
come un rantolo. Un'altra macchina della polizia stava arrancando
lentamente tra la folla ammassata lungo la strada. Il
conducente discese e agit un braccio per richiamare l'attenzione
del vice-sceriffo, mentre la gente faceva ressa tutt'intorno.
Nello stesso momento vidi che alcuni uomini si staccavano dalla
folla e si mettevano a correre verso il corso.
Mi unii al capannello formatosi intorno agli uomini della
polizia. La notizia si stava propagando pi rapidamente dell'incendio.
Cos' successo? domandai a un tale che lavorava di
gomito per uscire dal capannello.
Dei banditi hanno rapinato la banca! Sono entrati mentre
tutti erano qui a guardare il fuoco, e hanno portato via diecimila dollari!
Li hanno arrestati? domandai cercando di fermarlo per un braccio.
Non ancora. Se la sono svignata in macchina. E si allontan correndo.
Prima che fossi ritornato al mio posto, la notizia si era gi
ingigantita: quattro uomini armati di mitra avevano rubato
trentamila dollari fuggendo poi su una grossa berlina nera. I
particolari non mi interessavano molto. Era inevitabile che le
voci cominciassero a correre incontrollate. I poliziotti dovevano
aver fiutato qualche cosa fin dal primo momento, ma non
parlavano. Non avrebbero tardato a capire che l'incendio era
stato provocato ad arte. Da parte mia, non potevo far altro che
tenere la bocca chiusa e aspettare. Non avevo lasciato la bench minima traccia.
Cominciai a sentirmi svuotato, come se stessi per svenire.
Dissi che tornavo a casa a cambiarmi d'abito, perch ero zuppo
come un pulcino. In realt avevo bisogno di bere. Alla
pensione, appena uscito dalla doccia, presi dalla valigia una
bottiglia di whisky, me ne versai una dose abbondante e mi
lasciai cadere sul letto. Era stata una dura prova. Tracannai il
whisky, lo sentii scoppiare dentro di me come un esplosivo, e
solo allora mi domandai quanto denaro potesse esservi nel
portabagagli della mia macchina. Non lo immaginavo neanche lontanamente.
Tornai sul luogo dell'incendio. Tutto il paese era in agitazione.
Non era successo niente di cos importante nella vita di
Lander dal giorno della vittoria nell'ultima guerra. Lo sceriffo e
altri due aiutanti erano appena arrivati dal capoluogo della
contea, che distava una trentina di chilometri. In tutte le contee
vicine erano stati istituiti posti di blocco sulle strade. Si stava gi
diffondendo la teoria che l'incendio fosse soltanto un diversivo.
Correva voce che due periti della compagnia di assicurazioni
stessero per arrivare da Houston per indagare su questo aspetto
della faccenda. A ogni modo, non era facile ottenere le prove, e
anche con le prove la situazione non sarebbe cambiata granch.
Al massimo, la polizia ne avrebbe ricavato la conclusione che
l'autore del colpo era probabilmente qualcuno che abitava a Lander.
Mi tormentava l'idea che tutto quel denaro era ancora nel
portabagagli, ma non potevo far altro che aspettare la notte per
tirarlo fuori. Andai a mescolarmi tra la folla di curiosi che
stazionava intorno alla banca. Il signor Julian stava bene, diceva
la gente. Non lo avevano colpito, e perci se l'era cavata con un
po' di spavento. Adesso era dentro la banca, a discutere con i
poliziotti, per non era in grado di dare una descrizione
dell'uomo o degli uomini che avevano fatto il colpo, aveva visto
soltanto una coperta che gli era scesa sugli occhi. Non aveva
sentito voci, e questo poteva far pensare che la rapina fosse stata
compiuta da un uomo solo. Il vecchio Mort, il negro, era il
personaggio del giorno. Si era trovato cos vicino a uno dei
rapinatori da poterne udire il respiro. Era a questa distanza,
andava dicendo il negro mostrando quanto con le mani. Se solo
avesse allungato le dita, avrebbe potuto toccarlo.
In qualche modo riuscii a far passare il pomeriggio. E quando
arriv la notte uscii dal paese alla chetichella, imboccando
l'autostrada e dirigendomi verso sud. Nessuno mi ferm. Anzi,
sembrava che nessuno mi notasse. Mentre stavo svoltando per il
viottolo che portava alle fattorie, controllai se ero seguito. No,
non avevo nessuna luce alle spalle. La luna non si era ancora
levata e il cielo era coperto. L'oscurit era completa. Prima di
arrivare alla fattoria abbandonata presso la collina tra i pini,
portai l'auto sul margine della carreggiata, fermai e spensi le
luci. Nessuno mi seguiva. Quando i miei occhi si furono abituati
all'oscurit, riportai la macchina in strada e riaccesi il motore.
Giunto davanti alla fattoria, sterzai a sinistra e andai a fermarmi
dietro il vecchio granaio diroccato, in un punto dal quale chi
fosse passato sul viottolo non avrebbe potuto vedere la macchina.
Dominando a stento l'impazienza, aspettai qualche minuto
per esser certo di non avere sorprese. Al diavolo, pensai, non c'
anima viva per chilometri. Scesi, aprii il portabagagli e portai il
sacco dentro il granaio. Solo allora accesi la torcia elettrica. Le
mani cominciavano a tremarmi e sentivo di essere in preda a
una violenta emozione. Entrai nel ripostiglio e chiusi la porta.
Non sentivo pi n il caldo n il sudore che mi grondava dalla
fronte. Rovesciai il sacco e lasciai che le banconote sciolte cadessero insieme alle mazzette formando una piccola cascata.
Meraviglioso.
Non cercai nemmeno di fare un inventario preciso. Le
mazzette erano quasi tutte da cinquanta, da venti e da dieci
dollari. Senza contare i biglietti sciolti o quelli da un dollaro, il
totale arrivava a 12.300 dollari. Non riuscii a trattenere un
piccolo fischio di soddisfazione. Una forte impazienza cominci
a impadronirsi di me. Avrei voluto agitarmi, muovermi, rimettere
il sacco dentro il portabagagli e partire, correre.
Correre dove? pensai.
C'era poco da correre, e lo sapevo. Se fossi partito, la polizia
avrebbe tirato le somme e in capo a un'ora avrebbe cominciato
a darmi la caccia. Quelli della polizia non erano cos stupidi.
Non potevo partire. L'unica tattica per ingannarli era quella che
avevo programmato fin dal principio: starmene buono in attesa
degli eventi. Dopo un mese o due, quando le acque si fossero
calmate... Raccolsi il sacco e uscii dal ripostiglio.
Scelsi un punto nascosto presso il muro posteriore del ripostiglio,
dentro una delle stalle degli animali. Presi un pezzo di
legno, grattai via il vecchio letame rinsecchito e cominciai a
scavare. Il terreno era sabbioso e cedeva facilmente.
Ammucchiai con cura la terra smossa. Quando ebbi scavato
fino a una profondit di quasi mezzo metro, arrotolai il sacco,
ne feci una palla ben stretta e lo deposi nella buca. Stavo per
ricoprirlo di terra e letame, quando un pensiero mi colp.
Risollevai il sacco e lo esaminai centimetro per centimetro.
Sulla maglietta, era rimasto un contrassegno della lavanderia.
Tirai via l'etichetta col coltello, le diedi fuoco con un fiammifero
e spinsi la cenere in fondo alla buca. Se qualcuno avesse
scoperto per caso il nascondiglio, io avrei perduto il denaro ma
non avrei corso il rischio di essere rintracciato.
Riposi il sacco nella buca e cominciai a riempirla, pestando la
terra col pugno in modo da pareggiarla col terreno circostante.
La terra che avanzava, la sparsi uniformemente tutto intorno.
Poi ricoprii il nascondiglio con letame secco e con paglia.
Spensi la torcia e mi affacciai alla porta del granaio. Nel
guardare la vecchia casa, a sinistra, che nella notte formava
un'ombra appena un po' pi scura, ripensai per la centesima
volta all'incontro tra Gloria e Sutton, a ci che Sutton le aveva
detto, alla paura e all'odio che Gloria nutriva per lui. C'era
qualcosa di assurdo e di misterioso nei loro rapporti, ma avrei
potuto andare avanti per anni con quel rompicapo senza
riuscire a trovare una spiegazione plausibile. Sembrava che lei
non volesse nemmeno vedere Sutton. Lo detestava, eppure...
Li scacciai dai miei pensieri con rabbia. Che c'entravo con gli
affari loro? Ma per quanto cercassi di togliermela dalla testa, un
po' di Gloria restava lo stesso dentro di me, come se le fosse
bastato affacciarsi nella mia vita per rimanervi.
Uscii e salii in macchina, ma invece di andare in paese scesi
verso il greto del fiume e feci un bagno vicino al ponte. Quando
ritornai, mi fermai al ristorante e ordinai una tazza di caff. La
cameriera mi guard i capelli e sorrise.
Cosa c'? domandai. Ho lasciato a casa la parrucca?
No, no, ma sembra che l'abbia tenuta sotto la pioggia.
Sono andato a fare un bagno, dissi. E i rapinatori, li
hanno arrestati?
No, ma la polizia ha mobilitato tanti di quegli agenti che
basterebbero per catturare Dillinger.
Che ne sa lei di Dillinger? chiesi. A quei tempi doveva
essere ancora una bimba in fasce.
Sorrise, come se le avessi fatto un complimento. Tornai alla
pensione, bevvi dell'altro whisky e mi stesi sul letto. La tensione
cominci lentamente a sciogliersi. Era fatta. Il denaro era al
sicuro, e non avevo lasciato nessuna traccia.
Il giorno dopo era sabato, e non ci fu molto da lavorare. La
polizia avrebbe anche potuto proclamare la legge marziale, ma
avrebbe ottenuto soltanto il risultato di togliere alla gente la
soddisfazione di riunirsi e di ridiscutere i particolari della
rapina. C'erano poliziotti dappertutto. Lo sceriffo e due suoi
aiutanti erano venuti dal capoluogo della contea a dar man
forte al vice-sceriffo di Lander. Ma in giro c'erano anche certi
tipi in borghese che sembrava avessero polizia scritto in
fronte. Doveva averli mandati qualche agenzia investigativa, o
magari la compagnia d'assicurazioni. Tutti erano ansiosi di
frugare tra le macerie dell'incendio, ma bisognava aspettare che
la cenere si raffreddasse. In qualche punto covava ancora il
fuoco. Un gruppo di guardie giurate aveva la consegna di non
lasciare avvicinare nessuno. Probabilmente lo sceriffo e i suoi
uomini avevano gi scartato l'ipotesi che gli autori del colpo
fossero gente venuta di fuori.  vero che continuavano a cercare
la macchina con cui erano fuggiti i rapinatori, ma probabilmente
era solo una commedia, inscenata nella speranza che il
vero colpevole nel frattempo facesse qualche passo falso e si
scoprisse. Tutto quel denaro doveva bruciare nelle mani di chi
lo aveva preso, e prima o poi il ladro si sarebbe messo a
spenderlo a destra e a manca. Questo doveva essere il ragionamento
della polizia. Be', pensai, fate un po' quel che vi pare. Per
quanto mi riguarda non ho fretta.
Non dovevo far altro che tenere i nervi a posto e continuare a
comportarmi come sempre. Mi aggirai tra le macchine in
esposizione nel recinto della concessionaria, parlando della
rapina con chiunque mi capitasse tra i piedi. Harshaw, intanto,
mi riservava una bella sorpresa. Verso mezzogiorno mi chiam
nel suo ufficio. Masticava un sigaro spento mentre lubrificava
un grosso mulinello per la pesca in mare.
Si sieda, disse, ho bisogno di parlarle.
Mi sedetti sullo spigolo di una scrivania, chiedendomi cosa ci
fosse sotto. Di che si tratta? domandai con la massima indifferenza.
Desidero che prenda il mio posto per un po' di tempo. Io e
mia moglie andiamo a Galveston per una settimana.
E Gulick? domandai.
Gulick non c'entra rispose con impazienza. Gulick 
pigro e non vuole assumersi la pi piccola responsabilit. Lei sa
cavarsela nel modo migliore possibile. Allora, accetta o no?
Per me, va bene. Era la prima volta che mi trovavo
nell'impossibilit di attaccare una discussione con lui.
Se vuole, pu anche far stampare un annuncio pubblicitario, disse. Il giornale esce all'inizio della settimana prossima.
E l'annuncio chi lo paga, io?
Sospir e scosse la testa.  proprio difficile andare d'accordo
con lei, Madox. Chi ha detto che deve pagare di tasca sua? Dica
che mandino la fattura alla signorina Harper. O, se no, dica alla
signorina di anticiparle il denaro dalla piccola cassa.
D'accordo, dissi. Meno male che Harshaw si portava
dietro quella cagna di sua moglie.
Fin di armeggiare intorno al mulinello e lo ripose in un
sacchetto di flanella. Be', se non c' altro, me ne vado disse
avviandosi verso la porta.
Cosa va a pescare? domandai. Pesce spada?
No, pesce martello. Ce ne sono di grossi lungo i moli di
Galveston.
Quando ritornai in ufficio dopo pranzo, andai tra le
macchine in esposizione, ne identificai una mezza dozzina che
si prestassero per il mio pezzo pubblicitario, presi qualche
appunto e cominciai a scrivere. Dapprima mi era sembrato un
mezzo come un altro per ammazzare il tempo, ma a poco a
poco presi gusto al lavoro. Alla fine, dopo due o tre riscritture,
mi riusc abbastanza bene. Il pezzo descriveva i pregi delle
macchine, elencava tutti gli accessori e illustrava le forme di
pagamento. Portai il foglio all'ufficio del giornale, pagai la cifra
richiesta e mi feci dare una ricevuta, pensando di passare subito
all'ufficio prestiti e di farmi rimborsare dalla signorina Harper.
Mi ero gi avviato verso il suo ufficio quando mi ricordai che
era sabato e che doveva aver chiuso a mezzogiorno. Niente di
male, pensai, incasser luned. Ma provai egualmente una vaga
delusione, dovuta solo in parte alla prospettiva di riavere il mio
denaro in ritardo. In realt, ci che desideravo era soltanto una
buona scusa per andare a parlare con Gloria.
Stavo attraversando la strada, diretto verso l'esposizione,
quando guardai per caso in direzione dell'ufficio prestiti e mi
accorsi che Gloria era seduta al suo posto, dietro la finestra, con
un mucchio di scartoffie davanti a s. Mi voltai, ma feci in
tempo a vedere che Gulick si trovava in compagnia di due
poliziotti che parlavano con lui.
Non c'era niente di strano. La polizia si era messa a chiedere
informazioni a tutti. Cercai di persuadermi che la presenza dei
due poliziotti non aveva nessun significato particolare. Tuttavia
mi pentii di essermi voltato l in mezzo alla strada per tornare
indietro: avrebbero potuto pensare che volessi evitarli di proposito.
Ma ormai non c'era pi niente da fare. Se avessi continuato
a voltarmi da una parte e dall'altra, avrei ottenuto soltanto
l'effetto di attirare veramente l'attenzione dei poliziotti.
La porta dell'ufficio prestiti era aperta e un grosso ventilatore
elettrico ronzava in mezzo alla stanza. Gloria mi salut col capo
e sorrise, ma il sorriso era un po' forzato e il volto stesso recava
segni evidenti di stanchezza. Non capivo perch dovesse fare gli
straordinari. Si alz e si avvicin al banco con la sua grazia
calma e solenne.
 stato terribile ci che  successo alla banca, non le pare?
domand. E l'incendio, anche.
S, risposi, sebbene non pensassi neanche lontanamente
alla banca. Poi, all'improvviso, ricordai la ragione per cui ero
entrato nel suo ufficio. Harshaw mi ha detto di farmi dare il
denaro dalla piccola cassa, dissi mostrandole la ricevuta e
spiegandole che cosa rappresentava.
Prese un appunto e ritir il denaro dalla cassaforte. Grazie, dissi ripiegando i biglietti nel mio portafogli. Perch non
stacca? Ha l'aria stanca.
Ancora un momento, e ho finito.
Non avevo voglia di uscire. Restammo uno di fronte all'altra,
a guardarci al di sopra del banco. Ha programmi per
domani? domandai.
Niente di speciale. La mattina andr a messa, immagino.
Poi, nel pomeriggio, pensavo di andare a fare uno schizzo del
ponte di Buchanan.
Dove si trova?
Sul greto del fiume, vicino a quello sul quale... Tacque,
imbarazzata, e io compresi a che cosa stava pensando. Vicino
a quello sul quale siamo passati per recarci al pozzo di petrolio.
Posso accompagnarla?
Perch no? Potremmo fare un picnic.
Ottima idea. Far un salto al ristorante perch ci preparino
dei pasti da asporto.
Non occorre. Provveder io, disse, non mi costa nessuna
fatica.
A che ora posso passare a prenderla?
Verso mezzogiorno, se per lei va bene.
Per me, benissimo, dissi. Non vedo l'ora che venga
domani.
Mi avviai verso la porta, ma mi fermai sulla soglia per
voltarmi a guardarla. Gloria si era appena spostata per tornare
al lavoro e aveva ancora lo sguardo rivolto verso di me.
Fu un momento imbarazzante, non so perch. Tutt'e due
eravamo un po' confusi. C'era... cio, c' altro? mi chiese.
Ah, risposi, no, no. Non mi pare. Mi voltai e scesi sulla
strada.
Quando arrivai al recinto, i due poliziotti se n'erano andati e
Gulick non mi disse niente della loro visita.
...
.
...
CAPITOLO 9.
...
.
...
Passai a prenderla verso mezzogiorno. Era una giornata
calma, con un sole abbagliante, e le ombre sotto gli alberi
sembravano pozzanghere d'inchiostro. Gloria mi aspettava in
veranda, seduta in mezzo agli accessori per la pittura e al
cestino del pranzo. Indossava un paio di calzoncini bianchi e
una camicetta azzurra. Scesi dall'auto e caricai tutto sul sedile
posteriore, mentre Spunky, il cocker spaniel, correva come un
matto lungo il marciapiede.
Possiamo portare Spunky con noi? domand Gloria. Si
diverte a inseguire i conigli.
Spunky aveva le zampe corte e i piedi grossi e piatti.  mai
riuscito a prenderne uno? domandai.
Gloria sorrise. No, ma non ha abbandonato la speranza.
Certo, dissi. Depositai Spunky sul sedile posteriore e aprii
lo sportello a Gloria. Mentre passavamo per il corso, vedemmo
dei capannelli riuniti davanti al bar e al ristorante.
Staranno parlando ancora della rapina, disse Gloria. Lei
crede che sia stato qualcuno che abita in paese?
Non avevo voglia di parlarne. Non saprei, dissi, ma potrebbe darsi.
Quando fummo sulla strada, diretti verso sud, abbassai i
finestrini per far entrare un po' d'aria. Gloria era seduta in un
angolo del sedile, col viso rivolto verso di me. I suoi grandi occhi
dallo strano color viola esprimevano una contentezza che non
avevo mai notato prima.
La strada correva a pi di un chilometro da quella che conduceva
al pozzo di petrolio di Sutton. Era poco pi che un sentiero
di campagna diretto a ovest, dove il fiume scendeva a valle, tra
dune di sabbia e ceppi d'albero. Sembrava che da mesi non vi fosse passato nessuno.
Dove porta questa strada? domandai.
In nessun posto, ormai. Il ponte non  pi sicuro perch
l'acqua ha mangiato a poco a poco il pilone appoggiato
sull'altro lato del greto, ma fino al ponte possiamo arrivare senza pericolo.
Quando ci inoltrammo tra le grandi querce a valle, trovammo
un po' d'ombra e un po' pi di fresco. La strada girava tortuosamente,
sfiorando l'orlo di acquitrini asciugati dal sole. A un
certo punto evitammo per un pelo di investire un vecchio
cinghiale che era uscito da un gruppo di cespugli per mettersi a
correre davanti alla macchina.
Sembrava un maiale selvatico, dissi.
Alcuni sono veramente maiali selvatici, mi spieg Gloria.
Si smarriscono in mezzo ai boschi e dopo un po' tornano allo stato brado.
Meglio che avverta Spunky che non sono conigli. Sarebbero
capaci di farlo a fette come un prosciutto.
Quando finalmente arrivammo al fiume, compresi perch
Gloria avesse voluto spingersi fin l. Il paesaggio era bello di
una bellezza naturale e intatta, e tutt'intorno regnava un tale
senso di pace come se il tempo si fosse fermato da almeno
cinquant'anni. Non vi era traccia di cemento o di acciaio nella
costruzione del ponte. Era un rudere cadente, fatto di tronchi
di quercia e di assi a cui le intemperie avevano dato una
bianchezza asciutta, come di ossa rinsecchite, che spiccava
sulla muraglia nera e compatta formata dagli alberi dietro di
esso. Il ponte oscillava leggermente, come se dovesse crollare
alla prossima piena. A monte del fiume c'era un groviglio di
tronchi sbiancati, sotto al quale l'acqua fluiva nera, come t
scuro, ribollendo un po', prima di allargarsi in una grande
fossa sul lato destro del greto. La strada giungeva al ponte dopo
un tratto in salita. Nel punto in cui fermai la macchina,
all'ombra di una quercia gigantesca, c'era un banco di sabbia,
fine e pulita, che degradava fino a raggiungere l'arenile presso la pozza.
Gloria spinse lo sguardo dall'altra parte del fiume, poi si rivolse a me. Bello, vero?
Magnifico, dissi.
Scendemmo dalla macchina. Spunky si mise a correre verso
l'arenile, bevve qualche sorso d'acqua e ripart per esplorare i
dintorni. Io presi il recipiente dell'acqua e andai a riempirlo
sulla riva del fiume. Quando tornai, Gloria stava cercando un
posto in cui sedersi all'ombra.
Aspetti, dissi, ho portato... Mi fermai appena in tempo,
sentendo un brivido nella schiena. S, avevo portato la coperta,
nel portabagagli della macchina, e per poco non l'avevo offerta
a Gloria. La coperta che mi era servita per fare il colpo.
Mi guard con aria interrogativa. Cos'ha portato?
Riuscii a riprendermi. Niente, falso allarme. Credevo di
avere nella macchina un giornale che poteva servirle per
sedersi, ma adesso mi ricordo di non averlo portato.
Non importa. La sabbia  cos pulita che sembra di essere su una spiaggia.
Si sedette col blocco di carta sulle gambe, tir fuori un
carboncino e cominci a studiare il ponte. Poi si volt verso di
me, che mi ero steso sulla sabbia a fumare e a guardarla.
La innervosisco? domandai. Se sto qui a guardarla,
voglio dire.
Scosse la testa. No, ma stavo pensando che lei si annoier a morte.
Non si preoccupi per me, risposi guardandole il viso e gli
occhi. Stia tranquilla che non mi annoio.
Lo sa che lei  molto gentile? disse in tono tranquillo.
Non  affatto come avevo pensato in principio. Io... Si interruppe
e guard in direzione del ponte. Non le sembrer
sfacciato quello che sto dicendo?
Certo, certo, lei  proprio una bella sfacciata.
Sorrise, cercando di nascondere l'imbarazzo che le traspariva
in volto. Non mi prenda in giro, per favore. Sto cercando di
dirle che lei  stato molto gentile. Il meno che potessi fare era di
ringraziarla, dopo le brutte cose che ho pensato di lei al nostro primo incontro.
Mi girai su un fianco, puntando un gomito nella sabbia. Le
dir io com' successo. Quel giorno ho fatto un po' di confusione
con le lezioni del manuale. Adesso sto applicando il
metodo n. 2, meglio conosciuto sotto il nome di "tattica di
attesa". Vuole che le spieghi come funziona? Prendiamo due
individui che chiameremo A e B...
Si mise a ridere e riprese il carboncino. Ho capito. Mi
hanno gi messo in guardia contro questo metodo. Ma il manuale non l'ha messa in guardia?
In guardia contro cosa?
Ma  chiaro: se lei comincia a spiegarmi come funziona il
metodo n. 2, come lo chiama lei, poi non potr pi farne uso.
Accidenti. Adesso dovr comprarmi un manuale nuovo.
Rise ancora e cominci ad abbozzare la sagoma del ponte con
il carboncino. Rimasi a guardarla, pensando alla sua bellezza e
alla breve conversazione scherzosa di prima. E cominciai a
rendermi conto che tra me e lei c'era qualcosa di impercettibile,
qualcosa di serio che non aveva niente a che fare con le battute
che ci eravamo scambiati. Mi domandai se anche lei avesse la
stessa sensazione. Che cosa c'era in quella ragazzina, che
produceva in me uno strano rimescolio con la sua sola
presenza? Del resto, ero uno stupido a volerla considerare una
ragazzina. Aveva ventuno anni. Io ero pi vecchio di nove anni,
ma questo non voleva dire che lei fosse ancora un'adolescente.
Era impossibile rimanere l a guardarla mentre abbozzava il
suo disegno, senza ripensare a quello che era successo l'altra
volta, davanti alla fattoria abbandonata. Cos mi torn alla
mente l'enigma di Sutton, con tutti i vecchi interrogativi senza
risposta. Ma su un punto, almeno, avevo le idee ben chiare: non
le avrei fatto nessuna domanda, e meno che mai questa volta.
Era una giornata troppo bella e serena perch pensassi a
rovinargliela con un solo accenno a Sutton. Un giorno, forse,
me lo avrebbe detto lei stessa.
Gi, un giorno. Un giorno che non sarebbe mai venuto. Tra
un mese, o due al massimo, io sarei scomparso dalla circolazione.
Appena le acque si fossero calmate un po', e l'inchiesta
sulla rapina alla banca fosse andata a prendere la polvere tra le
pratiche inevase, io avrei dissotterrato i soldi e me la sarei squagliata.
Adesso Gloria stava intingendo il pennello nell'acqua per
mescolare i colori che aveva spremuto sul piatto di ceramica dai tubetti.
Credevo che i colori da acquerello si vendessero in tavolette.
In effetti  cos, disse, ma io preferisco i tubetti.
In quel momento Spunky arriv saltellando dalla riva del
fiume. Era bagnato fradicio e piomb tra noi impiastricciato di
sabbia. Prima che avesse il tempo di fare un disastro, lo afferrai,
lo feci rotolare su se stesso e lo spinsi lontano.
Gloria si mise a ridere. Ha i riflessi rapidi, lei.
Se gli lasciavo un secondo di pi, avrebbe trasformato il suo
quadro in un'opera d'arte tribale.
Allora, meno male che c'era lei. E l'aiutante da cui
dovrebbe farsi accompagnare ogni pittrice.
Non sarebbe una soluzione, dissi. Le leggi economiche
entrerebbero in funzione anche in questo caso. In poco tempo
le pittrici pi belle acquisterebbero il monopolio del mercato.
Vedo che oggi  in vena di adulazioni.
Sar la luna, risposi.
Mi fece una smorfia, arricciando il naso, e riprese il pennello.
Dopo un poco il quadro cominci a prendere forma. Non
m'intendo affatto di pittura, naturalmente, ma mi sembrava
bello. Bench non riproducesse esattamente il ponte, riusciva in
qualche modo a trasmettere la stessa sensazione di pace.
Mi piace, dissi. Ne far uno per me, un giorno?
Non alz gli occhi. Per chi crede che sia questo che sto facendo?
Vuole dire che potr tenerlo?
Se le piace.
Certo che mi piace. Ma perch?
Non so, rispose tranquilla. Forse solo perch oggi  il mio
compleanno e volevo darle qualche cosa.
Che strana idea, dissi. Ma  davvero il suo compleanno?
Annu, depose il pennello e lasci cadere sulla sabbia il blocco
di carta. Lo finir pi tardi. Perch non mangiamo, adesso?
Le mostro la torta del mio compleanno.
Andai a prendere il cestino in macchina e insieme cominciammo
ad aprire i diversi pacchetti, disponendo i panini e i
thermos su una tovaglia stesa sulla sabbia. Mi mostr una
scatola di latta, di quelle usate per le confezioni di caramelle.
La apra lei, disse.
Sollevai il coperchio. C'era dentro una piccola torta, coperta
di glassa bianca e punteggiata di cerchietti formati da piccole
fette di dattero.
Sostituiscono le candele, mi spieg.
Ventidue? domandai.
Sorrise e scosse il capo. Ha buona memoria. Per sono
soltanto ventuno. Quando me l'ha chiesto l'altra volta, mancavano
cos pochi giorni...
Che bambina, dissi, appena ventuno anni.
Dovetti assumere un'espressione delusa o contrariata, perch
mi domand: Che cosa importa, dopotutto? Preferisce che ne abbia ventidue?
No, no. Sarebbe stupido.
Certo, disse, sarebbe stupido.
Io ne ho trenta.
Coraggio, prenda un panino, caro il mio vecchietto, deve
mantenersi in forze!
Un momento, dissi. Non possiamo mangiare prima di
aver fatto un brindisi. Aprii uno dei thermos e riempii due
bicchierini di alluminio. Era t ghiacciato.
A Gloria, che ha sempre ventuno anni e che alla luce della
luna  di una bellezza unica.
Il tempo pass senza che me ne accorgessi. Dopo mangiato,
Gloria lavor ancora un po' al suo quadro. Non potevamo fare
il bagno perch nessuno dei due aveva portato il costume, ma ci
togliemmo le scarpe e scendemmo a bagnarci i piedi nell'acqua
lungo l'arenile. A un certo punto, durante il pomeriggio, un
grosso coniglio pass di corsa sul greto del fiume e Spunky si
lanci all'inseguimento, abbaiando. Nonostante la sua buona
volont, il piccolo cocker perdeva terreno a ogni balzo del
coniglio. Solo quando venne la sera ci rendemmo conto della
rapidit con cui erano volate le ore. Il sole era scomparso dietro
gli alberi e le ombre si addensavano sul greto sempre pi lunghe e scure.
Non immaginavo che fosse cos tardi, disse Gloria.
Dobbiamo rientrare. Ho promesso di restare in casa con Gloria
II, questa sera, mentre i suoi genitori vanno al corso di letture bibliche.
Riportammo in macchina il cestino del pranzo e il materiale
per dipingere. Eravamo ormai pronti a partire quando ci
rendemmo conto che Spunky era scomparso. Non ricordavamo
d'averlo pi visto da quando si era messo in caccia del coniglio.
Cominciammo a chiamarlo, ma non si fece vedere. Camminai
per qualche centinaio di metri lungo la riva, chiamando e
fischiando ma non trovai nessuna traccia di Spunky. Quando
tornai verso l'automobile, il cielo si era oscurato e Gloria
appariva preoccupata e un po' spaventata. Mi sarei preso a calci
per averle parlato dell'aggressivit dei maiali selvatici.
Harry, crede che gli sia successo qualcosa? domand ansiosa.
Vedr che tra qualche minuto sar qui, la rassicurai. Non  successo niente.
Ma  quasi notte, potrebbe perdersi.
Non tema, ritrover la strada da solo. Ne sono certo. Penso,
piuttosto, che dovrei riportarla a casa. I suoi saranno preoccupati.
Ma non possiamo andarcene e lasciar qui il povero Spunky...
Lo trover, dissi. Cominci a salire in macchina. Prima, per, mi dia le sue scarpe.
Mi guard meravigliata. Le mie scarpe? E perch?
Sorrisi. Ho bisogno di qualcosa di suo, e credo sia l'unico
indumento che lei pu togliersi senza provocare uno scandalo.
Capisco, disse. Si sedette in automobile e si slacci i
sandali. Avevano i lacci di canapa, e improvvisamente ricordai
che anche Dolores Harshaw portava sandali dello stesso tipo. Li
deposi sulla sabbia, nel luogo in cui avevamo mangiato, e tornai alla macchina.
Vuole lasciarli qui? domand Gloria.
S. Sono sicuro che quando torner, trover Spunky addormentato
con la testa sui sandali.  un vecchio trucco. Quando
si perde un cane, basta lasciare un oggetto che lui sa appartenere
al suo padrone nell'ultimo posto in cui lo ha visto. Spunky
ritorner e si fermer ad aspettare accanto ai sandali.
In realt non ero tanto ottimista come volevo far credere, ma
per il momento mi sembrava che non ci fosse altro da fare. Da
ragazzo avevo spesso adoperato quell'espediente con i cani da
caccia, ma poteva darsi che il trucco non riuscisse con Spunky,
una bestiola che non era mai uscita di casa e che in mezzo ai
boschi, di notte, si sentiva probabilmente come un pesce fuor d'acqua.
Durante il ritorno, Gloria rimase tranquilla senza fiatare. I
Robinson ci aspettavano davanti alla porta di casa, evidentemente
preoccupati per il ritardo di Gloria. Ci fu una conversazione
rapida ed eccitata quando Gloria cerc di spiegar loro il
trucco dei sandali e la ragione per cui era tornata a piedi nudi.
Gloria II si mise a piangere appena comprese che avevamo
perso il suo Spunky. Il signor Robinson avrebbe voluto venire
con me e aiutarmi nella ricerca, ma gli dissi che non era necessario.
Non so perch, preferivo andare da solo.
Rifeci la strada di prima, pi lentamente, e non arrivai al
ponte prima delle nove. Quando giunsi all'ultima curva, sperai
che Spunky avesse sentito il rumore della macchina e venisse
incontro ai fari saltando, felice di rivedere qualcuno che
conosceva. Invece, la riva del fiume era deserta e silenziosa
come quando l'avevamo lasciata. Scesi dalla macchina e mi
avvicinai al punto in cui avevo abbandonato i sandali di Gloria.
Spunky non c'era. Allora cominciai a preoccuparmi veramente.
Era impossibile immaginare che cosa gli fosse capitato.
Tutt'intorno i boschi si stendevano all'infinito, e se Spunky non
aveva il senso dell'orientamento o almeno un po' di fiuto non
avrebbe mai ritrovato la strada.
Riportai i sandali nella macchina, e di colpo sentii la presenza
di Gloria Harper accanto a me, in tutto ci che mi ricordava
quel pomeriggio felice trascorso cos rapidamente. Gloria era
ovunque. Avrei voluto rivederla subito, ma sapevo di non
potermi presentare a lei senza Spunky. Gloria 2 si sarebbe disperata, e...
Accidenti, pensai con rabbia, come hai fatto a rammollirti in
questo modo? E ai miei occhi si present l'immagine di un
Harry Madox che, con tutti i suoi trent'anni, si dannava l'anima
per far piacere a una ragazzina che voleva riavere il suo
cucciolo, una bestia tutta arruffata e con le zampe corte.
Eppure non potevo rinunciare. Mi rivolsi gli epiteti pi ingiuriosi,
improvvisando infinite variazioni sul tema dell'imbecillit
di Harry Madox, ma non me ne andai. Rimasi l a chiamare e
a fischiare. Dopo un poco spensi i fari per evitare di esaurire la
batteria, e mi sedetti al buio. Mi misi a fumare, lanciando ogni
tanto qualche richiamo tra una sigaretta e l'altra. Vennero le
dieci, poi le dieci e mezzo. Decisi che avrei atteso ancora
mezz'ora, poi me ne sarei andato.
Avevo lanciato un'ultima serie di fischi e stavo per rinunciare
alle ricerche quando sentii Spunky. Abbaiava a poca distanza, a
valle del fiume. Mi allontanai dalla macchina gridando: Qua,
Spunky, qua! e finalmente vidi un'ombra che correva verso di
me in mezzo alla sabbia. Il cane cerc di saltarmi addosso,
tremando di paura e uggiolando. Lo presi su e accesi la luce
interna dell'auto per controllare che non fosse stato morsicato
da una vipera. Stava benissimo, o almeno dava quell'idea. Era
coperto completamente di fango.
Lo spinsi sul sedile posteriore e mi sedetti al volante. Spunky
punt le zampe anteriori sul mio sedile e, mentre tentavo di
accendere una sigaretta, cominci a leccarmi un orecchio. Lo
mandai al diavolo, ma non serv a niente. Dopo un po' smise.
Ero contento, dopo tutto. Non dovevo ritornare a mani vuote e
dirle che non ero riuscito a ritrovare il cane.
La casa di Gloria era immersa nel buio. Pensai che fossero tutti
a letto, perch a quell'ora i Robinson dovevano essere ritornati
dal corso di letture bibliche. Erano tutti a letto tranne una... Ero
appena sceso dalla macchina quando Gloria usc dal cancello,
avvolta in una lunga vestaglia chiara che spiccava nell'oscurit.
Capii che era rimasta ad aspettarmi fino allora seduta in veranda.
Ecco il suo amico, le dissi a bassa voce per non svegliare i
Robinson. Afferrai Spunky per la collottola e lo lasciai cadere
dall'altra parte della stecconata che circondava la casa. Gloria
mi si avvicin, e poich i miei occhi si erano abituati al buio
potei guardarla in viso. I suoi occhi sembravano pi grandi del
solito e i suoi capelli formavano una disordinata massa bionda
sotto la luce delle stelle.
 stato bravissimo, sussurr.
Non c' di che.
Ero preoccupata.  rimasto laggi molto a lungo.
Parlavamo a bassa voce, come due ragazzi che si scambiassero
l'ultimo saluto sull'uscio di casa. Non l'ho trovato vicino ai
sandali e ho dovuto chiamarlo per un'ora. Ma non gli  successo
niente. Si era semplicemente smarrito.
Avevo paura che si fosse smarrito anche lei.
Dice sul serio?
S, disse. La ringrazio di tutto.  stata una bella
giornata, non le pare?
 gi mezzanotte?
Non ancora.
Allora sono in tempo per farle i miei auguri. Buon
compleanno, Gloria. Le presi il viso tra le mani e la baciai. La
diga era saltata.
Mi era passata la voglia di scherzare come avevo fatto tutto il
giorno. Le frasi allegre e superficiali si erano perdute con la
corrente del fiume, l verso il ponte. Sentii le sue braccia
intorno al collo e la strinsi cos forte da toglierle quasi il respiro.
Ero pazzo, ed era meraviglioso. Non dicemmo una sola parola.
Infine la lasciai andare, ripresi il suo viso tra le mani e lei fece
altrettanto con me. Potei vedere la luce delle stelle nei suoi
occhi, come se fossero umidi.
 stata una giornata meravigliosa, vero? domand sottovoce.
S, e adesso  ancora pi bello.
Debbo rientrare, Harry.
Non posso lasciarti andare.
Ci vediamo domattina. Mi tolse le mani dal viso all'improvviso.
Poi mi diede un bacio e varc il cancello.
Buonanotte, Harry. La seguii con lo sguardo mentre attraversava
la veranda, e solo quando udii la porta aprirsi e richiudersi
tornai alla mia macchina e me ne andai.
Non ricordo per quanto tempo girai nella notte, n dove
andai. Tutto mi si era confuso nella testa, non riuscivo a distinguere
le idee che mi passavano nel cervello. So soltanto che a
un certo punto mi fermai su una strada di campagna, al buio, e
scesi dalla macchina. Accesi una sigaretta e subito la lasciai
cadere e la spensi con la punta della scarpa. Pensai: io ho
trent'anni e lei  appena una bambina.  solo una bambina con
gli occhi grandi, tranquilla e taciturna.  solo una bambina, ma
quando provo a baciarla  come se andassi a sbattere contro un
camion carico di dinamite.
Dovevano essere passate le due quando ritornai alla pensione.
Ero ancora immerso in un sogno, e notai appena la strana auto
ferma vicino al marciapiede dall'altra parte della strada. Spensi
i fanali, scesi, e solo allora la realt torn a impadronirsi di me,
con una violenza improvvisa.
Madox? La voce proveniva dalla coltre di oscurit alla
mia destra.
 lui, disse un'altra voce a sinistra.
Non vidi altro che una luce accecante e sentii un freddo
improvviso nella schiena, come una doccia di acqua gelata.
Riuscii a riprendermi in tempo e a liberarmi dal torpore
estatico in cui ero caduto. Ebbi la presenza di spirito di non
mettermi a correre. Mi irrigidii e aspettai quel che sarebbe
successo.
Sono io, dissi, cercando di dare alla mia voce il tono pi
naturale possibile. Sono Madox. Cosa volete?
Ci manda lo sceriffo. Le consigliamo di seguirci.
...
.
...
CAPITOLO 10.
...
.
...
Fu un brutto momento, con quella luce accecante negli occhi.
Non dovevo lasciarmi scappare niente. Dovevo tenere duro,
pensai angosciato. Fai lo gnorri. Mantieni una linea di condotta
coerente finch non avrai capito cosa c' sotto.
Non capisco, dissi con il tono pi naturale a mia disposizione.
Volete parlare proprio con me? Siete sicuri che non ci
sia un errore?
Nessun errore. Finalmente uscirono dal fascio di luce, uno
da una parte e uno dall'altra. Li riconobbi. Erano i due agenti
che erano stati a parlare con Gulick sabato pomeriggio.
Vogliamo fare un giro in macchina?
Come volete, risposi. Ma non potrei sapere di che cosa
si tratta?
Furto in una banca... e incendio doloso, disse il pi basso
dei due.
Furto in una banca? Accidenti, non vi sembra di esagerare?
Sentite, io vendo automobili, lavoro da George Harshaw...
Siamo gi informati, disse il piccoletto interrompendomi.
Ma vorremmo fare quattro chiacchiere con lei, se non le
dispiace. E le consiglierei di seguirci senza far troppe storie. Cos
rischia soltanto di aggravare la sua posizione.
Certo. Se posso esservi utile in qualche modo, felicissimo.
Mi strinsi nelle spalle.
Il piccoletto si avvicin e mi tast sotto le braccia e lungo i
fianchi.  pulito, Buck, disse all'altro. Poi, rivolgendosi a me:
Andiamo, Madox. Salga in macchina.
D'accordo, dissi, ma lasciatemi chiudere la mia auto.
Ci pensiamo noi. Ha le chiavi?
S.
Dia qua.
Avevo le chiavi ancora in mano. Il piccoletto le prese e le
lanci all'altro, quello che si chiamava Buck. Questi and ad
aprire il portabagagli della mia macchina e con una lunga
torcia elettrica ne esamin l'interno centimetro per centimetro.
Poi entr nella macchina. Inizi a sollevare i sedili e a frugare
tra le cianfrusaglie buttate nel cassettino del cruscotto.
Dove  stato finora? domand il piccoletto mentre Buck
metteva sottosopra la mia auto. Le due e mezzo  un po' tardi
per una cittadina come questa.
Sono andato in giro, risposi. Fa troppo caldo per
dormire.
Preoccupazioni, eh? Riusc a dare alla sua domanda un
tono carico di sottintesi. Si potrebbe sapere dove  andato di
preciso?
Ma cosa vuole che ne sappia, dissi, accorgendomi improvvisamente
di non saperlo nemmeno io. In giro, cos. Una
corsa in autostrada.
Sarebbe meglio se lei cercasse di ricordare. Le cose non si
mettono troppo bene, a giudicare dagli inizi.
In quel momento Buck sbatt lo sportello e ritorn verso di noi.
Che se ne fa di un paio di scarpe da donna in macchina?
domand.
Lo guardai senza capire. Scarpe? Poi ricordai: non avevo
restituito a Gloria i suoi sandali. Ah, dissi, sono di una mia
amica.
E ha l'abitudine di lasciare le scarpe nella vostra macchina?
chiese Buck. Ho sentito di donne che lasciano le mutandine
in giro, ma le scarpe...
Ci vada piano, amico, lo interruppi. Gli spiegai la storia
del cane smarrito e il modo in cui l'avevo ritrovato. Mentre
parlavo, mi spinsero verso la loro macchina. Ci sedemmo tutti
e tre sul sedile posteriore. Un altro agente era seduto al volante.
E chi era la ragazza? domand il piccoletto.
Si chiama Gloria Harper.
Abita a Lander?
La conosco, disse quello seduto davanti, voltandosi verso
gli altri due. Quando vidi la sua faccia, riconobbi in lui il vicesceriffo
che avevo incontrato il giorno dell'incendio. Abitava a
Lander, mentre gli altri due probabilmente venivano da fuori.
 una brava ragazza. Niente da dire contro di lei. Se il nostro
amico qui ha combinato qualche pasticcio, la ragazza non
c'entra. Almeno, cos penso.
Attraversammo il paese e proseguimmo verso nord.
Bisognava fare trenta chilometri per arrivare al capoluogo della
contea. Io stavo ancora annaspando nel buio ma avevo
l'impressione che la polizia fosse nelle mie stesse condizioni.
Forse non avevano nessun indizio preciso e se la prendevano
con me solo perch ero forestiero.
Cominciai a respirare un po' meglio. Per ora non avevo fatto
mosse false e non mi ero lasciato impressionare, sebbene tutto
fosse avvenuto all'improvviso. Adesso stavo in guardia e non
dovevo far altro che attendere la continuazione della storia e
recitare la mia parte. Il mio alibi era l, seduto davanti a me,
nelle spoglie del vice-sceriffo che mi aveva visto al suo fianco
nella lotta contro l'incendio. Dovevo solo fare attenzione a non
far saltare fuori la faccenda troppo presto. La cosa migliore era
lasciare che se ne parlasse quasi per caso...
Quando arrivammo alla citt, la macchina volt a destra,
diretta alla prigione. Lo sceriffo era l ad aspettarci, in un
ufficio caldo e squallido, illuminato da una luce troppo intensa
e ingombro di schedari in metallo. Vedevo lo sceriffo da vicino
per la prima volta, e quanto vidi non era incoraggiante. Non era
uno di quegli agenti grassi e bonaccioni che si incontrano nelle
aule dei tribunali: era un poliziotto che aveva tutta l'aria di
essere un poliziotto. I capelli dovevano essergli diventati bianchi
prematuramente, perch il viso era quello di un uomo sulla
quarantina: un viso tanto benevolo e rassicurante quanto pu
esserlo la lama di un'accetta.
Perch ci avete messo tanto tempo? domand a Buck.
Era uscito a fare un giro, fu la risposta.
Dove?
Questa volta fu il piccoletto a rispondere: Dice che non lo
sa nemmeno lui. E fece una smorfia.
Mi voltai verso il piccoletto. Non era pi alto di un metro e
sessanta, aveva una deformazione alla mano sinistra e un paio
d'occhi cattivi. Bastava guardarlo per capire che gli piaceva
andare in giro con il distintivo della polizia e la pistola. Cose che
probabilmente gli piacevano tanto quanto lo infastidivano i tipi
pi alti di lui. Gli altri due, Buck e quello che avevo visto il
giorno dell'incendio, avevano l'aria inoffensiva di poliziotti di
campagna, posati e tranquilli, che chiedevano solo di essere
lasciati in pace e di guadagnare il loro stipendio senza guastarsi
la salute.
Va bene, va bene, disse lo sceriffo. Voi due potete andare
a casa. Buck e il piccoletto uscirono. Il capo mi indic con un
cenno una sedia pieghevole accostata alla parete. Si sieda,
Madox, disse prendendo un sigaro da una scatola.
Mi sedetti. La grande lampada senza paralume, appesa in
mezzo alla stanza, faceva sembrare l'aria ancor pi calda di
quanto non fosse. Pescai una sigaretta nel taschino e l'accesi,
gettando il fiammifero in una sputacchiera sporca. Sentivo il
sudore scorrermi sul petto, sotto la camicia. Che cosa sapevano
di preciso?
Cos' questa storia, sceriffo? domandai.
Spezz coi denti la punta del sigaro e guard l'altro poliziotto,
come se non avesse udito la mia domanda. Trovato niente
nella macchina, Tate?
Pulita, Solo un paio di scarpe da donna e le solite cianfrusaglie
nello sportellino del cruscotto. La solita roba.
E nella sua stanza?
Tate scosse il capo. Niente nemmeno l, salvo i vestiti. Si
era messo a cavalcioni sulla sedia, con le braccia appoggiate allo
schienale. Fumava una sigaretta e mi guardava.
Lo sceriffo gir la testa di scatto, e i suoi occhi freddi e
taglienti mi si ficcarono dentro come la punta di un trapano.
Allora, Madox, dove l'ha nascosto?
Nascosto cosa? domandai.
Quel denaro.
Senta, sceriffo, dissi, io potrei chiederle di che denaro sta
parlando, e perderemmo entrambi il nostro tempo. Saltiamo i
preamboli e veniamo al sodo. Secondo lei, io avrei rapinato una
banca. E cos?
Esatto.
Bene, allora si metta il cuore in pace, non ho svaligiato
nessuna banca. Se non le dispiace, faccio il venditore di
automobili, e non ho altre attivit nelle ore libere. Se credete
che io possa esserle utile in qualche modo, veniamo al dunque
e smettiamola di menare il can per l'aia. Se permette, vorrei
dormire qualche ora. Domani devo andare a lavorare.
D'accordo, disse. Si tir indietro, apr un cassetto della
scrivania e ne estrasse una scatola di cartone. Si alz e me la
porse, dopo averne sollevato il coperchio. Guardai nell'interno
e dovetti fare uno sforzo per non tradirmi. Era la sveglia, la mia
macchina infernale.
Madox, dove l'ha comprata?
Io?
Sa cos', vero? Non alz la voce, n assunse un tono
minaccioso. Non ne aveva bisogno. Gli bastava fissarmi.
Certo, dissi. Sembra un orologio, o meglio i resti di un
orologio. Era tutta annerita e il vetro si era fuso.
Esatto.  una sveglia. La osservi attentamente. Non ci trova
niente di strano?
Niente, a parte il fatto che  tutta bruciata. Ma io cosa
c'entro? Prima diceva che ho svaligiato una banca, se non erro.
Adesso sta dicendo che, per festeggiare la ricchezza, ho dato
fuoco alla mia sveglia?
Non esattamente. Non ci trova nient'altro di strano? Che
fine ha fatto la suoneria?
Gi, dissi. Manca la suoneria. E allora?
A cosa serve una sveglia senza suoneria?
A niente. Ma perch viene a raccontarlo a me?
Perch? Oh, niente. Glielo dico nel caso che un giorno le
saltasse il ticchio di rapinare una banca e le occorresse un diversivo.
 un vecchio trucco dei guerrieri indiani. Una sveglia
come questa potrebbe servirle per far scoppiare un incendio al
momento buono. Tutti andrebbero a godersi lo spettacolo, e lei
intanto potreste lavorare indisturbato. Vede quelle piccole gocce
di metallo sopra il battente? E stagno. Me l'ha spiegato l'agente
della compagnia assicuratrice che ha trovato la sveglia in mezzo
alla cenere. La saldatura serviva per far funzionare l'acciarino o
i fiammiferi. Il calore ha fatto sciogliere lo stagno, ma non del
tutto. Il trucco  maledettamente buono. D'improvviso smise
di camminare avanti e indietro nella stanza e mi fece una
domanda, che schiocc come una frustata: Madox, dove ha
comprato quella sveglia?
Gliel'ho detto, risposi, la vedo adesso per la prima volta.
And a sedersi sullo spigolo della scrivania. Un uomo tanto
furbo da architettare un colpo come questo, non commetterebbe
mai l'errore di comperare il materiale che gli serve in un negozio
del suo paese. Andrebbe a procurarselo in un altro posto,
lontano. Si pieg appena in avanti senza staccare il sigaro dalla
bocca. Coraggio, dica la verit una volta tanto. Dov'era lo
scorso venerd, esattamente sette giorni prima di fare il colpo?
Lo fissai per qualche secondo, come se non avessi capito la
domanda. Non ricordo di essere andato in nessun posto. Per,
aspetti un momento. Non ricordo se fu venerd o un altro
giorno, ma circa una settimana prima dell'incendio sono andato
a Houston.
Adesso cominciamo a ragionare. E quale fu lo scopo del
viaggio? Non doveva comprare una sveglia, per caso?
No. Speravo di riscuotere dei soldi che mi dovevano.
Chi glieli doveva?
Un certo Kelvey. Tom Kelvey. Qui giocavo sul sicuro.
Questo Kelvey mi doveva veramente duecento dollari da pi di
un anno.
Dove abita?
Glielo dissi.
E l'ha trovato? Ha riavuto i suoi soldi?
No, dissi, non l'ho visto.
Guarda un po' che peccato. Un poveraccio fa un mucchio
di chilometri per mettere il sale sulla coda a un debitore, e poi
non riesce nemmeno a vederlo. Scommetto che non era in
paese, indovinato?  incredibile come succedono certe cose.
Vidi in tempo il tranello. Probabilmente sarebbero andati a
interrogare Kelvey per controllare la mia versione. No, dissi.
Non so se fosse a casa o no. Non l'ho nemmeno cercato.
Vuole dire che le  passata la voglia di riavere i soldi indietro
da un momento all'altro?
Non proprio. Ho fatto un incontro che mi ha portato fuori
strada.
Che specie di incontro?
Sono incappato in una mia vecchia fiamma.
Ed era pi importante dei soldi?
Be', dissi, sa come succede. Al momento sembra pi
importante di qualsiasi altra cosa.
Gi. E chi  questa ragazza?
Fine della trasmissione, dissi.  una vecchia fiamma,
come le ho detto, ma  sposata e non posso dire come si chiama.
E poi lei  andato a comprare la sveglia.
Pensi quel che le pare. Io le ho riferito tutto quello che ho
fatto.
Ma non vuole dirmi chi era la ragazza.
Non posso. Non vorr che la metta nei guai.
Gi, ma intanto chi si trova nei guai  il signor Madox.
Questo lo dice lei. Lei crede che io abbia rapinato una
banca, ma dal momento che non sono stato io, non vedo dove
siano i guai di cui parla. Sarei curioso di sapere perch ce l'ha
con me. Scommetto che ha messo tanti nomi in un cappello e
ha pescato il mio per caso.
No. Adesso  luned mattina, e da venerd sera lavoriamo in
sei intorno a questa storia. Non ci vuole tanto tempo per tirar
fuori un nome da un cappello. Madox, lei farebbe meglio a
rendersi conto della situazione. La si nota come un pagliaccio a
un funerale.
Perch? domandai, asciugandomi il sudore dal viso. Si
pu sapere perch, una buona volta? Solo perch mi trovavo a
Lander quando  avvenuta la rapina?
Ci stavo arrivando. Cosa faceva da quelle parti?
Gliel'ho detto. Faccio il mio lavoro. Vendo automobili.
Lo so. E non passano tre settimane dal giorno del suo arrivo
che qualcuno rapina una banca. Prima dove lavorava?
A Houston.
E un bel giorno lascia una citt come Houston per finire in
un buco di provincia che non arriva neanche a tremila abitanti.
Per vendere automobili, dice lei. Come mai?
Le automobili si vendono dappertutto.
C' stato qualcuno che le ha consigliato di cambiare aria?
Oppure Harshaw ha pubblicato un'inserzione sui giornali di
Houston per cercare qualcuno che vendesse le sue macchine?
No, dissi, io...
Capisco. Una semplice coincidenza.
Se mi lascia parlare, glielo spiego. Dopo aver lasciato il mio
posto a Houston, avevo deciso di andare a Oklahoma City. Mi
ero fermato a Lander per fare uno spuntino, e mentre stavo
mangiando  entrato Harshaw a prendere un caff. Abbiamo
attaccato discorso, parlando del pi e del meno. Quando ha
saputo che ero un venditore, mi ha offerto un posto. Se non mi
crede, domandi a lui.
E cos ha accettato il posto. Tutto qui?
Cosa c' di strano? Come ho detto, cercavo lavoro.
E un bel giorno, prima che passino tre settimane, qualcuno
va a rapinare una banca che in quarantatre anni non ha mai
subito un furto. Una settimana prima del fattaccio lei parte per
ignota destinazione e sta fuori un giorno e una notte senza potere
spiegare la sua assenza. E lo stesso giorno della rapina, verso sera,
si eclissa per due o tre ore. Dove  andato in quell'occasione?
Cominciava a farmi paura. Era peggio di un mastino: quando
sembrava che allentasse la presa, lo faceva solo per stringere i
denti sulla gola ancora di pi.
Ebbene? I suoi maledetti occhi non si staccavano dalla
mia faccia nemmeno per un istante. C' di mezzo un'altra
donna sposata?
No, dissi. Mi lasci provare a ricordarmelo. Sono andato
a fare un bagno nel fiume.
Oh bella. Il paese  sottosopra, tutti pensano solo all'incendio
e alla rapina, e lei se ne va a fare un bagno. E va bene.
Dove, di preciso?
Glielo dissi.
Era gi andato altre volte a fare il bagno in quel posto?
S, parecchie.
Emise un grugnito. Benissimo. Era quello che volevo
sapere. Adesso mi tolga una piccola curiosit. Tacque un
momento, continuando a fissarmi e lasciandomi in sospeso.
Lei dopo una nuotata si sente sempre in obbligo di fermarsi a
un ristorante, per richiamare l'attenzione della cameriera sui
suoi capelli ancora bagnati?
Per un attimo rimasi stordito. Chi avrebbe immaginato che
mi sarei trovato di fronte a un poliziotto cos sveglio? Mi ero
fermato apposta al ristorante, per crearmi un alibi, ma lui aveva
fiutato il trucco. Secondo lui, la messinscena era troppo esibita.
Secondo lui, c'era qualcosa sotto. Cercai di controllare la mia
espressione per non lasciar capire che ero stato toccato.
Senta, dissi, come diamine faccio a sapere dove vado ogni
volta che ritorno da una nuotata? Non tengo il diario. Santo
Cielo, uno va a fare il bagno e amen. Poi torna a casa. Oppure
gli viene voglia di bere una tazza di caff. O una Coca-Cola.
Oppure va al cinema. O al gabinetto. Chi si  mai sognato di
tener nota di queste piccolezze?
Ero solo curioso. Faremo conto che sia un'altra coincidenza.
Torniamo indietro al giorno in cui lei  andato in banca per la
prima volta. Per aprire un conto corrente, se ne ricorda? Questa
 proprio la coincidenza pi strana di tutte. C' stato un
incendio anche quel giorno, o mi sbaglio?
S, dissi, mi sembra di s, adesso che mi ci fa pensare.
E quando lei entr in banca, tutti erano fuori a godersi
l'incendio.
S,  vero.
Ma lei, naturalmente, non ci aveva fatto caso. Una banca
piena zeppa di soldi e nessuno che faccia la guardia.  una cosa
che succede tutti i giorni. Perci lei non ci fece caso pi di tanto.
Be', veramente pensai che erano un branco di idioti, stupidi
e curiosi come tante oche.
Tutto questo, per, non le ha impedito di diventare cliente
della banca.
E cosa dovevo fare, secondo lei? Il denaro dovevo pur
metterlo da qualche parte, e quella  l'unica banca di Lander.
Lo sceriffo spost la direzione di attacco. Il problema con lui
era che non si poteva mai prevedere da che parte sarebbe
venuto il prossimo colpo. Madox, lei  un uomo ben piantato.
Quanto pesa?
Circa novanta chili. Perch?
A giudicare dalle apparenze, non deve avere molto grasso
superfluo sotto la pelle. Sono muscoli, di quelli sodi. Mi viene
in mente una lunga conversazione che ho avuto con Julian
Ward. Ho passato due ore con lui, a cercare di scoprire qualche
indizio. A quanto sembra, non  riuscito a vedere in faccia
l'uomo che lo ha legato come un salame. Ha visto soltanto una
coperta. Ma di una cosa era ben sicuro, e cio che l'aggressore
doveva essere un individuo forte come un toro. Ward dice di
non aver mai provato in vita sua una simile sensazione di
assoluta impotenza.
Sfido, dissi. Ho conosciuto Ward.  quello che mi ha
aperto il conto corrente. Avr sessant'anni e peser s e no
sessanta chili. Riuscirebbe a metterlo fuori combattimento
anche un ragazzino.
Certo. Ma quello che lo ha colpito non  stato tanto il fatto
di essere stato immobilizzato quanto il modo: senza il minimo
sforzo. L'aggressore aveva una forza tale che gli  stato sufficiente
toccare il povero Ward per metterlo a sedere, come se si
trattasse di un neonato.
Gi, dissi. Questo dimostra che l'aggressore era grande
e grosso. Cosa sono, l'unico peso massimo in tutto lo Stato?
L'unico, finora, .che si inserisca perfettamente nel quadro di
questa vicenda.
Mi stia bene a sentire, ribattei con rabbia. Finora ha
parlato lei. Lei dice che la banca  stata svaligiata durante
l'incendio e che chi ha fatto il colpo ha appiccato il fuoco
apposta per non essere disturbato da qualche ficcanaso durante
il suo lavoro. E va bene. Ma sa che anch'io mi trovavo sul luogo
dell'incendio? Mi vuole spiegare come diavolo potevo essere in
due luoghi distinti nello stesso momento?
Si ferm e torn a sedersi sullo spigolo della scrivania. Mi
sembr che gli fosse spuntato un leggero sorriso agli angoli della
bocca. Me l'aspettavo. Ero curioso di sapere quando l'avrebbe
tirato fuori. Pu dimostrare di essere stato sul luogo dell'incendio?
Avevo avuto l'accortezza di arrivarci un po' alla volta.
Altrimenti quel mastino con i capelli bianchi avrebbe fiutato
l'inganno. Accidenti, dissi, qualcuno deve pure avermi
visto. Dopo tutto, ci saranno state pi di mille persone a
guardare lo spettacolo...
C' nessuno che possa ricordarsi di lei?
Non sono certo andato in giro a stringere la mano a questo
e a quello, o a prender nota del nome, cognome e indirizzo dei
testimoni, se  questo che vuole dire. Ma mi lasci pensare.
Qualcuno deve per forza ricordarsi di me. Ho parlato con un paio di persone...
Perch non lo dice subito? riprese lo sceriffo in tono mellifluo.
Una delle persone con cui ha parlato,  seduta vicino a
lei e la sta guardando. Si ricorda di lei. Si ricorda dei generosi
sforzi con cui lei si affannava a far funzionare l'idrante e a
spingere indietro la folla. Ma tutto ci  avvenuto venticinque
minuti dopo l'inizio dell'incendio, quando la banca era gi stata svaligiata.
...
.
...
CAPITOLO 11.
...
.
...
Fu il segnale d'inizio di un interrogatorio in piena regola che
dur finch perdetti la nozione del tempo. Avevano una dichiarazione
di Gulick da cui risultava che avevo lasciato l'ufficio
subito dopo il passaggio dell'autopompa. E mi dissero che da
allora nessuno mi aveva pi visto per venticinque minuti.
Ribattei che ero stato sul posto dell'incendio per tutto il tempo.
Dissero che non era vero. Cominciai a sentirmi disorientato,
quasi ipnotizzato, troppo stanco per alzare una mano, per
accendere una sigaretta o solo per pensare. A me sembrava che
in tutto il mondo non vi fosse altro che il calore asfissiante di
quella stanza, la sua luce bianca e abbagliante e una pioggia
interminabile di domande che si abbattevano su di me senza
darmi respiro. Loro si davano il turno. Tate usc a prendere un
caff, e quando ritorn Tate, usc lo sceriffo. Ma questo non
cambiava niente. Le domande e le accuse erano sempre le
stesse, cos monotone e incalzanti che alla fine non riuscii pi a
distinguere le loro voci.
Dov'era quel venerd?
Sono stato a Houston.
E quella notte?
A nuotare. L'ho gi detto. Sono andato a fare una nuotata.
Non  vero. Lei  andato a liberarsi dei soldi. Dove l'ha
nascosto?
Sono andato a fare una nuotata.
L'ha sotterrato?
Sono andato a fare una nuotata.
Dove l'ha sotterrato?
Non ho sotterrato niente.
Come far a riconoscere il nascondiglio?
Sono andato a fare una nuotata.
Vicino al fiume?
Dentro il fiume.
Ha nascosto il denaro dentro il fiume?
Non ho nascosto niente. Non avevo denaro. Non so niente
di quei soldi.
Li ha sotterrati lungo la strada? Li ha nascosti in un sacco?
Che specie di sacco? Cosa ha utilizzato per portarli fuori della
banca? Li ha contati? Sa che la banca tiene nota delle serie e dei
numeri dei biglietti? Non riuscir a spenderli. Dove li ha
nascosti?
Non ho nascosto niente.
Dove ha comprato quella sveglia?
Non ho mai visto la sveglia prima d'ora.
 stato a Houston?
S.
Come si chiamava quella ragazza?
Kelvey.
Credevo che Kelvey fosse l'uomo che le doveva del denaro.
 quello che volevo dire.
Ma adesso ha detto che la ragazza si chiamava Kelvey. Chi
era, allora, che le doveva del denaro?
Kelvey.
Allora non c' stata nessuna ragazza di mezzo, vero? 
andato a comprare la sveglia per fare una bomba incendiaria.
Dove ha comperato la sveglia?
Non ho comperato nessuna sveglia.
Lei si  nascosto dietro la porta del gabinetto e quando 
entrato Ward, gli ha gettato la coperta addosso. Perch non l'ha
colpito?
Le dico che non ne so niente.
Sapeva che Ward poteva restarci sul colpo e non voleva
tirarsi addosso un'accusa di omicidio. Non  cos?
L'ho gi detto mille volte: io ero all'incendio.
Ma io parlo del modo in cui ha trascorso la mezz'ora
precedente.
Sono arrivato sul luogo dell'incendio due o tre minuti dopo
l'autopompa.
Che ora era?
Cosa vuole che ne sappia? Mi trovi una persona, tra tutte
quelle presenti all'incendio, che sappia dirvi esattamente che
ora era.
Come mai nessuno l'ha vista?
Mi hanno visto, invece. Tate, per esempio.
Come mai Tate non l'ha vista prima che la banca fosse
svaligiata?
Che ne so? Pu anche darsi che mi abbia visto.
Lui dice di no.
E va bene. Gli dica di fare il nome di tutti quelli che ha visto
e di indicare l'ora esatta in cui li ha visti.
Lei ha cercato di farsi notare in tutti i modi. Prima si  dato
da fare con l'idrante, poi ha aiutato la polizia a respingere la
folla. L'hanno vista tutti. Ma dopo che la banca era stata svaligiata.
Ero stordito e spossato. A un certo punto vidi una luce gialla
diffondersi lungo la parete e pensai che mi si squagliasse il
cervello. Invece, era la luce del sole che penetrava tra le sbarre
della finestra.
Mi presero le impronte digitali, mi tolsero il portafogli e la
cintura, mi condussero dentro una cella al piano di sopra. Mi
lasciai cadere sull'orlo di una branda, con la testa tra le mani,
mentre tutto girava lentamente intorno a me. Mi sembrava di
sentire ancora quelle maledette domande, quelle voci mi
martellavano nella testa e non volevano tacere.
Due secondini si affacciarono dal corridoio con la colazione.
Consisteva in una broda scura di avena e latte, servita in un
piatto di stagno, e in una tazza di caff di colore incerto tra il
verde e il nero su cui galleggiava una patina oleosa. Lasciai
cadere la pagnotta sul pavimento e bevvi il caff. Era disgustoso.
Poich mi restavano solo due sigarette, ne spezzai una e ne
fumai un pezzo.
C'era un'altra persona nella cella, ma non ne notai la
presenza finch non si avvicin per porgermi una sigaretta. Se
non vuole l'avena, la mangerei io, disse. In cambio le do una
sigaretta. Era un uomo magro, di mezza et, coi capelli grigi
e il collo rosso, cotto dal sole, come quello di un contadino.
Accettai la sigaretta. Grazie, dissi.
Mi stesi sulla branda, coprendomi il viso con un braccio per
difendermi dalla luce, e cercai di dormire. Non vi riuscii. Come
sarebbe finita? Non potevo dimostrare di essere stato sul luogo
dell'incendio tutto il tempo, ma neanche loro potevano
dimostrare il contrario. Avevano solo una carta in loro favore:
l'assoluta sicurezza con cui lo sceriffo aveva individuato in me il
colpevole. Lo sceriffo non aveva il minimo dubbio, ma non
aveva neanche uno straccio di prova da presentare ai giurati in
tribunale. Nessuno mi aveva visto svaligiare la banca. La polizia
aveva le mie impronte digitali, ma io non avevo precedenti
penali ed ero sicuro di non aver lasciato tracce nella banca
perch la mano con cui avevo aperto i cassetti e le porte era
avvolta in un fazzoletto. Quali elementi avevano contro di me?
Neanche uno. E quale risultato potevano sperare di ottenere?
Quello di farmi impazzire a furia di tempestarmi di domande.
Avevano bisogno di una confessione. E, ottenuta la confessione,
dovevano costringermi a rivelare dov'era nascosto il
denaro, affinch non potessi ritrattare la confessione in tribunale.
Sarebbero riusciti a ottenere quel che volevano? Non lo
sapevo. Era impossibile prevedere ci che sarebbe successo
dopo due o tre giorni di interrogatori estenuanti come quello a
cui ero stato sottoposto.
Nel pomeriggio, non so a che ora, vennero a prelevarmi nella
mia cella. Lo sceriffo era nel suo ufficio, in compagnia di Buck,
di Tate e di un uomo che non conoscevo. Poteva essere il procuratore
dello Stato o un investigatore della compagnia assicuratrice
di Houston.
Vogliamo offrirle un'altra occasione per venirne fuori, disse lo sceriffo.
Quanto deve durare ancora questa storia? domandai.
Finch non ci dir che fine ha fatto quel denaro.
Non ne so niente.
Fu una replica del primo interrogatorio, ma in peggio. Certe
volte erano in tre a interrogarmi contemporaneamente: uno di
fronte e gli altri due ai miei fianchi, in modo che per rispondere
ero costretto a girare continuamente la testa. Uno di loro mi
sparava una domanda a bruciapelo, e prima che avessi il tempo
di aprir bocca gli altri due incalzavano con altre domande.
Dove  andato la notte prima dell'incendio?
Che ne so? Al cinema, credo.
La padrona della pensione ha detto di averla sentita
rientrare verso le due del mattino.
Dove  stato la notte scorsa, prima che la pizzicassero?
Ve l'ho detto...
Ne ha fatta di strada, eh?
E che fretta di andare a vedere quell'incendio! Gulick dice
che lei  corso via dall'ufficio come se le bruciasse la terra sotto
i piedi. A proposito, come mai durante il primo incendio lei non
si  fatto neanche vedere?
Dopo circa un'ora vi fu un cambiamento improvviso nella
loro tattica. Buck usc per ritornare poco dopo in compagnia di
altri due individui. Erano due detenuti, perch ricordavo di
averli visti nelle celle al piano di sopra. Ci mise in fila tutti e tre,
a circa un metro uno dall'altro, e poi si mise in fila anche lui.
Tate e l'uomo che non conoscevo si sedettero lungo la parete
opposta, senza dir niente e limitandosi a guardare. Io tenevo gli
occhi sullo sceriffo. Capivo che stava preparando qualche cosa
di nuovo e ormai lo conoscevo abbastanza per sapere che
sarebbe stata una novit pericolosa.
Siete pregati di non parlare, disse a noi tre. And alla
porta e l'apr. Dentro di me sentivo crescere una tensione che
stava diventando insopportabile.
Siamo pronti, disse a qualcuno che aspettava di fuori. Lo
vidi uscire e fissai gli occhi sulla porta, mentre il sudore mi
grondava dalla fronte. Quando rientr, conduceva qualcuno
per un braccio: era zio Mort, il vecchio cieco.
Sembr che tutta la stanza fosse percorsa da una scarica
elettrica. I due detenuti fissarono il negro, spaventati, bench
non capissero il significato di quell'apparizione. Io guardai il
negro e lo sceriffo, sentendo tutti gli occhi puntati su di me e
cercando di indovinare cosa si stesse preparando. Lo sceriffo
accompagn zio Mort lungo la fila, facendolo fermare davanti
a ciascuno di noi.
Ci che pi mi opprimeva era il silenzio. Nessuno che
fiatasse. Il negro e lo sceriffo si fermarono per circa un minuto
davanti al primo prigioniero, a una distanza di appena un
metro, poi si spostarono verso quello che veniva dopo nella fila.
Era incredibile, assurdo: la polizia ricorreva a un cieco per
individuare l'autore di una rapina.
Io ero il terzo della fila, dopo i due detenuti. Osservai il viso
nero e inespressivo di zio Mort, i suoi occhi spenti dietro gli
occhiali. Cosa stava facendo? Ascoltava? Fiutava? O ci vedeva
veramente? Ricordai come aveva seguito le mie mosse nella
banca. E allora cominciai a capire. Fu il grande silenzio della
stanza a farmi capire. Ogni volta che lo sceriffo si fermava, il
negro ascoltava il respiro dell'uomo che gli stava davanti.
Si ferm di fronte a me. Eravamo esattamente nella stessa
posizione e alla stessa distanza del giorno della rapina. Era
pazzesco. C'era di che mettersi a urlare, se i miei nervi non
avessero resistito. La polizia voleva dimostrare che io avevo
svaligiato la banca e mi metteva a confronto con l'unica persona
che avesse assistito alla rapina: vi aveva assistito senza veder
niente. E se nel mio modo di respirare vi fosse stato qualcosa di
caratteristico, qualcosa che potesse sicuramente identificarmi
come il colpevole? Avevo il setto nasale spezzato, a ricordo dei
miei incontri giovanili di pugilato. Poteva bastare, questo, a far
distinguere il mio respiro da quello di un altro? Attesi, sudando,
finch il negro si spost verso Buck.
Poi tornarono verso di me, il negro e lo sceriffo. Allora
compresi che non cercavano di identificarmi ma solo di farmi
crollare. Era psicologia applicata. Un tribunale non avrebbe
accettato una simile prova di colpevolezza, ma se mi avessero
spezzato i nervi e strappato una confessione avrebbero avuto
sotto mano la migliore delle prove. Probabilmente lo sceriffo si
era messo d'accordo col negro e gli faceva un segnale impercettibile
per fargli capire qual era il suo uomo.
Si fermarono di nuovo davanti a me. Il viso del negro era
terreo e contratto come quello di un morto. Ha lo stesso
suono, disse.
Ne sei certo, zio Mort? domand lo sceriffo.
S, lo stesso suono. Una specie di soffio, come quello di un
bollitore.
L'hai sentito altre volte?
Due volte. La prima volta circa tre settimane fa, prima che
assalissero la banca, e la seconda mentre ero nella banca e
qualcuno rubava proprio davanti a me.
E anche la prima volta c'era stato un incendio, non  vero?
E nella banca non c'era nessuno, salvo quest'uomo?
Proprio cos. Ero entrato per sapere dal signor Julian
dov'era l'incendio, ma il signor Julian non l'avevo trovato. C'era
solo quest'uomo. Riconosco il suo respiro: ha lo stesso suono.
Bene, zio Mort,  tutto. Lo sceriffo lo riaccompagn alla
porta e lo affid a qualcuno. Buck usc coi due prigionieri.
Si sieda, Madox. Lo sceriffo fece un rapido cenno del
capo in direzione della sedia. Quando mi fui seduto, riprese:
E adesso, se la sente di fare una dichiarazione? Cos'ha fatto del
denaro?
Siamo da capo?
Madox, perch non cerca di rendersi conto della situazione?
Ormai l'abbiamo messa alle corde. Vuole aggravare la sua posizione a tutti i costi?
Non ci penso nemmeno.
Ha sentito cos'ha detto il negro. Su quattro persone ha
subito indicato lei. E potrebbe rifarlo in tribunale.
Non lo potrebbe fare se lei non gli stringesse il braccio per
fargli capire qual  l'uomo che vuole incriminare.
Non gli ho stretto il braccio, amico bello. Ha riconosciuto lei dal respiro.
A chi vuole darla da bere? Siamo in un ufficio di polizia o nel paese delle meraviglie?
Non ha la respirazione facile, lei, con quel naso rotto. Ha mai provato a farsi vedere da un medico?
No.
Probabilmente lei non se n' mai accorto, ma quando
respira le esce dal naso una specie di sibilo.
Non sarebbe ora di piantarla? Ha dimostrato che il rapinatore
era un uomo che respirava. Bella scoperta!
Si ferm davanti a me e mi punt il sigaro sulla faccia. Mi
ascolti bene, Madox. Non ho bisogno di scoprire chi ha
rapinato la banca. Lo so gi da un pezzo. E lei sa che io lo so.
Chiaro? Quello che voglio dirle  un'altra cosa. Voglio dirle che,
com' vero Dio, lei non la far franca. Dovessi crepare, trover
le prove della sua colpevolezza. E dal momento che ha tanta
voglia di collaborare con la polizia, ricominciamo tutto da capo.
Mi dica dove  andato quando scoppi l'incendio.
Sospirai. Sono andato a vedere l'incendio, come tutti.
Voglio sapere dove si trovava esattamente. Dietro la casa?
Davanti? Nella via laterale? Dove, insomma?
Davanti alla casa, dissi, nello stesso punto in cui si trovava l'autopompa.
E allora come spiega il fatto che ho interrogato cento
persone che si trovavano nello stesso luogo e nessuna l'ha
notata? Hanno cominciato a vederla solo mezz'ora dopo,
quando lei si  messo a recitare la commedia. Come ha impiegato
quella mezz'ora? Era nascosto dentro l'idrante, per caso?
Ma la gente pensava a guardare l'incendio, risposi.
Nessuno pensava a controllare l'identit di quelli che gli stavano vicino.
E va bene. Lasciamo stare questo punto, per ora. Quello che
vorrei chiarire  un particolare che mi ha fatto pensare fin dal
principio. Lei dice di essersi recato immediatamente sul luogo
dell'incendio e di essere rimasto tutto il tempo vicino all'autopompa.
Noi sappiamo che si  comportato da eroe, sappiamo
della sua ansia di prodigarsi per il bene di tutti. Tate ha gi testimoniato
su questo punto, dichiarando che a un certo momento
lei ha afferrato il manicotto e ha dato spettacolo al cospetto di
una folla ammirata. Intanto, per, la banca era gi stata
rapinata. Quello che vorrei sapere adesso, e lo vorranno sapere
anche i giurati in tribunale,  la ragione per cui lei si  astenuto
dal prestare il suo aiuto nei primissimi minuti dell'incendio, cio
proprio quando il suo intervento avrebbe potuto essere pi utile.
Capisce quel che voglio dire? Non le sembra strana questa
contraddizione nel suo comportamento? E s che lei  arrivato
sul posto appena l'incendio  scoppiato. L'ha detto lei.
Tacque per un momento, con un leggero sorriso sulle labbra,
come un gatto che si preparasse a saltare addosso alla preda.
Non potevo far altro che aspettare il nuovo assalto e pregare il
mio angelo custode di farmi trovare la risposta adatta.
Dunque, noi sappiamo che lei era sul posto e che moriva
dalla voglia di darsi da fare. D'accordo. Si volt di scatto, mi
punt il sigaro addosso e spar a bruciapelo: Se  cos, perch
non si  fatto avanti quando quella donna fu presa da una crisi
isterica e cominci a strillare che suo figlio era scomparso,
implorando che qualcuno entrasse nella casa in fiamme per
cercarlo? Perch non si  mosso? Aveva paura del fuoco?
Oppure non aveva ancora deciso di fare l'eroe? Al diavolo, le
dir io la verit... La verit  che lei non era ancora arrivato, e
lei lo sa. Provi a negarlo!
Aprii la bocca per rispondere, ma mi fermai. Doveva essere
una trappola. C'era qualcosa che non mi persuadeva in quella
storia della donna isterica. E se invece la storia fosse stata vera?
Se con la mia risposta mi fossi scavato la fossa? Bisognava dire
qualche cosa, bisognava rischiare. Aspirai l'aria profondamente
e mi lanciai.
Senta, dissi, sono stato l tutto il tempo e non ho sentito
strilli di donne isteriche.
Riuscii a guardarlo in faccia prima che si asciugasse il sudore
con la mano. L'avevo azzeccata. Ma quali altre sorprese mi
riservava per la prossima volta, e per la volta dopo, e per tutti
gli altri interrogatori a cui mi avrebbe sottoposto domani,
dopodomani e nei giorni seguenti?
Lo sceriffo stava per riprendere l'interrogatorio quando
squill il telefono. Si allontan lentamente per rispondere
all'apparecchio.
La stanza era avvolta da un silenzio profondo. S? disse.
Sono io. Dove? Oh, certo. Certo.
Ne  sicuro?
Mi teneva gli occhi addosso, con un'espressione tra l'incredulo e il
contrariato. Ne  ben certo? E che ora era? S, c' una
distanza di poche centinaia di metri, e basterebbero pochi
minuti. Se  cos, non c' possibilit di dubbio. D'accordo.
Grazie. E riappese.
Tutto d'un tratto aveva assunto un'aria stanca e annoiata.
Rimasi in attesa, con un'ansia che quasi mi impediva di respirare.
Con chi aveva parlato? Che cosa gli avevano detto? Avrei
voluto saltare in piedi e farlo parlare, a costo di prenderlo a
pugni. Diede uno sguardo a Tate e scosse la testa, mentre
un'espressione di stupore e disorientamento gli appariva negli
occhi.
Era George Harshaw, disse. Telefonava da Galveston.
Ha letto la storia nei giornali. Dice che Madox si  trattenuto
sicuramente sul luogo dell'incendio dal principio alla fine.
Anche Tate era sbalordito. Harshaw? Ma non ricordo di
averlo visto. Mi pare, invece, di aver visto sua moglie...
Infatti. Non  stato lui a vedere Madox, ma sua moglie. La
signora l'ha visto arrivare in macchina e smontare nello stesso
momento in cui arrivava anche lei. Erano passati meno di
cinque minuti dall'inizio dell'incendio.
...
.
...
CAPITOLO 12.
...
.
...
Non restava pi niente da fare per la polizia. Dovevano
lasciarmi andare. Osservai la faccia dello sceriffo mentre diceva
a Tate di darmi un passaggio in macchina fino a Lander. Aveva
l'espressione di un professore di matematica al quale qualcuno
avesse dimostrato che due pi due fa cinque. Non ci credeva,
ma non poteva farci niente. Se Dolores Harshaw mi aveva visto
sul luogo dell'incendio fin dal principio, era costretto a lasciar
cadere i suoi sospetti sul mio conto.
Mi scusi, Madox, disse con uno sforzo. Non ce l'avevo
personalmente con lei. Avrei arrestato mio fratello se ci fossero
stati gli stessi indizi contro di lui.
Che diamine, dissi. Lei fa il suo mestiere, come io vendo
automobili. Voglio dirle una cosa, per. Il giorno che decider
di mettermi a svaligiare banche, stia certo che andr a farlo
lontano dalla sua contea.
Mi fiss sopra pensiero. Gi... e far bene.
Tate non disse parola per tutto il tragitto, e nemmeno io avevo
voglia di parlare. Avevo il cervello troppo stanco per pensare ad
altro tranne che tutto era finito, che ero libero. Quando
arrivammo a Lander, cominciava a far buio. Tate mi fece
scendere davanti alla pensione.
Grazie, dissi, arrivederci.
Ci vediamo, disse lui. Alz una mano e si allontan.
Desideravo vedere Gloria Harper. Il tempo di fare una doccia
e di cambiarmi, e poi le avrei telefonato. Volevo portarla a cena
al ristorante, poi saremmo andati insieme a fare un giro in
macchina. Invece non feci niente di tutto questo. Appena fui
sotto la doccia e mi sentii addosso il getto di acqua calda,
cominciai a sciogliermi come un blocco di ghiaccio al sole. Solo
allora mi resi conto di ci che avevo passato, dell'enorme
tensione che avevo dovuto sopportare. La reazione mi tagli le
gambe, e feci appena in tempo a infilarmi nel letto prima di
crollare.
Mi svegliai prima dell'alba, e mi drizzai nel letto, con gli occhi
fissi nel vuoto. Ero libero? Ammesso e non concesso che lo
sceriffo fosse tanto ingenuo da bere quella storia, che cosa aveva
in mente Dolores Harshaw?
Per quanto riguardava lo sceriffo, io ero ancora l'indiziato
numero uno. Se avessi dissotterrato il denaro e tentato di
prendere il largo, mi avrebbe acciuffato prima che potessi
varcare il confine del Texas. Forse aveva finto di credere alla
versione di Dolores solo per darmi il tempo di compiere un
passo falso.
E poi c'era Dolores. Che cosa voleva da me?
Dopo un poco mi vestii e andai in centro. C'era poca gente
per la strada. Quando mi vide entrare nel ristorante, la
cameriera ebbe un soprassalto. Sapevo che molti altri avrebbero
sgranato gli occhi vedendo che ero tornato in circolazione.
Ordinai qualcosa da mangiare e sfogliai il giornale di Houston
senza riuscire a leggerlo.
Perch l'aveva fatto? Dolores aveva detto di avermi visto
vicino alla vecchia palazzina Taylor pochi minuti dopo lo
scoppio dell'incendio, mentre sapeva perfettamente di non
avermi visto. E sapeva anche una cosa di cui nessun altro era a
conoscenza: che io ero stato dentro l'edificio e che avevo
scoperto un deposito di materiale infiammabile. Forse stava
seguendo un suo piano. Rinunciai a risolvere l'enigma e uscii in
strada. Tanto, era inutile rompersi la testa per capirci qualcosa.
Avevo l'impressione che Dolores non avrebbe tardato a farsi
viva.
Gulick stava aprendo l'ufficio. Sembr contento di vedermi.
Hanno trovato il colpevole? domand imbarazzato.
Entrai e mi appoggiai a una scrivania, in un punto del quale
potevo osservare l'ufficio prestiti dall'altra parte della strada.
No, dissi. Non credo. Si erano messi in testa che il colpevole
fossi io, ma alla fine tutto si  chiarito e si sono convinti che
ero andato semplicemente ad assistere all'incendio, come tutti
gli altri.
Cerc di controllare un moto nervoso delle mani e abbass gli
occhi per guardarmi le punte delle scarpe. Lo sai, disse in
tono di mortificazione. Sono venuti qui sabato a chiedere di
te. Io gli ho detto quello che riuscivo a ricordarmi. Non
penserai, spero, che avessi in mente di...
Neanche per sogno. Come va il lavoro?
Sembr pi tranquillo e sollevato. Oh bene. Il giornale 
uscito ieri con l'annuncio. E venuta tanta gente...
Scusami, l'interruppi, torno subito. Gloria stava
arrivando dall'altra parte della via, e, nella luce del primo mattino,
era pi fresca e pi bella che mai. Quando mi vide che le andavo
incontro, si ferm di colpo, mentre sul suo viso appariva un'espressione
di timidezza, di stupore e insieme di gioia.
Mi avvicinai e le presi il braccio. Stava ancora guardandomi
con gli occhi spalancati. Salve, dissi.
Come va, Harry? domand ansiosa. Tutto si  chiarito,
spero. Non sapevo pi cosa fare. Nessuno sapeva niente, e io
non riuscivo a capire...
Adesso va tutto bene, dissi.  stato un errore, ma ora si
 chiarito tutto. Mi sembrava che le mie bugie e reticenze non
contassero. Anzi, non mentivo davvero, perch non nascondevo
nulla che riguardava noi due. Mi limitavo a difenderla da
qualcosa con cui lei non aveva niente a che fare e che, se avesse
saputo la verit, avrebbe potuto farle male.
Quello che ti hanno fatto  stato terribile, disse, e all'improvviso
gli occhi le si riempirono di sdegno. Non l'avevo mai
vista cos. Aspetta che mi capiti a tiro quel Jim Tate. Gli dir
quel che penso di lui.
Non gliene importerebbe molto. Ti guarderebbe in faccia e
subito ti perdonerebbe tutto quello che potresti dirgli.
Glielo voglio dire lo stesso, disse in tono di sfida. Ma subito
la collera le pass. Mi stai prendendo in giro, riprese,
confusa e rasserenata.
No, non ti prendo in giro. Il pensiero di essere nuovamente
vicino a lei mi colp con una improvvisa violenza. Avrei
voluto baciarla e stringerla finch le braccia mi facessero male.
Doveva avermelo letto in faccia.
Harry, debbo andare a lavorare, disse in fretta.
La accompagnai fino alla porta del suo ufficio. Apr e si ferm
un attimo sulla soglia. Vuoi che passi a prenderti alle cinque?
chiesi. Mi sembrer un secolo.
Sorrise. S, si pu fare... disse, tra un secolo.
La giornata pass lentamente. Le ore si trascinavano stanche,
ma senza mai arrestarsi del tutto. Il lavoro mi tenne occupato,
il che era d'aiuto. Verso le tre del pomeriggio ritornai all'alloggio
dopo un breve giro in compagnia di un contadino che
voleva avere una dimostrazione pratica. Vidi Gloria uscire dal
suo ufficio e avviarsi sul marciapiedi. Mi fermai a met del mio
tentativo di convincere il contadino all'acquisto. Con Gloria
c'era un uomo. Ed era Sutton.
Il contadino nicchiava, tentennava, voleva ripensarci. Come
preferisce, gli dissi con impazienza, libero di pensarci finch
vuole. Riuscivo ancora a vedere Gloria e Sutton. Stavano
entrando nel bar. Finalmente il contadino si tolse dai piedi.
Sbattei con violenza lo sportello della macchina e attraversai la
strada per raggiungere Gloria.
Si erano seduti a un tavolino. Gloria aveva il viso rivolto verso
l'ingresso. Nel varcare la soglia, prima che lei potesse vedermi,
notai che aveva un'espressione triste e spaurita, come se si
sentisse inerme di fronte a Sutton. Sembrava che si preparasse
a subire un'umiliazione alla quale non sapeva come sfuggire.
Lessi la rassegnazione sul suo viso. Quando alz gli occhi e mi
vide, lessi nel suo sguardo una tacita implorazione, come se mi
pregasse di non avvicinarmi.
Ero troppo agitato per dar ascolto a quell'invito, troppo
sconvolto dall'odio per Sutton. Nella mia mente non c'era altro
che Sutton. Accostai una sedia e mi sedetti anch'io al tavolino,
dando un'occhiata prima a lei e poi a Sutton.
Cos', chiesi, un piccolo convegno di affari?
Sutton annu con ostentata affabilit. Infatti. Ma perch
non si siede con noi? Oh, scusi, vedo che l'ha gi fatto.
Spero non le dispiaccia.
Si figuri.
Appoggiai le braccia al tavolo e lo guardai in faccia. Proprio
sicuro che non le dispiaccia? Davvero non ha niente in
contrario?
Ma niente, amico mio.
Mi fa tanto piacere, dissi. E a lei? Ma sapevo che era
inutile. Cercavo di provocarlo, ma era tempo perso. Era troppo
sfrontato e la sapeva troppo lunga. Si serviva di Gloria per
qualche ragione che mi sfuggiva e non era cos stupido da
lasciarsi coinvolgere in un litigio.
Posso essere utile in qualche modo? domandai.
Non direi, rispose Sutton. Poi, guardando Gloria, le chiese
in tono di blanda ingenuit: Crede che possa essere utile in
qualche modo, mia cara?
Gloria era pallida, come se lottasse per resistere. Mi venne il
sospetto che il mio intervento fosse stato inopportuno. Mi stavo
impicciando di una faccenda di cui non sapevo nulla e che
probabilmente era troppo complessa perch un paio di pugni
sulla grinta di Sutton bastassero a risolverla. Gloria scosse il
capo. Non poteva fare diversamente.
Mi rincresce, amico mio, disse Sutton con finto rammarico.
Vede bene come stanno le cose. Forse un'altra volta, chi
sa? Le faremo una telefonata, va bene?
Ti prego, Harry, intervenne Gloria cercando di dare un
tono convincente alla sua voce. Non ti preoccupare. Devo
parlare col signor Sutton di una questione personale.
Quand' cos. Mi alzai. Non c'era altro da fare. Guardai
Sutton dall'alto in basso. Mi dispiace che non abbiamo potuto
concludere questa faccenda.
Be', non se la prenda, amico. Sono cose che capitano, disse
con disinvoltura. Quasi quasi mi verrebbe da piangere, se non
temessi di guastarmi il trucco.
Tornai al lavoro. Se Gloria non voleva dirmi di che si trattava
e non desiderava che mi immischiassi, dovevo arrendermi.
Passai il resto del pomeriggio a gironzolare tra le macchine, in
preda a un'irritazione cupa e impotente. Sapevo gi che cosa
potevo aspettarmi quando sarei andato a prendere Gloria alle
cinque. E le mie previsioni furono confermate. Sutton aveva
rovinato tutto. La sua vista o anche solo il suo nome esercitavano
su Gloria un potere malefico, bastavano a trasformarla
totalmente. La trovai chiusa e silenziosa, come se stesse combattendo
un'affannosa lotta con se stessa. Ci fermammo su un
sentiero di campagna. La baciai, ma fu lo stesso che baciare una
statua. La sua mente era altrove.
Scusami, disse. Ho aspettato tanto il momento di vederti,
e adesso sono qui, rigida come uno stoccafisso.
Le presi il viso tra le mani, come avevo fatto quella notte.
Coraggio, cerchiamo di ragionarci insieme.
Si limit a scuotere il capo, come se fosse stanca di tutto.
Hai sentito? insistetti. Perch non vuoi parlare? Come
posso aiutarti se non so di cosa si tratta?
Tu non puoi farci niente, Harry.
Lo dici tu. E colpa di Sutton?
Per un attimo non rispose, poi annu contro voglia.
Be', Sutton ha due braccia e due gambe come tutti gli altri.
Chi crede di essere? Baster che qualcuno vada a fare quattro
chiacchiere con lui.
Devi stare lontano da lui, supplic. Harry, non farlo!
Promettimi che starai alla larga da lui.
Ma perch?
Perch s. Nient'altro, disse implorante, Dammi ancora
un po' di tempo. Non credere che io non voglia parlartene, ma
non posso. Per ora non posso. E tutto cos confuso. Mi sembra
di impazzire quando debbo decidere... Prima andava gi
abbastanza male, ma adesso...
Adesso cosa? chiesi sollevandole il viso in modo che mi
guardasse negli occhi.
Adesso ci sei tu, rispose semplicemente. La baciai ancora.
La sua testa bionda mi sfiorava il mento. Premette il viso
contro il mio petto, piangeva in silenzio. Pensai a Sutton. Se
quella persecuzione fosse continuata, prima o poi gli sarebbe
capitato qualche cosa.
Mercoled sera andammo al cinema insieme, e Gloria
cominci a riaversi. Non avevamo pi avuto notizie di Sutton.
Gloria era quasi sempre silenziosa e io avevo deciso di non
farle domande. Mi rendevo conto che stava lottando con se
stessa e volevo lasciarla tranquilla, come mi aveva chiesto. Una
volta o due ebbi la sensazione che fosse sul punto di rivelarmi
la verit, ma non insistetti per farla parlare. Sapevo che preferiva
tacere finch non fosse venuto il momento opportuno, e
mi accontentavo di stare con lei. Per me la sua compagnia era
gi meravigliosa.
Gulick e io eravamo molto impegnati. Le vendite delle auto
erano aumentate e io stavo preparando un'altra pubblicit per
il giornale. Pensavo ai soldi che avevo nascosto almeno cento
volte al giorno, ma non avevo nessuna intenzione di andare a
prenderli. Sebbene il chiasso intorno alla rapina e all'incendio si
fosse un po' calmato, sapevo che la polizia mi teneva d'occhio.
Era fin troppo logico. Mi avevano lasciato andare troppo facilmente
dopo quella telefonata del signor Harshaw. Avevano
accettato per buono l'alibi di Dolores, bench fosse un alibi di
seconda mano e fosse stato presentato alla polizia in maniera
poco ortodossa. Avevano fatto finta di archiviare la mia pratica
e di bere tutto, come se la signora Harshaw avesse gi testimoniato
in tribunale sotto giuramento. In realt non ero libero: mi
avevano lasciato un cappio appeso al collo, in attesa che mi
strangolassi da solo. Da parte mia, una volta capito il loro gioco,
dovevo impedire che la corda si tirasse pi del necessario.
Finch lasciavo il denaro al suo posto, non correvo pericoli. La
polizia non aveva indizi sicuri contro di me, e non ne avrebbe
mai avuti.
Gulick e io eravamo seduti in ufficio verso le quattro del
pomeriggio di gioved quando squill il telefono. Rispose
Gulick: Pronto, Concessionaria Harshaw. Pronto! Pronto!
Poi riattacc il ricevitore.
Hanno sbagliato numero? domandai.
Non so, rispose Gulick, hanno riappeso.
Circa venti minuti dopo, di nuovo la stessa cosa. Mi venne un
sospetto. Quando il telefono suon per la terza volta, Gulick era
fuori e risposi io. Il mio sospetto era esatto.
Era ora che rispondessi tu, disse lei. Parlava a voce cos
bassa che faticavo a capire.
Non l'aspettavamo di ritorno cos presto, risposi, parlando
nel tono dell'impiegato che si rivolge alla moglie del principale.
Spero che abbiate fatto buon viaggio.
Piantala! fece lei. Smettila di fare l'idiota!
Credevo che non sareste tornati prima di luned.
Ti spiegher dopo, quando ci vedremo. Cio stasera.
In quel momento alzai gli occhi e vidi che Gulick stava
rientrando in ufficio. Non saprei, dissi al telefono, dipende
dalla cifra che chiedete. Quel modello ha tre anni.
Dolores cap subito l'antifona. Ah, disse, c' l quel piedipiatti
in mezze maniche?
Appunto. dissi, Proprio cos.
Be', non pu sentire quel che ti dico. Perci ascoltami bene.
Fatti trovare allo stesso posto dell'altra volta.
Gulick si sedette all'altra scrivania e cominci a leggere il
giornale.
Non credo che possiamo trattare a queste condizioni, dissi
io.
Davvero? chiese lei zuccherosa. Qualcosa nella sua voce
mi diceva che si divertiva un mondo.
Certo.
Ma guarda! Che peccato, eh? sembrava che facesse le
fusa. Poi cambi tattica: A proposito, non  stata una fortuna
che io ti abbia visto l'altra settimana, quando c' stato
l'incendio? Pensa se non mi fossi accorta di te!...
Gi, dissi. Sentii che la corda mi si stringeva, intorno al
collo. Una corda finissima, fatta di nylon. E lei non aveva l'aria
di strangolarmi, ma di aggiustarmi il nodo della cravatta...
Avevo tanta voglia di vederti, riprese con rincrescimento, ma naturalmente, se tu hai gi un impegno...
Vedr se posso venirle incontro. Ci penser.
Oh, cos va bene. Alla stessa ora dell'altra volta?
S.
D'accordo. Ciao.
Dopo cena uscii dal paese in macchina. Ero furioso, ma avevo
anche paura. Se i nostri appuntamenti erano gi pericolosi
prima, adesso per me potevano addirittura significare il
suicidio. Non dovevo preoccuparmi soltanto del signor
Harshaw e dei pettegolezzi; adesso c'era di mezzo quel
maledetto sceriffo. Poich Dolores mi aveva fornito un alibi, lo
sceriffo non ci avrebbe messo molto a insospettirsi se avesse
saputo dei nostri incontri. E perch gli Harshaw erano tornati
gioved, con quattro giorni di anticipo sul loro programma? Era
strano che lui non si fosse, fatto vedere in ufficio.
Prima di infilare la stradina per la segheria, controllai la
strada dietro di me. Vidi due o tre macchine, coi fari accesi, a
una distanza di circa mezzo chilometro. Voltai lo stesso,
inoltrandomi nel bosco. Tutte le macchine passarono oltre
senza rallentare. Per non ero ancora sicuro e mi sentivo
inquieto.
Avanzai lentamente finch trovai ci che cercavo: un posto in
cui potessi lasciare la macchina in mezzo agli alberi, nascosta
alla vista di chi fosse passato sulla carrozzabile. Spensi i fari e
rimasi ad aspettare. Io potevo tener d'occhio il sentiero ma
nessuno poteva vedere me, protetto com'ero da un folto
schermo di alberi e cespugli.
Accesi una sigaretta e la fumai nervosamente tendendo l'orecchio
ai rumori della notte. Pensai alla pericolosa situazione in
cui mi stavo impantanando ogni giorno di pi. Avevo dodicimila
dollari che non potevo toccare, ero innamorato cotto di
una ragazza che si trovava in qualche pasticcio di cui non
poteva parlarmi ed ero caduto nelle grinfie di quella fuori di
testa di Dolores Harshaw. Dovevo piantarla finch ero ancora in tempo.
...
.
...
CAPITOLO 13.
...
.
...
I minuti passarono lentamente. Finii la sigaretta e schiacciai il
mozzicone nel posacenere del cruscotto. Poi sentii arrivare una
macchina e vidi un fascio di luce proiettarsi sulle chiome degli
alberi. Pass oltre senza fermarsi. L'avevo osservata abbastanza
bene per essere sicuro che era l'Oldsmobile. Ma forse era
meglio lasciar passare qualche minuto, finch mi fossi accertato
che nessuno la seguiva. Poi mi venne un'idea migliore: poich la
segheria non poteva distare pi di quattrocento metri, tanto
valeva andarci a piedi. Era pi prudente; se avessi sentito
arrivare un'altra macchina, mi sarei buttato tra gli alberi per
non essere visto.
Non arrivarono altre macchine. I miei occhi si erano abituati
all'oscurit proiettata dagli alberi. Quando emersi nella radura
presso la vecchia segheria, potei vedere abbastanza distintamente
alla luce delle stelle. L'Oldsmobile era ferma al limitare
della radura, a una certa distanza dalla carrozzabile. Dolores
non era all'interno. Poi riconobbi una macchia chiara ai piedi
del mucchio di segatura. Era lei. Stava in piedi nel punto in cui
la segatura scendeva lungo la scarpata del dirupo.
Quando mi avvicinai, compresi perch fossi riuscito a distinguerla
cos facilmente. Aveva addosso soltanto un paio di
calzoncini chiari e un reggiseno. La massa dei capelli biondi
formava nel buio una chiazza quasi luminosa.
Quando sent i miei passi, si volt e alz le mani. Mi venne
incontro e mi strinse le braccia al collo. Non potei fare a meno
di baciarla, cos come non avrei potuto fermarmi dopo essermi
buttato da una finestra. Lei cap subito che qualcosa non andava.
Cosa c'? mi chiese. Non dirai che ti sfuggo, per caso?
Mi ritrassi un poco. Che cosa dovevi dirmi?
Ho capito.  solo questo che ti interessa.
La rabbia torn a ribollirmi dentro. Dunque, credeva di
possedermi, mi trattava come una sua propriet privata. Dal
momento che le cose sono a questo punto, dissi, cerchiamo
di sbrigarci. Se facciamo presto, forse possiamo tornare a casa col primo treno.
La sua mano aperta mi arriv sulla faccia come un proiettile.
Le afferrai il braccio e glielo torsi in un impeto di collera.
Strega, tieni le mani a posto, le dissi, se non vuoi che te le stacchi.
Dunque ci siamo fatti un'altra ragazza, a quanto sembra.
Dico bene?
E se fosse? Riguarderebbe me solo, credo.
Potrebbe riguardare anche me. Ci hai mai pensato?
Non ci ho mai pensato, perch riguarda me solo.
In questo caso potresti avere qualche sorpresa. Mi guard
con un sorriso provocante e continu: Vediamo un po'. Non
sar per caso la bionda tutta gambe dell'ufficio prestiti? Come
si chiama? Harper? Vi ho visto insieme al cinema. Per, se
permetti, mi sembra proprio che non sia il tuo tipo. Carina,
d'accordo, ma un po' troppo giovane e all'acqua di rose per il
tuo carattere.
Piantala, dissi. Se hai qualche cosa da dirmi, vuota il sacco.
Allora  proprio lei la tua nuova conquista? Si mise a
ridere. Ma come fa a piacerti? Dev'essere una piccola volpe,
con l'aria da innocentina, ma ho l'impressione che non sia in
grado di comprendere le tue esigenze.
Mi trattenni appena in tempo. Per quanto si divertisse a
provocarmi, non potevo permettermi di perdere la testa.
Nonostante la rabbia che mi rodeva, avevo ancora le idee
abbastanza chiare. C'era in lei una sicurezza spavalda che mi
insospettiva. Dovevo scoprire quali fossero le sue intenzioni
prima che fosse troppo tardi.
Veniamo ai fatti, dissi. Anch'io sono venuto qui per
parlarti. Non mi telefonare pi. Non mi piace. E questa 
l'ultima volta che ci vediamo. Tu puoi essere pazza finch vuoi,
ma io non lo sono. Se hai bisogno di venir qui a rotolarti nella
segatura perch la notte non riesci a dormire, trovati un altro
amichetto. Io sono stufo.
Povero caro, sei proprio gi di corda stasera. Cosa ti ha fatto
quella ragazzina, ti ha portato a messa? Oppure sei ancora un po' nervoso?
Cosa vuoi dire?
Immagino che sia stato terribile: il mio povero caro sospettato
di rapina e incendio doloso!
Capii che si avvicinava il momento che avevo atteso e temuto,
ma continuai a far finta di niente. Dovevano pure arrestare
qualcuno. Ma questo che cosa c'entra con tutto il resto?
Oh niente, credo, disse con aria candida. Solo che... Be',
forse mi illudevo che tu fossi contento di rivedermi. Dopo tutto,che non ti ero mai sembrata cos bella e che avresti voluto esser
solo con me. Ti ricordi, vero?
Maledetta commediante: S... e che altro ti ho detto?
Lasciami pensare un momento. Mi avevi detto che era una
strana coincidenza, perch noi due eravamo stati in quella casa
appena pochi giorni prima. Chi avrebbe immaginato che tutti
quei giornali e quegli stracci potessero prender fuoco cos presto?
Naturalmente, nessun altro conosceva questo particolare...
Gi, dissi. Una bella conversazione. Ed  finita cos?
No. Mi hai detto che nessuno potrebbe prendere il mio
posto nella tua vita e che non riuscivi pi a stare lontano da me.
Mi  sembrato carino da morire. Non trovi?
S, dissi. Molto carino. Ma adesso lasciamo stare. Dove
vuoi arrivare?
Arrivare? A niente, mio caro. Solo, mi dispiacerebbe infinitamente
dover pensare che non eri sincero quando mi dicevi
quelle cose cos belle.
E se ti dicessi di andare all'inferno?
Be', dovrei concludere che il mio  stato soltanto un sogno.
Non sarebbe terribile?
Sapeva di non aver bisogno di dire nient'altro. Senza il suo
alibi mi sarei trovato di nuovo al punto di prima: sarebbero
ricominciati gli interrogatori, e forse questa volta mi avrebbero
costretto a confessare. Mi aveva messo con le spalle al muro,
proprio come mi voleva.
Mi piace parlare con te, disse sorridendo. Ci comprendiamo
cos bene, noi due. Sai, in molte cose noi due ci
somigliamo come due gocce d'acqua.
E non ti fa piacere?
Certo che mi fa piacere. Adesso dammi un bacio da buon
amico, e dimmi che io ti piaccio pi di quella piccola civetta
pelle e ossa.
Gi, darle un bacio da buon amico. Come se fosse stato possibile.
Quali che fossero le intenzioni, non sarei riuscito in alcun
modo a sottrarmi alle sue voglie. Potevo odiarla, ma ci non
cambiava nulla. Anche odiandola continuavo a subire il suo
potere.
Allora, riprese, mi vuoi bene?
No.
Che strano! Ci avrei giurato. In ogni modo, mi hai fatto
venire in mente una cosa che volevo dirti.
Cio?
Ci resterai di stucco. Credo di esserci rimasta, una delle
ultime volte.
Mi aveva talmente sconvolto coi suoi continui colpi di scena
che non ero pi capace nemmeno di pensare. La guardai come
uno stupido. Rimasta come?
Rimasta. Sai cosa vuol dire? Credo di essere incinta.
E perch vieni a raccontarlo a me? Sei sposata, no?
Credevo che potesse interessarti.
Cosa hai intenzione di fare?
Guarda, disse, adesso te lo faccio vedere.
Sulle prime credetti che fosse impazzita, poi ne ebbi la
certezza. Si mise a guardare verso il fondo del dirupo. Ci
eravamo fermati lungo un lato della montagna di segatura,
proprio sul ciglio del dirupo. La segatura raggiungeva press'a
poco l'altezza di una casa di due piani. Quando la segheria era
in funzione, il mucchio si era a poco a poco allargato fino a
traboccare oltre l'orlo della scarpata. Il pendio era ripidissimo e
la distanza tra il ciglio e il fondo del dirupo era circa di quindici
o venti metri, ma non potevo esserne certo perch l'oscurit
nascondeva il fondo.
Quello che fece Dolores un attimo dopo mi lasci sbalordito.
D'improvviso, senza dire una parola, salt di sotto, cadendo
sulla segatura e continuando a rotolare. Si stacc una valanga
di polvere di legno che la trascin sempre pi in basso finch
scomparve ai miei occhi. Rimasi immobile, con lo sguardo fisso
dentro il dirupo, ammutolito dallo stupore.
 pazza, pensai, completamente fuori. Prima ti ricatta con la
perfidia pi raffinata, poi si mette a far le capriole su un
mucchio di segatura, come se fosse una minorenne sbronza. A
pensarci, mi sentii venir freddo. E io ero nelle mani di quella
squilibrata affamata di sesso che poteva darmi in pasto alla
polizia in qualsiasi momento.
Guardai in basso e vidi la macchia chiara del suo corpo
baluginare in fondo al dirupo, tra l'ombra degli sterpi. Stava
tentando di risalire, ma aveva scelto la via pi difficile. Invece
di avanzare lungo il fondo per cercare un punto dal quale la
salita fosse pi agevole, voleva arrampicarsi lungo il pendio
ripido e cedevole formato dalla segatura. Vi affondava dentro
fino alle cosce, come se camminasse in mezzo alla neve, e a ogni
movimento provocava una nuova valanga che le faceva perdere
il poco terreno conquistato. Era una fatica sovraumana. Ma lei
lottava con una furia di cui non l'avrei creduta capace. Ogni
volta che scivolava verso il fondo, ricominciava da capo,
alzando le gambe a mezz'aria con un impeto che sembrava
inesauribile. Una persona dal cuore debole, ci sarebbe rimasta.
La vidi arrampicarsi un passo dopo l'altro, fino al ciglio della
scarpata, e lasciarsi andare a terra, ansimante e stremata. Il
suono affannoso del suo respiro sembr riempire la notte.
Be', disse aspirando l'aria con uno sforzo, che te ne pare?
Se ci hai provato gusto, padronissima.
Provato gusto? Ma sei scemo?
E allora perch l'hai fatto?
Non fare lo stupido. Te l'ho pur detto.
D'un tratto cominciai a vederci chiaro. Non le aveva dato di
volta il cervello. Aveva agito coscientemente, anche se aveva
rischiato di rompersi l'osso del collo. Era stata una dimostrazione
pratica del suo temperamento. Vuoi dire che ti sei
gettata di sotto in quel modo per...
Si mise a ridere. No, caro. L'importante, per me, non era
buttarmi di sotto, ma risalire in quel modo.
Dici davvero?
S. Mi fa sempre l'effetto voluto. Ho questa fortuna.
Mi andavo convincendo di non sapere su di lei quanto avrei
dovuto. Solo adesso mi accorgevo della volont ferrea e
micidiale che la faceva agire dietro il suo sguardo da bambina e
il viso sensuale. Era crudele e spietata come un pescecane e
otteneva sempre ci che voleva. Si vendicava dei suoi nemici
con una specie di gioia frenetica che lasciava sbigottiti e
sgomenti. Si era messa nei pasticci mentre giaceva su un
mucchio di segatura e ora usava lo stesso mucchio di segatura
per rimettere tutto a posto.
Mi invit con la mano a sedermi accanto a lei. Mi accendi
una sigaretta, Harry?
Accesi un fiammifero. Quando mi guard nell'esigua luce
gialla della fiamma, i suoi occhi mi parvero neri. Aveva il viso e
il corpo coperti di sudore, la segatura le si era incollata alla pelle e al costume.
Abbass gli occhi per guardarsi il petto. Accidenti, disse, avresti anche potuto togliermelo, no?
Frug con le mani dietro la schiena, slacci il reggiseno e se
lo sfil. Lo scosse un poco, poi si scroll la segatura dal petto
con fare distratto. Io tenevo ancora la sigaretta e il fiammifero.
Mi guard in faccia e ci che vide la fece sorridere. Poi allung
la mano e mi prese la sigaretta. Il fiammifero fin di bruciare e
mi scott la punta delle dita. Mi sfugg un'imprecazione e la mia
voce ebbe un suono strano, quasi irriconoscibile.
Povero vecchio Harry, disse in tono ironico, con la voce
che emergeva dal buio. Il caro Harry non mi vuol pi bene.
Sei un essere spregevole, dissi, cercando di vincere l'arsura
soffocante che mi sentivo in gola. Come se tutto questo avesse
qualcosa a che fare col volersi bene.
Te l'ho pur detto che abbiamo molte cose in comune, noi due.
Gi. Non lo dire un'altra volta.
Butt via la sigaretta che si perdette con una scia rossastra nel
buio del dirupo. Mi prese la mano e se la premette contro la
guancia. Abbassati, Harry. Hai voglia di baciarmi, vero?
Mi stesi accanto a lei. Ero incapace di resisterle. Avevo nella
testa un fragore assordante, come il rombo di un'enorme
cascata. Spostai la mano fino a toccarle la gola. Ti ammazzer, dissi. Com' vero Dio, ti ammazzer.
No che non lo farai, sussurr. Non adesso. Baciami, Harry.
Le sue braccia scivolarono intorno al mio collo e strinsero. E
cominciammo a scivolare oltre il ciglio del dirupo. La segatura
fran sotto di noi e ci trascin sempre pi gi, allacciati insieme,
semiseppelliti da quella massa molle, impalpabile e soffocante,
finch, rotolando, cadendo e rimbalzando, arrivammo in fondo
alla scarpata. Quando la caduta si arrest, il mondo smise di
girare vorticosamente e si ricompose in una strana pace. Avevo
le sue braccia ancora intorno al collo e le sue labbra a un
orecchio. Si muovevano, le sue labbra, con un bisbiglio
sconnesso, frenetico, incoerente. C'era un'oscurit impenetrabile,
l in fondo al burrone, tra l'ombra degli alberi.
E tu credevi di potermi lasciare.
Giacevo immobile, incapace di toccarla, ma tremendamente
conscio della sua vicinanza. La odiavo. Non dissi nulla.
Tu e quella civetta sfacciata. Una ragazzina col latte sulle
labbra. Credi che potresti lasciarmi per lei?
Te l'ho detto. Sono stufo. Questa  l'ultima volta.
Lo dici tu. Apparteniamo l'uno all'altra, noi due. Se tu mi
lasciassi, ritorneresti. Perch vuoi mentire a te stesso? Siamo
simili: prendiamo quel che vogliamo, e apparteniamo l'uno
all'altra. Abbiamo bisogno l'uno dell'altra. Una volta mi hai
dato della puttana. E tu hai riflettuto, cosa credi di essere?
Allora lo ammetti. E se lo ammetti, perch mi hai gettato
addosso il vassoio col ghiaccio quando te l'ho detto?
Sono un po' permalosa quando mi ubriaco. Non so perch.
Ho sempre il sospetto che tutti mi credano una puttana. Ma
quando sono sobria non me ne importa niente. Pensino quel che vogliono.
Be', in fondo  un'ammissione.
Perch mai?
Non ti sembra di aver passato il limite?
Non chiederlo a me. Del resto, siamo eguali, noi due. Io so
quel che voglio, e lo prendo.
Ma cosa vuoi, alla fine? Vuoi che io diventi tuo marito? E
credi che sarei disposto ad accettare? Non ti sembra di aver
dimenticato qualche cosa?
Che cosa, per esempio?
Oh, molte cose. La prima  che io non ti sposerei nemmeno
per scommessa. Sono gi stato sposato una volta, con una
ragazza dal cuore cos grande che dimenticava perfino di avere
una casa e un marito. E una volta, nella vita di un uomo,  pi
che sufficiente. Ma il particolare pi importante  che tu hai gi
un marito. Te ne sei dimenticata? O ti succede spesso di dimenticartene?
Probabilmente tu te ne dimentichi con la stessa facilit. Ma
non pensare a lui. Ha avuto quel che voleva.
Cosa vuoi dire?
Sai perch siamo tornati oggi da Galveston?
Me n'ero completamente dimenticato. Come potrei
saperlo?
Ha avuto un attacco di cuore.
Cosa?
Ed  gi il secondo.
Dove si trova adesso?
A casa. Non ha voluto andare all'ospedale.
Quando  successo?
Vediamo.  stato luned pomeriggio che lo sceriffo ha
ricevuto quella telefonata, no? Allora  successo marted
mattina.
Com' successo?
Un grosso pescecane aveva abboccato, e lui cercava di
stancarlo e di impedirgli di aggrovigliare la corda intorno all'ancora.
Cos credo, almeno per quel che ne ho capito. Nello stesso
tempo George si era messo a imprecare contro l'uomo della
barca. Poi  stramazzato all'improvviso. Lo abbiamo portato
all'ospedale di Galveston. Per poco non ci  rimasto.
E i'medici cos'hanno detto? Sapevo che era ridicolo, nella
mia posizione, interessarmi tanto alla sorte di Harshaw; eppure,
non so perch, non potevo farne a meno.
Se ha un altro attacco, ci resta secco.
Perch non ha voluto restare all'ospedale?
Odia gli ospedali. Se ne infischia di quel che dicono i
medici. Ma questa volta i medici gli hanno detto di stare
attento. Dovr smettere di andare a pesca e di fumare i suoi
sigari. E niente lavoro per diversi mesi. Niente che possa
eccitarlo. Sai cosa significa?
Certo. Niente pi pesca e niente arrabbiature per il lavoro,
per le tasse, per i moduli del governo...
Significa anche qualche altra cosa. Ti ho detto che  il suo
secondo attacco, ricordi? Be', quando ebbe il primo, la colpa
non fu di un pescecane all'amo.
...
.
...
CAPITOLO 14.
...
.
...
Il giorno dopo ero morto. Era peggio che essersi sbronzati.
Tornato a casa, non ero riuscito a dormire. Avevo continuato a
pensare a lei e a ci che poteva farmi. Nello stesso tempo, non
riuscivo a fare a meno di pensare ad Harshaw. Sapevo che era
un'ossessione assurda e grottesca, data la posizione in cui mi
trovavo. Perch dovevo preoccuparmi di lui? Eppure, ogni volta
che chiudevo gli occhi e cercavo di prender sonno, l'ossessione
ricominciava. Mi sembrava di vederlo disteso nel suo letto, tutto
solo, in una camera buia, intento ad ascoltare i battiti del suo
cuore, come un meccanico che ascolti un motore che perde i
colpi. Sapeva che la prossima volta sarebbe stata l'ultima e che
nessuno avrebbe potuto farci niente. Sapeva che nessuno
sarebbe rimasto vicino a lui in quel momento, perch noi due
eravamo troppo occupati a rotolarci nel nostro fango. Era
impossibile dormire con questo pensiero.
Ero cos pieno di nausea che quella mattina non andai
nemmeno a salutare Gloria. Non sapevo se avrei potuto sostenere
il suo sguardo. Ormai la notizia si era propagata, e in paese
tutti parlavano della malattia di Harshaw.
Il giorno successivo cominciai a sentirmi un po' meglio. Era
sabato, e c'era abbastanza da lavorare. Verso mezzogiorno
squill il telefono.
Il signor Madox?
Cosa vuole ancora? pensai. Sono io.
Parla la signora Harshaw. George mi ha pregato di telefonarle.
Non si sente abbastanza in forze per venire in ufficio.
Immagino che abbia saputo... Lasci la frase in sospeso.
S, dissi. Mi  dispiaciuto veramente. Come sta adesso?
Un po' meglio, ed  per questo che telefono. Vorrebbe che
venisse da noi stasera, per parlare di certe questioni del lavoro.
Crede di poter venire verso le sette?
Certo, dissi.
Benissimo. Vuole dire per favore alla signorina dell'ufficio
prestiti... come si chiama?
Harper, dissi. Sempre eguale, quella puttana. Moriva dalla
voglia di punzecchiarmi.
Ecco, s, la signorina Harper. George vorrebbe che venisse
anche lei.
Va bene, dissi, l'avvertir.
Attraversai la strada. Gloria era occupata con un negro che
stava facendo un versamento su un prestito. Quando mi vide
entrare, fece un cenno agitando la matita e mi sorrise stringendo
gli occhi. Dopo un poco il negro disse: Grazie, signorina
Gloria, ed usc.
Salve, mi salut la ragazza.
Hai un'ottima cera stamattina. Feci una pausa. Sulle
prime, quando ci incontravamo, tutt'e due ci sentivamo un po'
imbarazzati.
Ti piace il mio vestito nuovo?
L'osservai. Era un vestito azzurro con piccole guarnizioni
bianche. S, dissi, moltissimo.
Sorrise. Veramente non  nuovo. Devi averlo gi visto
quattro volte.
Non me ne ricordo.
Sei molto gentile. Poi assunse un'espressione seria e
cambi tono. Hai sentito del povero signor Harshaw?
Ho parlato proprio adesso con sua moglie. Sembra che stia
un po' meglio e desidera che andiamo a trovarlo stasera. Vorr
parlarci del lavoro. Se ce la fai, passerei a prenderti un po'
prima delle sette.
D'accordo, Harry. Per dovrebbe cercare di non pensare al
lavoro, nelle sue condizioni. Cosa credi che voglia?
Una relazione sull'andamento del lavoro, immagino. Ma
pu anche darsi che voglia liquidare tutto e ritirarsi dal
commercio.
Per un po' non disse nulla. Poi chiese: Pensi davvero che
intenda ritirarsi?
C'era qualcosa nella sua voce che mi colp. La guardai, ma
non riuscii a scoprire nulla. Quella fastidiosa sensazione mi
rimase addosso anche quando uscii. Sembrava quasi che avesse
paura. Ma di che cosa? Anche se avesse perduto il suo posto, e
non era molto probabile, non avrebbe faticato a trovarne un
altro.
Passai a prenderla al tramonto. Non era ancora pronta, e
nell'attesa mi misi a parlare di automobili coi Robinson sulla
veranda. Quando usc, la trovai molto elegante. Indossava una
gonna bianca con una camicetta scura dalle maniche lunghe.
Nell'aiutarla a salire in macchina, sentii nell'aria intorno alla
sua persona un profumo delicato, appena percettibile.
Superata la stazione di rifornimento, trovammo la strada
quasi completamente deserta nel crepuscolo. Quando
giungemmo presso la quercia, fermai la macchina.
Hai dimenticato qualche cosa, Harry? mi domand.
No, niente. Ma questa  la prima occasione che mi si
presenta. Le presi il viso tra le mani e la baciai.
Quando riapr gli occhi, vi scorsi un sorriso. C'era appena la
luce necessaria per vederli, e mi sembrarono enormi.
Guarda che non ti restino tracce di rossetto. Dobbiamo
andare a una riunione di lavoro, ricordi?
Al diavolo le riunioni di lavoro. Volevo soltanto dirti una
cosa. Forse non te l'ho mai detto prima d'ora. Sei bella. Sei
meravigliosa.
Se continui cos, mi farai perdere ogni interesse per gli
affari.
Sai, dissi, appena gli avremo fatto la nostra relazione, ce
ne andremo via alla chetichella.
Si mise a ridere, Poi, mentre rimettevo in moto la macchina,
cambi tono e trad di nuovo una vaga apprensione: Spero
proprio che il signor Harshaw stia meglio. Mi fa male pensarlo
confinato a casa.
Harshaw, seduto in un'ampia poltrona nella stanza di
soggiorno, indossava un pigiama e un accappatoio di spugna.
Sembrava molto invecchiato. Il viso aveva un colore grigio
sporco e appariva pi magro, sebbene questa potesse essere
soltanto una mia impressione. Solo i suoi occhi non erano
cambiati. Avevano conservato il loro sguardo freddo e tagliente,
come se Harshaw rifiutasse di farsi intimidire dalla minaccia di
un cuore malato che poteva ucciderlo da un giorno all'altro.
Dolores ci fece entrare. Portava un abito bianco estivo e aveva
tutti i riccioli in perfetto ordine. Il trucco che le copriva il viso,
per quanto carico, non bastava a nascondere le ombre sotto gli
occhi. Quella ginnastica sul mucchio di segatura era una
medicina piuttosto violenta e qualche conseguenza l'aveva
avuta. Comunque era una ragazza tosta.
Mi accorsi che stava sottoponendo Gloria a un esame
accurato. Senza dubbio l'aveva gi vista altre volte, ma ora
sembrava che l'avesse distesa su un tavolo anatomico per
studiarla pezzo dopo pezzo. Nei suoi occhi, che non riuscivano
a nascondere una certa asprezza, vi era lo sguardo della donna
matura che si confronta mentalmente con una ventenne.
Conosci la signorina Harper? E Madox? le domand
Harshaw. La sua voce mi lasci sorpreso. Tremava leggermente
e aveva perduto quasi del tutto quelle antiche inflessioni che mi
avevano fatto pensare a un sergente.
Oh s, certo. Volete accomodarvi? Poi bisbigli a Gloria:
Mi piace quella camicetta. Veramente graziosa.
Dopo averci ragguagliato brevemente sulle condizioni di suo
marito, si scus dicendo che doveva andare in cucina a prepararci
qualche cosa da bere. Quando fu uscita, Harshaw
domand: Allora, come va il lavoro?
Non possiamo lamentarci, risposi. Gli dissi quante
macchine avevamo venduto e gli parlai di quelle che avevamo
prese in cambio, due o tre in tutto.
Credete che la pubblicit sia servita a qualche cosa?
Certo. Ho preparato un altro annuncio per il giornale di
questa settimana.
Si lasci sfuggire un grugnito. Bene. Adesso vi dir perch
vi ho fatto venire a casa mia, ma prima, Madox, mi spieghi
come ha fatto a finire tra le grinfie dello sceriffo.
Mi strinsi nelle spalle. Be', non saprei. In primo luogo ero
nuovo di questo paese. E poi, secondo il cassiere della banca, il
rapinatore era un tipo ben piantato.
Per fortuna Dolly l'ha vista il giorno dell'incendio. So che
razza di uomo  quello sceriffo. In due giorni sarebbe stato
capace di convincere lei stesso di essere colpevole. Tacque un
momento per respirare profondamente. Doveva essere ancora
molto debole. Ma parliamo d'altro, disse. Vorrei spiegarvi
i miei progetti...
In quel momento Dolores usc dalla sala da pranzo e lo interruppe:
 quel maledetto ghiaccio, George. L'avevo preparato
in cubetti, ma adesso si sono attaccati tutti insieme. Forse il
signor Madox...
Certo, dissi alzandomi. Scusatemi.
Razza di strega, pensai, quando il ghiaccio vuoi gettarlo
addosso a qualcuno, non hai bisogno di aiuto. La seguii nella
sala da pranzo e poi in cucina. Mi osserv mentre aprivo il
frigorifero e ne toglievo i cubetti.
Che strano, disse sorridendo, io non riuscivo a staccarli.
Nient'altro? domandai.
Ti dispiacerebbe mettere il ghiaccio nei bicchieri?
C'erano quattro bicchieri. Dolores vers whisky e soda in tre
di essi e solo soda nel quarto. Poi cominci ad agitarli uno a uno
facendo un sacco di rumore. Con l'altra mano mi afferr per il
bavero e mi fece segno col capo di avvicinarmi a lei.
Mi piant gli occhi addosso, conservando sulle labbra l'aspro
sorriso con cui ci aveva accolti. Carina, la piccola Gloria,
vero? Pur non sussurrando, teneva la voce bassa. Aveva le
narici dilatate e il fiato grosso. Per potresti anche dire, a
quella puttanella dalla faccia d'angelo, di non lasciarti addosso
il suo profumo. Si sente anche da lontano.
Stai mettendo alla prova la tua fortuna. Non tirare troppo
la corda.
Pensi che abbia voglia di scherzare? Faresti meglio a ricordarti
chi sono.
Me l'hai gi detto una volta, risposi. E smettila con le
minacce. Le afferrai la mano con cui agitava il ghiaccio, le
tolsi il cucchiaio dalle dita e lo gettai nel secchio. Non sarebbe
ora di servire da bere?
Tornammo in soggiorno, distribuimmo i bicchieri e ci
mettemmo a sedere. Gloria mi guard con occhi scintillanti.
Madox, ho parlato con la signorina Harper, disse
Harshaw. Ecco la mia proposta. Io sono costretto a lasciare il
lavoro, almeno per un bel pezzo. Vorrei che lei assumesse la
gestione di tutto. La signorina continuer a dirigere l'ufficio
prestiti, come ha fatto finora, ma la responsabilit generale
toccher a lei, Madox. Io le pagher uno stipendio, pi la
provvigione attuale e una partecipazione sulle vendite di Gulick.
Tutto sommato, dovrebbe mettere insieme sui seimila dollari
all'anno. Ci sta?
Che domanda. Era un'occasione fantastica, e mi prendeva un
po' di sorpresa. Non riuscivo a capire. Ci eravamo sempre
azzannati come due mastini e adesso veniva fuori con quella
proposta. Certo, dissi cercando di prender fiato. Ovvio che
ci sto. Ma perch ha scelto proprio me? Voglio dire che Gulick,
essendo pi anziano...
Fece un gesto per tagliar corto alle mie obiezioni. Era rimasto
in lui qualche cosa del vecchio Harshaw. Gulick non  all'altezza
ringhi. Non ha abbastanza energia. So che lei ne ha.
E so anche che lei  troppo rognoso per essere disonesto. Perci,
se ci sta,  cosa fatta.
Gi, pensai. Io non sono disonesto, secondo lui. Oltre a
tradirlo con sua moglie, di recente mi sono reso protagonista di
un furto di dodicimila dollari. Mi riusciva piuttosto difficile
guardare il signor Harshaw negli occhi.
Non ci volle molto per definire i particolari. Poco prima che
ce ne andassimo, Dolores accompagn Gloria per mostrarle
dov'era il bagno e Harshaw le segu con lo sguardo mentre
uscivano. Era la prima volta che scorgevo un barlume di affabilit
sulla sua faccia. Mi domandai chi delle due attirasse in
modo particolare la sua attenzione, Dolores o Gloria.
 una delle pi belle ragazze che abbia mai visto, disse, e
allora capii che si riferiva a Gloria. Cerchi di non trattarla coi
suoi soliti sistemi da duro, se vuole che andiamo d'accordo.
Appena ci trovammo di nuovo sull'automobile, Gloria disse
semplicemente: Sono proprio contenta per te, Harry. Mi
sembra meraviglioso.
Voltai verso il paese e mi diressi verso sud. Senza nemmeno
accorgermene, presi la strada che passava davanti alle fattorie
abbandonate. Tutti e due guardavamo senza parlare la strada
che scendeva tortuosamente verso il greto. I boschi erano
immersi in un'oscurit completa. In pochi minuti arrivammo al
fiume. Fermai la macchina sul margine della strada, presso
l'altra estremit del ponte, e spensi i fanali. La notte si chiuse su
di noi. Scesi, girai dall'altra parte della macchina, aprii lo
sportello e aiutai Gloria ad uscire.
Quando i miei occhi si furono abituati all'oscurit, riuscii a
distinguere il fiume, le stelle che vi si riflettevano come una
polvere d'argento su uno specchio, e la sagoma spettrale del
ponte. Ci avviammo verso il centro del ponte e sentii i tacchi alti
di Gloria risuonare sulle tavole di legno. Ci fermammo presso
la spalletta, guardando sotto di noi. Mi voltai e scorsi il suo viso
nella pallida luce che trapelava nel varco tra le due muraglie di
alberi. I suoi occhi erano scuri mentre mi fissavano con uno
sguardo tranquillo. Intorno a lei era rimasta la vaga fragranza
che avevo avvertito quando ero andato a prenderla a casa.
Allungai le braccia e la strinsi a me.
Restammo a lungo senza parlare. Baciai Gloria e la tenni
abbracciata come una cosa estremamente preziosa che potesse
sfuggirmi da un momento all'altro. Tenevo il capo chino, con la
mia guancia premuta sulla sua. Infine Gloria si ritrasse un po',
e mentre le mie braccia allentavano la stretta, mi prese le mani
e se le port intorno al viso.
Sar sciocca, disse sotto voce, ma mi piace il modo in cui
mi baci. Sar forse perch la prima volta mi hai baciato cos. Ti
ricordi, Harry?
No, dissi, me ne sono completamente dimenticato. Come
potrei ricordarmi di una cosa cos insignificante? Gloria
sorrise, e io le tenni il viso tra le mani e mi abbassai fino a
sfiorarle le labbra. Ti amo, dissi.
Anch'io ti amo, Harry.
Davvero?
S. Pensa, ti conosco appena da un mese, eppure mi sembra
di non ricordare come era il mondo quando non ero innamorata
di te. Forse non dovrei dirtelo, ma non puoi immaginare
quanto speravo che tu mi baciassi quella sera in cui riportasti a
casa Spunky.
Sei una strana ragazza, dissi. Strana, e meravigliosa.
Rimanemmo di nuovo in silenzio. Dopo un po' mi chiese con
voce appena percettibile: A cosa stai pensando?
Stavo chiedendomi come mai la macchina ci ha portati fin
qui. Dal momento in cui abbiamo lasciato la casa di Harshaw,
sapevo che ti avrei chiesto se volevi sposarmi. Non pensavo ad
altro, e siamo arrivati qui senza che me ne accorgessi. Nello
stesso tempo, mi tornavano alla mente le parole che Harshaw
mi ha detto mentre tu eri fuori.
Che cos'ha detto?
 buffo, a ripensarci adesso. Mi ha detto che mi avrebbe
licenziato su due piedi se non ti avessi trattato come si deve. Nel
lavoro, voleva dire. Sai che anche lui ha un debole per te? Ha
detto che sei la pi bella ragazza che lui abbia mai visto.
Non lo dire, Harry. Improvvisamente si strinse tra le mie
braccia e potei cogliere nella sua voce una paura che si faceva
sempre pi grande. Non dirmi niente. Abbracciami.
L'abbracciai, ma non serv a rianimarla. Sentivo che qualcosa
era crollato dentro di lei. Poi, cominci a piangere, non in
silenzio come aveva fatto in precedenza, ma con una disperazione
che mi sconvolse. E non c'era nulla che io potessi fare per
calmarla. Era una sensazione orribile.
Dur un'eternit. Appena smise di piangere le asciugai le
lacrime col mio fazzoletto. La tenni per un braccio e la ricondussi
alla macchina. Le accesi una sigaretta e gliela misi tra le
labbra.
Coraggio, dissi, cominciamo dal principio. Abbiamo
tutta la notte davanti a noi e non ce ne andremo finch non mi
avrai detto tutto. C' qualche cosa che ti tormenta, e ormai 
durato anche troppo. Sentiamo.
Va bene, Harry, disse con rassegnazione. Non posso pi
resistere. Debbo dirtelo. E dovr dirlo anche a lui. Sar la parte
pi difficile. Dopo quello che ha fatto per me, come riuscir a
dirglielo, Harry?
Dirlo a chi?
Al signor Harshaw. La sua voce era di nuovo sul punto di
spezzarsi. L'ho derubato, Harry. Gli ho rubato quasi duemila
dollari.
I conti cominciavano a tornare. Molto bene, pensai.
Splendido. Harshaw dovrebbe scrivere un libro sulla sua fede
nel genere umano. Sua moglie  una puttana, e io le ho dato
una mano a dimostrare di cosa  capace. Adesso quest'altro
colpo. Ma subito qualche cosa mi avvert che il mio ragionamento
era sbagliato. Io e Dolores eravamo colpevoli, ma Gloria
non faceva parte della stessa categoria.
Non mi restava altro che aspettare che Gloria si riprendesse,
poi le dissi: Avanti, piccola. Dimmi di che cosa si tratta.
Appianeremo tutto, vedrai. Siamo in due, adesso. Le accesi
un'altra sigaretta e le misi un braccio dietro la testa in modo che
potesse appoggiarsi a me.
Scusami, Harry. Ora comincia ad andar meglio. Forse non
riuscir a farti comprendere la ragione di tutto perch tu non sei
pauroso e vile come lo sono stata io, ma cercher di spiegarti
come meglio posso.  quasi un anno, ormai, che mi trovo in
questo guaio. Continuo a restituire il denaro, un po' alla volta,
ma non riesco a mettermi in pari perch ci sono anche gli
interessi...
Una ragazza come questa deve essere pi unica che rara,
pensai. Mi dice di essere una ladra, e intanto paga gli interessi
su ci che ha rubato.
Non cercher di spiegarti che vita sono costretta a fare, prosegu in tono di stanca rassegnazione. Sempre col timore
che qualcuno scopra la verit. E intanto debbo fare in modo che
i registri sembrino in ordine, anche se qualche scrittura  falsa.
Appena posso, restituisco alla cassa qualche dollaro, e allora
debbo fare un'altra scrittura falsa per nascondere ci che ho
pagato. Sono pi di millecinquecento dollari, e gli interessi su
questa somma assorbono quasi la met di ci che posso pagare
ogni mese sul mio stipendio. E poi c' sempre qualche altra
uscita, qualche richiesta nuova: venti dollari, o trenta, o
cinquanta. Ma forse farei meglio a dirti dove vanno al finire
tutti questi soldi...
Questo lo so gi, tesoro, dissi. Ci che vorrei sapere,
prima di andare a parlare con lui,  la ragione, il perch.
Scosse la testa, con ostinata determinazione. No, Harry, no.
Non capisci che questo  appunto uno dei motivi per cui non te
ne ho mai parlato? Ho paura di ci che potresti fare. Potrebbe
farti del male, oppure potresti ficcarti nei problemi anche tu.
Raccontami tutto, piccola, le dissi, e non ti preoccupare.
Faremo quattro chiacchiere, io e lui. Pu anche darsi che io
sappia parlare la sua lingua meglio di te.
Dopo un momento di esitazione, cominci a raccontare: Ti
dir tutto, ma non possiamo farci niente, credimi, n tu n io.
Tranne che andare dal signor Harshaw e confessargli la verit.
Se riesco a trovare il coraggio per farlo... Lascia che ti racconti
dal principio. L'anno scorso, press'a poco in questa stagione,
arriv a Lander una ragazza, o piuttosto una donna. Si
chiamava Irene Davey e faceva l'insegnante. Doveva insegnare
al liceo, algebra e geometria piana, mi sembra, e nello stesso
tempo allenare la squadra femminile di pallacanestro. Bench le
lezioni cominciassero solo in settembre, era venuta alla fine di
agosto per trovarsi un alloggio. La incontrai la prima volta al
tennis, il giorno dopo il suo arrivo. Aveva parecchi anni pi di
me, doveva averne ventisei o ventotto, ma era bravissima negli
sport. Aveva una passione per ogni genere di giochi. Al tennis
mi batteva sempre, senza sforzo, e insisteva perch l'accompagnassi
al fiume per mostrarle dove si poteva nuotare. Seppi che
all'universit aveva fatto parte di una squadra di nuoto e aveva
vinto diverse gare di tuffi. Fin dal primo momento sembr che
avesse una grande simpatia per me. Mi telefon un paio di volte
pregandomi di andare con lei al cinema. Io le presentai alcuni
ragazzi di mia conoscenza, ma mi parve che non le interessassero molto.
Dopo una pausa riprese: Scusami, Harry, se vado per le
lunghe, ma debbo dirti tutto questo perch tu capisca quel che
avvenne. Fu terribile, ma io non sapevo...
Cominciai a provare una sensazione strana, una specie di
premonizione. Mi torn alla mente ci che avevo visto quella
domenica mattina quando avevo assistito all'incontro tra
Gloria e Sutton dal mio nascondiglio nel vecchio granaio abbandonato.
...
.
...
CAPITOLO 15.
...
.
...
Irene Davey, prosegu Gloria, venne a trovarmi un
sabato pomeriggio, mentre ero sola in casa. Voleva andare a
fare una nuotata, ma io le feci osservare che il fiume era pericoloso
perch vi erano molti scogli nascosti e forse delle bisce. Alla
fine, per, tanta fu la sua insistenza che cedetti. Indossai il
costume da bagno sotto un abito estivo e lasciai un biglietto per
far sapere a mia sorella dove saremmo andate. Prendemmo la
macchina di Irene. Avevo scelto appunto questo posto, perch
ricordavo che vi era una pozza tranquilla proprio sotto il ponte.
Arrivammo nelle prime ore del pomeriggio, col sole che
scottava. Ci togliemmo i vestiti che portavamo sopra il costume,
ma ebbi l'impressione che Irene non avesse pi tanta voglia di
scendere in acqua. Voleva chiacchierare. Eravamo press'a poco
nello stesso punto dove ci troviamo adesso. Restammo in
automobile a fumare una sigaretta. Mi disse che mi era riconoscente
per le cortesie che le avevo dimostrato e aggiunse che le
ero molto simpatica. Mi sentivo un po' imbarazzata, ma pensai
che, essendo sola in un paese nuovo, le facesse piacere aver
trovato un'amica. Non era il caso di mostrarmi troppo sostenuta,
perch avrei ottenuto il solo risultato di offenderla. Ma
dopo un po' cominci a dirmi che ero molto graziosa, che il
costume da bagno mi stava bene...
Fece un'altra pausa ed ebbe un lieve sussulto. Sapessi com'
difficile parlare di queste cose, Harry, disse esitando.
Capisco tesoro, dissi, ma tralascia i particolari, se vuoi.
Non c' niente di nuovo in tutto questo, e posso indovinare il resto.
Ti ringrazio, disse. Be'... credo di essere stata terribilmente
ingenua. Tutto quello che provavo era un vago senso di
disagio e il desiderio di scendere al pi presto dalla macchina,
perch Irene stava cominciando a parlare di cose troppo personali.
E poi... poi fu orribile. Tent di baciarmi. All'inizio ero
immobilizzata per lo spavento e non sapevo come reagire. Poi
cercai di uscire all'aperto. Irene continuava a parlarmi e tentava
di trattenermi, mentre io mi dibattevo per liberarmi. Aveva una
forza incredibile. Avevo cominciato a gridare, e nello stesso
tempo mi sforzavo di aprire lo sportello e di tenerla a bada.
D'un tratto, Irene si ferm e gir la testa per guardare fuori,
dalla parte del suo finestrino. Un uomo era immobile in mezzo
alla strada, a pochi passi dalla macchina. Non lo conoscevo e
solo pi tardi seppi il suo nome: Sutton.
Aveva esattamente lo stesso aspetto della mattina in cui lo
abbiamo incontrato al pozzo di petrolio. Aveva la barba lunga,
reggeva il fucile con un braccio e in una mano teneva la coda
di uno scoiattolo morto. Rimase a guardarci per qualche
secondo, con quella sua smorfia terribile e disgustosa. Poi disse:
Cosa succede, ragazze? Un piccolo litigio d'amore?
Io non ebbi la forza di dire o fare nulla. Mi sembrava di
dover svenire da un momento all'altro, l nella macchina. Irene,
invece, assal l'uomo con l'impeto di una furia, imprecando
come uno scaricatore di porto. Epiteti che non avevo mai
sentito pronunciare prima d'allora. Lo sconosciuto ricevette
l'assalto in silenzio, senza muoversi, esibendo la sua smorfia
orribile. Poi disse: Be' ragazze, non voglio interrompervi.
Continuate pure, baciatevi e fate i vostri comodi. E si allontan
lentamente per la sua strada.
Non so ancora come riuscii a fuggire. So che afferrai le mie
cose e mi misi a correre, gettandomi in mezzo al bosco. Ricordo
soltanto che mi ritrovai sola, distesa su un mucchio di foglie,
stringendo tra le dita la borsa e il mio vestito, senza fiato e
scossa da un singhiozzo nervoso. Dopo un poco mi rialzai, mi
rivestii e cominciai a camminare. Per fortuna trovai la strada e
ottenni un passaggio da una negra diretta in paese su una
vecchia Ford. Giunta a casa, poich mia sorella non era ancora
rientrata, stracciai il biglietto che avevo lasciato. Mi proponevo
di non parlare a nessuno di quella disgraziata avventura.
Finch, un brutto giorno, Sutton si fece vivo e cominci a ricattarti...
No, riprese Gloria scuotendo il capo. Era solo l'inizio. Il
peggio doveva ancora venire. Irene Davey non torn in paese
quella sera. Alla pensione si accorsero della sua scomparsa e
informarono l'ufficio dello sceriffo. Nel tardo pomeriggio della
domenica successiva Sutton venne a Lander e rifer che la
macchina era rimasta abbandonata tutta la notte presso il greto
del fiume. Evidentemente non disse di averla gi vista prima o
di sapere a chi apparteneva. La polizia fece un sopralluogo, e
quando trov nella macchina il vestito e le scarpe di Irene,
giunse alla conclusione che la ragazza doveva essere annegata
mentre nuotava. Cos cominciarono a cercare il cadavere nel fiume.
Io ero terrorizzata, Harry. Non sapevo pi che fare. Tentai
due volte di prendere coraggio e di andare dallo sceriffo per
dirgli tutto, ma mi manc la forza per farlo. Come potevo
spiegargli la ragione della mia fuga? Poi, all'alba di luned,
trovarono la salma. Proprio nello specchio d'acqua sotto il
ponte. La polizia accanton l'ipotesi dell'annegamento e
cominci a credere che Irene fosse stata uccisa con un colpo alla testa.
Mi lasciai sfuggire un fischio sommesso. Era un guaio, un
brutto guaio. E il colpevole fu scoperto?
No, disse Gloria. Io, naturalmente, fui presa dal panico.
Adesso non potevo nemmeno dire alla polizia che ero stata in
compagnia di Irene quel pomeriggio. E nessuno lo sapeva...
tranne Sutton. Verso il mezzogiorno di luned, dopo il trasporto
della salma in paese, Sutton venne a trovarmi in ufficio. Il
signor Harshaw era uscito e io ero rimasta sola. Dapprima
Sutton finse di non conoscermi e mi disse semplicemente che
era venuto a chiedere un prestito di cinquecento dollari. Ero
talmente spaventata da non sapere nemmeno quel che facevo.
Gli feci le solite domande, sulle modalit e le garanzie per il
prestito, e tirai fuori i moduli. Lui, intanto, continuava a
guardarmi, come se cercasse di ricordare dove mi aveva gi
visto. Riuscii non so come a compilare i vari documenti e glieli
presentai per la firma. Fu allora che Sutton scopr le batterie.
Al momento di prendere in mano la penna, fece finta di
avermi riconosciuto. Adesso mi ricordo disse. Sapevo di
averla gi vista da qualche parte, e non capivo come potessi aver
dimenticato una ragazza carina come lei. E aveva la sua
smorfia oscena stampata sul viso. Che brutta fine ha fatto la
sua amica, non le pare? Chi sa se riusciranno mai a scoprire il colpevole...
Non seppi difendermi, non ero pi capace nemmeno di
pensare, Harry. Dovetti afferrarmi alla scrivania per non
cadere. Mi sentivo debole, svuotata di ogni energia. Sutton
riprese: Vuole sapere l'ultima? La polizia sta dando la caccia a
un uomo. A un uomo... non  ridicolo, piccola mia?
Depose la penna, senza aver firmato le carte, e continu: A
essere sinceri, tesoro, tutte queste scartoffie sono un po' troppo
complicate per un contadino come me. A che servono tante
firme e scarabocchi? Mi dia il denaro, per cominciare, poi
penser lei a mettere tutto in ordine. Lei, biscottino mio, ci sa
fare. Il fatto  che vorrei andarmene prima che quello sceriffo
della malora mi faccia ammattire. Le pare possibile? Per il
semplice fatto che io abito da quelle parti, continua a rompermi
le scatole con un mucchio di domande una pi stupida
dell'altra: se ho visto qualcuno vicino al ponte, se c'erano altre
macchine... Insomma, comincio ad averne abbastanza. Mi
strizz l'occhio e continu: Che ne dice, bellezza? Non lo
farebbe un piacere a un brutto vecchiaccio?
Gloria si interruppe di colpo e si pass una mano sul viso.
Le avevo detto che mi sarei limitato a parlare con Sutton, ma
ora mi sentivo rimescolare dentro da una collera sorda e
violenta. Mi facevano male le mani, tanto era il desiderio di mettergliele addosso.
Cos ottenne i soldi e se ne and senza firmare nemmeno
una ricevuta? domandai.
S, Harry. Te l'ho detto, mi sono comportata cos per
vigliaccheria. Avevo tanta paura da non riuscire nemmeno a
pensare. Fui costretta a falsificare i registri per nascondere il
versamento fatto a Sutton. Naturalmente, non possedevo tanto
denaro da poter soddisfare la sua richiesta di tasca mia, ma
contavo di restituire la somma, un po' alla volta, fino a rimettere tutto a posto.
Poi, proprio il giorno dopo, lo sceriffo dichiar che si era
trattato solo di un incidente. La Davey doveva essersi tuffata
dalla spalletta del ponte, andando a sbattere col capo contro
uno scoglio a fior d'acqua. Il colpo l'aveva uccisa all'istante,
oppure le aveva fatto perdere i sensi provocandone successivamente
la morte per annegamento. Nel pomeriggio di luned
avevano proceduto all'autopsia del cadavere, rilevando la
presenza di acqua nei polmoni. Se la morte fosse avvenuta
prima della caduta nel fiume, probabilmente non si sarebbe trovata acqua nei polmoni.
Interruppe il suo racconto.
Se  cos, dissi, non vedo che cosa possa fare Sutton
contro di te. Si  trattato di un semplice incidente.
Scosse il capo, stancamente. Tu non conosci Sutton. Torn
dopo una settimana per chiedermi altri duecento dollari.
Capisci ora? Sapeva benissimo che i soldi avuti la prima volta
non erano miei, e ne approfittava per ricattarmi. Era sicuro che
la paura mi avrebbe spinto a continuare a pagarlo, per evitare
che venisse fuori la storia della mia gita con la Davey. Se la
storia si fosse risaputa, non credi che sarei stata circondata da
sospetti per tutto il resto della mia vita? Poteva darsi che fosse
un incidente, ma poteva anche darsi di no.
Aveva ragione. Non fa piacere a nessuno essere sospettato di
omicidio. Sutton aveva trovato una buona occasione ed era
deciso a sfruttarla fino in fondo. Le aveva estorto pi di millecinquecento
dollari, un poco per volta, mettendola nell'impossibilit
di colmare il vuoto di cassa. L'unica scappatoia che restava
a Gloria era quella di inventare false operazioni di prestito, ma
ci comportava la necessit di sborsare i relativi interessi man
mano che maturavano. Cos, tra i successivi versamenti fatti a
Sutton e gli interessi che doveva pagare, Gloria si trovava nella
stessa posizione di uno che volesse superare le cascate del Niagara nuotando controcorrente.
Cercai di farle coraggio. La baciai. Adesso smetti di preoccuparti.
Non dovrai pi far "prestiti" a Sutton. Riunendo le
nostre forze, restituiremo tutto, fino all'ultimo centesimo.
Vedrai, in meno di tre mesi non ci saranno pi scritture false nei tuoi registri.
In realt ero assai meno ottimista di quanto volessi apparire,
ma l'importante era alleggerire la tensione a cui Gloria era
sottoposta da mesi e restituirle un po' di serenit.
Ma, Harry, bisogna che io vada dal signor Harshaw e gli dica tutto...
No, cara, risposi. Non puoi farlo. Harshaw ha il cuore a
pezzi, e se tu andassi a raccontargli tutto quanto, che cosa ne
ricaveresti? Quando tutto sar finito e i nostri conti saranno in
regola, allora potrai parlargli tranquillamente, sebbene io non
ne veda lo scopo. Dopo tutto, sulle somme che hai "prestato" a
Sutton il principale ha ricavato un interesse mensile del tre per
cento per un anno. Dovrebbe fregarsi le mani dalla gioia.
Harry, cerc di protestare, non c' ragione per cui tu
debba immischiarti in tutta questa storia e contribuire alla
copertura degli ammanchi.
La ragione c', dissi, e credo di avertelo gi spiegato.
Sono innamorato di te.
Per la prima volta in quella serata, Gloria ebbe un sorriso.
Non un gran sorriso, d'accordo, ed era chiaro che doveva
esserle costato molta fatica, ma per me fu come se sorgesse il
sole.
Coraggio, le dissi. Cerchiamo di cancellare le lacrime.
Sto per riportarti a casa, e non voglio che tua sorella pensi che
ho passato la serata a picchiarti.
Accesi la luce interna dell'auto e Gloria si aggiust il viso.
Mentre stava frugando nella borsetta, ne cadde un piccolo
oggetto che rimbalz sul sedile e fin sul tappetino. Annaspai
con una mano e lo trovai. Era una clip d'argento che aveva la
forma di una moneta da un dollaro.
Graziosa, dissi.
 un regalo di mia madre. Me lo diede quando finii il liceo.
Gliela restituii e Gloria la rimise nella borsetta, Possiamo
sposarci anche domani, dissi. Vedo che l'argento comincia a
correre in casa nostra.
Si mise a ridere e fin di asciugarsi gli occhi. Stava molto
meglio. Per tutto il tragitto continuai a fare lo spiritoso per non
rivelare la rabbia che mi saliva dentro.
Quando la lasciai davanti al cancello di casa, mi sembr di
staccarmi da una parte di me stesso, anche se ero ansioso di
agire prima che Gloria mi chiedesse cosa avevo intenzione di
fare. Non volevo mentire con lei pi del necessario, ma sapevo
che se avesse avuto il pi vago sospetto di ci che stavo rimuginando,
si sarebbe spaventata e mi avrebbe senz'altro chiesto di
non farlo.
Dopo essere tornato in paese mi fermai sotto un lampione,
discesi e aprii il portabagagli. Trovai subito ci che cercavo: un
paio di guanti di cuoio che usavo per cambiare le gomme
dell'auto. Il cuoio era spesso e duro. Non c'era pericolo di farsi
male alle mani.
Uscii da Lander a cento all'ora. Mi ero dimenticato di Tate,
dello sceriffo e del pericolo che continuassero a tenermi
d'occhio. In ogni modo, se anche avevano provato a pedinarmi,
li avevo seminati. Dovetti rallentare al momento di lasciare
l'autostrada, ma ripresi a correre come un dannato lungo le
dune di sabbia e il greto del fiume. Superai la seconda salita a
tutta velocit, senza curarmi delle buche della strada, e quando
arrivai nella radura filai verso l'abitazione di Sutton. Lui non
era in casa.
Della sua auto non c'era traccia, e alla luce dei fari vidi che la
porta della baracca era chiusa. Rimasi l due o tre minuti,
imprecando contro la mala sorte, finch ricordai che era sabato
sera. Sutton doveva essere in paese a divertirsi, o forse era
andato addirittura fino al capoluogo della contea. Doveva pur
spendere in qualche modo tutti i soldi che guadagnava con cos
poca fatica.
Era inutile andare a cercarlo in centro, nelle birrerie o nelle
sale da gioco. Meglio aspettarlo. Diedi un'occhiata all'orologio:
erano appena passate le undici.
Aspettai fino a mezzanotte. Poi venne l'una. Un treno fischi
a un lontano passaggio a livello. Ogni tanto una leggera brezza
notturna passava tra le querce che circondavano la radura.
Valeva la pena di aspettare ancora? Probabilmente Sutton era
gi andato a letto, chi sa dove, e non sarebbe ritornato fino al
mattino.
Alle due e mezzo mi stancai di attendere e tornai in paese.
Feci una doccia e mi stesi sul letto, al buio, senza riuscire a
dormire. La solita giostra di pensieri. Il posacenere, sul
pavimento accanto al letto, traboccava di mozziconi, le lenzuola
mi si riappiccicavano addosso ogni volta che mi rigiravo.
Pensavo a lui, a Sutton: non contento di ossessionare Gloria coi
suoi ricatti, la perseguitava col suo ghigno da satiro e la
umiliava con le sue allusioni oscene. La rabbia mi bolliva dentro
fino a soffocarmi.
Quando sarebbe finita, e come? Avrei potuto chiudere la bocca
a Sutton, ma come liberarmi di Dolores Harshaw? Ora tutto era
cambiato. Non pensavo pi a lasciare Lander, perch volevo
sposare Gloria. Ma Dolores non era tipo da rispondere con tanti
auguri alla mia partecipazione di nozze. Ed era impossibile
prevedere quello che avrebbe fatto. N quel dannato sceriffo era
uomo da mandare un mazzo di orchidee agli sposi novelli.
Dovetti addormentarmi verso l'alba. Mi svegliai alle dieci e
mezzo, coi rintocchi delle campane della chiesa. Non feci in
tempo ad aprire gli occhi che il pensiero di Sutton torn ad
assillarmi, come se fosse rimasto sempre l in agguato. Rotolai
fuori dal letto mentre ancora controllavo l'orologio. Mi vestii e
andai in centro. Il sole sfavillava nelle strade, ferendomi gli
occhi. Pochi clienti nel ristorante. Ordinai un succo d'arancia e
un caff. Mentre stavo bevendo, entr un uomo con il cappello
bianco che and a sedersi sulla seconda sedia alla mia sinistra.
Era Tate. Accenn un saluto col capo.
Come va? domandai.
Bene, direi.
Nessuna novit con quella faccenda della banca?
Niente. Aspettiamo. Mi scrut, con uno sguardo vuoto di
ogni espressione, e torn a immergersi nella lettura del giornale.
Aspettiamo, semplicemente.
Finii il caff e lasciai qualche spicciolo sul banco. Ci si vede, 
dissi, e uscii. Mi sentivo lo sguardo di Tate fisso sulla schiena.
Aspettano, pensai. Aspetteranno un pezzo. Con uno scatto di
nervi, gettai la sigaretta in mezzo alla strada e mi diressi verso
la mia macchina. Non mi importava niente di Tate e della
polizia. A quest'ora Sutton era certamente a casa.
Nel superare il ponte sul fiume mi ritorn il ricordo della sera
precedente e del racconto di Gloria. Spinsi l'acceleratore al
massimo. Appena arrivai alla radura, vidi la macchina ferma
davanti alla veranda. Era in casa. Frenai, raccolsi i guanti che
avevo lasciato sul sedile e discesi.
Mi avvicinai alla baracca e ne varcai la soglia senza bussare.
Sutton non c'era. Mi fermai in mezzo alla stanza e mi guardai
intorno, pungolato dall'impazienza e dalla rabbia delusa.
L'interno della baracca aveva lo stesso aspetto dell'altra volta,
quando l'avevo visitata in compagnia di Gloria: il letto disfatto,
i piatti sporchi sparsi sul tavolo vicino alla porta sul retro. Forse
era andato a caccia. Mi voltai a guardare lungo le pareti. Un
fucile calibro 22 era abbandonato su uno scaffale presso la
porta d'ingresso e sopra di esso si scorgeva una carabina. Non
doveva essersi allontanato pi di tanto. Colpito da un pensiero
improvviso, mi avvicinai a controllare le due armi. Il fucile era
scarico, ma quando esaminai i congegni della carabina scoprii
che era carica. Feci cadere sul pavimento le tre cartucce, le
raccolsi e le gettai sotto il letto.
Mi sedetti sul letto, con le spalle appoggiate alla parete. Fuori
si sentiva un picchio che stava trapanando il tronco di un
albero. L'aria era immobile e soffocante. Il sudore mi colava
sulla faccia. Poi sentii i suoi passi che si avvicinavano. Doveva
essere andato ad attingere acqua dietro la casa. Rimasi seduto
finch lo vidi spuntare dalla porta posteriore, reggendo un
secchio in ciascuna mano.
Portava una tuta, senza camicia, e le gocce di sudore gli brillavano
sui peli neri delle braccia e del torace. La sua faccia di luna
piena si apr in una specie di sorriso che per non si trasmise al
suo sguardo.
Entri, disse, faccia come se fosse a casa sua.
Gi fatto, risposi. Appoggiai un piede all'orlo del tavolino
che si trovava accanto al letto e spinsi. Il tavolino schizz in
mezzo alla stanza e and a cozzare contro il tavolo da cucina.
Un posacenere rotol per terra spargendo mozziconi da tutte le
parti, mentre la lampada a petrolio cadeva e andava in
frantumi. Il petrolio cominci a gocciolare tra le assi del
tavolato. Si sieda, dissi.
Sutton studi per un momento la scena. Bel colpo, eh? E
depose i secchi d'acqua su una panca vicino alla porta.
S, dissi. Bel colpo.
I suoi occhi si spostarono lentamente verso la carabina.
 scarica, lo avvisai.
E adesso? domand fissandomi. Di cosa vuoi che
parliamo? Non che io sia un ficcanaso, intendiamoci...
Parleremo di Gloria Harper. E pi di un anno che le stai tra
i piedi...
E hai fatto tutta questa strada per dirmi di togliermi di
mezzo? Tutto qui?
Ho intenzione di fare qualcosa di pi, risposi. Cercher
anche di convincerti.
Mi alzai dal letto e gli andai incontro. Sutton rimase ad aspettare,
senza neppure mettersi in guardia. Mi feci sotto, tenendo
d'occhio le sue mani. Finalmente le sollev, facendo una finta
col sinistro in direzione della mia faccia e sferrandomi contemporaneamente
un calcio col piede destro. Avevo previsto la
mossa. Mi girai di scatto sul piede sinistro e Sutton fin con un
ginocchio contro la mia coscia. Forse si aspettava di avere a che
fare con un dilettante, pensai. Partii con una successione di
colpi al tronco e ci diedi dentro. Quando si pieg in avanti, col
fiato mozzo, ne approfittai per colpirlo al viso. Cerc di
raggiungermi con un sinistro, e io risposi con un gancio destro
alla faccia che lo mand a sbattere contro lo spigolo del tavolo
da cucina. Gli si piegarono le gambe, e cadde su un fianco
tirandosi dietro i piatti e una bottiglia di sciroppo. Cerc di
rialzarsi, con un rantolo in gola, ma lo rimandai a terra. Dovetti
colpirlo cinque volte prima che restasse immobile a terra. Avevo
il fiato grosso, le mani mi facevano male e il sudore mi scorreva
sulla faccia come pioggia. L'agguantai per la tuta e lo scaraventai
contro lo spigolo del tavolo, tenendogli un ginocchio sulla
pancia. Gli feci sbattere tre volte la testa contro il tavolo, tanto
per stare sul sicuro. Poi lo lasciai cadere in mezzo ai piatti rotti.
Era conciato molto male. Facendo uno sforzo per riprendere
fiato, recuperai uno dei secchi e versai l'acqua sui miei guanti
per cancellare le tracce di sangue, poi li asciugai con una delle
camicie appese alla parete. Il resto dell'acqua del secchio la
rovesciai sulla faccia di Sutton.
Quando credetti che fosse in grado di sentirmi, mi accovacciai
accanto a lui e gli dissi: Adesso apri le orecchie. Cerca di
lasciare in pace la ragazza. Se ti provi a darle noia una volta
sola, l'inferno non sar abbastanza grande per te: mi troverai
sempre sulla tua strada. Se ci tieni a passare il resto della tua vita
con le ossa rotte, ciondolando suonato come un deficiente, non
hai che da provare.
Uscii dalla baracca, salii in macchina e tornai a Lander. Forse
ero riuscito a persuaderlo, e forse no. L'unica cosa che sapevo di
sicuro, era che la prossima volta non avrei avuto il tempo di
scaricare la sua carabina.
...
.
...
CAPITOLO 16.
...
.
...
La settimana successiva fu meravigliosa. Sutton non diede pi
notizie di s. Io e Gloria eravamo quasi sempre insieme.
Andavamo a pranzo insieme tutti i giorni e passavo ore e ore nel
suo ufficio col pretesto di farmi un'idea dell'andamento del
lavoro. Appena usciva l'altra impiegata, tiravamo fuori i registri
per riepilogare la situazione dell'ammanco e preparare un
piano per sistemare tutte le pendenze. Gloria non voleva
sposarsi prima di aver pagato i debiti fino all'ultimo centesimo.
Harry, non devi credere che la mia sia soltanto testardaggine, diceva con grande convinzione. Non si pu fare diversamente.
Tu vuoi che io smetta di lavorare dopo che ci saremo
sposati, ma devi renderti conto che non posso andarmene
finch non avr pagato tutto. Sono io che ho sbagliato, e sono io che debbo pagare.
Nonostante la mia impazienza dovevo ammettere che aveva
ragione. Non potevamo lasciare a qualcun altro la cura della
contabilit se i registri non erano in ordine. Il mio pensiero
andava ai dodicimila dollari che stavano sepolti ad ammuffire
nel vecchio granaio. Avrei voluto andare a recuperarli e pagare
in un colpo solo i millecinquecento dollari del debito. Ma non
bisognava essere un genio per scartare subito l'idea. Non
avrebbe funzionato. E poteva rivelarsi molto pericoloso. In
primo luogo, come avrei spiegato a Gloria la provenienza di
tutto quel denaro? E, peggio ancora, non potevo avere la
certezza matematica che lo sceriffo avesse mentito quando
aveva detto che la banca conosceva le serie e i numeri del
denaro rubato. Pretendere di rimettere in circolazione quei
dodicimila dollari attraverso la stessa banca da cui erano
scomparsi pochi giorni prima sarebbe stato un suicidio. Tanto
valeva firmare la propria condanna o costituirsi alla polizia. Il
malloppo doveva restare dov'era, magari per anni. E quando
fosse giunto il momento buono, bisognava andare a spenderlo
lontano da Lander. Avrei dovuto inventarmi qualcosa. Ma non
era il caso di preoccuparsi adesso, avevo tutto il tempo che volevo...
Nei momenti liberi andavo a frugare negli archivi della ditta
per farmi un'idea del suo giro d'affari. Mi resi conto che, anche
senza allargarne molto l'attivit, potevo guadagnare comodamente
cinque o seicento dollari al mese tra le provvigioni e lo
stipendio che mi passava Harshaw. Per conto mio, avevo in
serbo qualche idea per aumentare le vendite. La concorrenza
non si faceva sentire molto, nemmeno nel capoluogo della
contea. Con un po' di pubblicit e un po' di iniziativa c'erano
ottime prospettive di raddoppiare gli affari senza troppa fatica.
L'attesa sarebbe stata lunga e difficile da sopportare. Anche
mettendo insieme, fino all'ultimo centesimo, tutto ci che
potevamo risparmiare Gloria e io, il debito non sarebbe stato
compensato prima di novembre. E, pagati i debiti, non ci
sarebbe avanzato neppure un soldo per mettere su casa. Ma
adesso avevo un buon impiego, e in un modo o nell'altro sarei
riuscito a raggranellare una sommetta sufficiente per passare
una settimana in luna di miele a Galveston.
Ogni tanto, pensando a Sutton, Gloria si scoraggiava e si
lasciava riprendere dalla paura, ma io riuscivo sempre a ridarle
un po' di serenit. Quando mi chiedeva se ero andato a trovare
Sutton, rispondevo nel modo pi evasivo possibile, pur
cercando di non destare in lei dei sospetti. Le dicevo che avevo
avuto una conversazione con lui e che l'avevo messo in guardia
dal proseguire con il suo ricatto. E, dopo tutto, corrispondeva alla verit.
La sera, per, quando lasciavo Gloria e mi mettevo a letto
nella mia stanza, i vecchi pensieri tornavano a tormentarmi.
Non avevamo pi avuto notizie di Sutton, ma chi mi diceva che
non sarebbe tornato a farsi vivo? Tutti i nostri progetti partivano
dalla premessa che avevo spaventato Sutton, e che lui avrebbe
rinunciato ad avanzare nuove pretese. E se mi fossi sbagliato? E
poi c'era anche Dolores Harshaw. Non potevo indovinare quale
sarebbe stata la sua reazione.
Una notte, la notte di marted se non erro, cominciai improvvisamente
a vederci chiaro. Ero sdraiato sul letto, al buio, e per
la millesima volta andavo cercando una risposta alle solite
domande: che cosa sarebbe successo se Dolores avesse ritirato la
sua testimonianza in mio favore e mi avesse ributtato nelle mani
dello sceriffo? D'un tratto mi alzai a sedere. Avevo trovato la
risposta: chiara, semplice, lucida. Non era Dolores a tenermi in
pugno. Ero io che tenevo lei. Dolores non poteva far nulla contro di me.
Ci pensai sopra per un po', poi tornai a coricarmi e
sprofondai in un sonno tranquillo, per la prima volta da non so
quante settimane. Se si fosse azzardata a farmi brutti scherzi,
Dolores avrebbe avuto la pi grande sorpresa della sua vita.
Venerd sera andai da Harshaw per fargli un breve rapporto
sul lavoro della ditta. Lo trovai leggermente migliorato. Era
ancora debole e stanco, ma non aveva pi il colore terreo dei
primi giorni. Sembrava che cominciasse a rassegnarsi all'inattivit.
Era occupato a leggere un libro, nella sala di soggiorno,
mentre sua moglie ascoltava un programma di quiz alla radio.
Cercai di essere quanto pi conciso possibile nell'esporre il
mio rapporto e lasciai da parte i miei progetti per lo sviluppo
degli affari. Non volevo correre il rischio di provocare una
discussione nella quale Harshaw si sarebbe sicuramente accalorato.
Si limit a grugnire, in tono di approvazione, e annu col
capo un paio di volte. Mi pare che vada tutto bene, Madox, disse. Sono convinto che far un ottimo lavoro.
Lo spero, dissi. Dolores aveva spento la radio e si era messa
a camminare nervosamente per la stanza. Si vedeva che ne
aveva abbastanza. Mi domandai che cosa avesse in mente di fare. Ma non avevo pi paura di lei.
Come procede tra lei e la signorina Harper? domand Harshaw.
Feci una smorfia. Mi sono ricordato dei suoi consigli. Ci
sposeremo in novembre, cos potr permettermi di maltrattarla finch vorr.
Mi studi con il suo tipico sguardo indagatore, poi la sua
espressione si distese un poco. Pensai che stesse per sorridere.
La sposa, eh? Meno male. Madox, lei comincia a dar segni di
intelligenza. Sposarla sar il pi bel lavoro che lei abbia mai fatto in vita sua.
Lo so, dissi. Mi capit di incontrare lo sguardo di Dolores
proprio in quel momento. Si era spostata dietro al marito per
aprire la finestra. Si volt a guardarmi col suo solito sorriso malizioso.
Meraviglioso, disse. La signorina Harper  una ragazza cos dolce.
Grazie, dissi.
Sono certa che sarete molto felici. Il sorriso si smorz a
poco a poco. Non era difficile leggere dietro quel sorriso: c'era
una rabbia bruciante. Restava soltanto da sapere come e
quando avrei avuto sue notizie.
La mia incertezza dur poco. Dolores si fece viva quella stessa notte.
Avvenne dopo mezzanotte. Stavo ritornando alla pensione
dopo avere accompagnato a casa Gloria quando una macchina
si accod alla mia. Appena scesi, la macchina si port alla mia
altezza e si ferm. Una voce disse sommessamente: Sali.
Sapevo gi di chi si trattava. Salii. Sarebbe stata l'ultima volta.
Dolores gir intorno all'isolato, super il corso, prese verso
nord e si lanci a tutta velocit sull'autostrada. Come sta la
nostra cara sposina? mi chiese.
Non c' male.
Forse precipito un poco le cose, non ti pare? Per adesso siete
semplicemente fidanzati. Che bell'idea, per.
Gi, dissi. E tu, hai qualche idea per la testa?
Non riusciresti mai a indovinare.
Credo di avertelo detto ben chiaro l'ultima volta. Tra noi
due  finita.
Siamo fatti uno per l'altra. Non ricordi?
Infil una strada laterale e si ferm.
Insomma, riprese, io me ne dovrei stare a guardare
mentre tu sposi quella ragazzina con la faccia d'angelo, eh?
Siete davvero una bella coppietta. Mi fate schifo.
Continua pure. Quando avrai finito, anch'io avr qualche
cosa da dirti.
Ti dico una cosa sola: non la sposerai. N in novembre n
mai. Mi sembrava che questo punto l'avessimo gi chiarito.
Hai altri progetti, a quanto pare.
Infatti. Il signor Madox sposer la sottoscritta.
Credevo che una donna non potesse avere pi di un marito
per volta.
E se ottenessi il divorzio?
Lo disse in uno strano modo, come se in realt non pensasse
al divorzio ma a qualcosa d'altro. Ebbi l'orribile intuizione che
stesse per avvicinarsi il momento in cui, per la prima volta,
Dolores avrebbe scoperto le sue carte. Se avesse voluto piantare
suo marito, avrebbe potuto farlo da un pezzo. E se avesse
chiesto veramente il divorzio, probabilmente Harshaw non
avrebbe sollevato obiezioni. Ma Dolores pensava a una
soluzione pi radicale. Suo marito aveva gi avuto due attacchi
al cuore... Era debole.
E va bene, dissi. Ottieni pure il divorzio, ma non farti
illusioni sul mio conto. Ti ho gi detto quali sono i miei progetti.
Credi che io stia bluffando, vero?
Non saprei.
Che cosa pensi che farebbe lo sceriffo se venisse a sapere
come sono andate realmente le cose quel giorno che sai?
Hai intenzione di ritirare la tua testimonianza?
Si capisce.
E hai pensato a quel che potrebbe succederti se lo facessi?
Che cosa vuoi dire?
Finiresti in prigione.
A chi vuoi darla da bere?
A nessuno. Se io avessi commesso un reato, tu saresti considerata
mia complice. Nota bene: ho detto se io avessi commesso
un reato. E tu non puoi certo testimoniare che l'ho fatto.
Comunque, se io fossi veramente colpevole, lo saresti anche tu.
Non solo per aver taciuto la verit, ma per falsa testimonianza.
Non credo una sola parola di quello che dici. Non aveva
abbandonato il suo tono di sfida, ma una nota di incertezza si
stava insinuando nella sua voce.
Come vuoi. Sei libera di non credermi, ma se vuoi convincerti
non hai che da provare. Personalmente, credo che non
potrebbero provare n la mia n la tua colpevolezza, ma la
gente avrebbe di che parlare per un pezzo. Per esempio,
qualcuno potrebbe chiedersi perch hai inventato di sana pianta
la tua testimonianza. Strano che ti sia venuta questa idea, cos,
da un momento all'altro. Oppure c'erano delle ragioni che la
gente non deve conoscere?
Smettila, sporco...
Non te la prendere. Pensavo che fosse meglio avvisarti
prima che tu facessi un passo falso. Faresti bene a startene
calma e zitta.
Sei proprio sicuro che le cose stiano cos?
Esattamente cos.
E va bene, disse. Adesso ti dir quel che penso di te, di
lei e di tutto il resto.
Cominci a dirmelo.
Stava ancora svuotando il sacco quando rallent un poco la
corsa per lasciarmi scendere a qualche centinaio di metri dalla
mia pensione. Mi faceva piacere fare un pezzo di strada a piedi.
Cos le mie orecchie, assordate dalla sua voce, ebbero tempo di
riposarsi e il mio cervello pot fare un rapido bilancio della
situazione: finalmente ero riuscito a liberarmi di Dolores. Era
meraviglioso. Tutto era meraviglioso.
La felicit dur poche ore. Il mattino seguente, alle dieci,
Sutton entr nel mio ufficio.
Gulick era andato a prendere un caff. Io ero seduto alla mia
scrivania, davanti a un mucchio di scartoffie, quando sentii la
macchina fermarsi presso l'esposizione delle auto. Avevo
appena scostato le mie carte e alzato gli occhi per vedere chi
era, quando Sutton apparve sulla soglia. Prese una sedia e si
sedette davanti alla scrivania. Aveva ancora la faccia malconcia,
ma la sua faccia non mi interessava in modo particolare. Tenevo
gli occhi fissi sulle sue mani. Era senza giacca e in apparenza
disarmato, ma se per caso aveva con s una pistola la scrivania
mi avrebbe impedito di controllare i suoi gesti e di prevenirlo.
Se me l'avesse spianata addosso all'improvviso non avrei avuto
il tempo di reagire.
Cerc una sigaretta nel taschino della camicia, poi abbass la
mano per frugare nei pantaloni. Rimasi in attesa, respirando a
stento. Quando estrasse la mano dalla tasca dei calzoni, aveva
tra le dita soltanto un grosso fiammifero da cucina. Lo sfreg
sull'orlo della scrivania e accese la sigaretta.
Non preoccuparti se non ho una bella cera, cominci a
dire. Mi sono fatto male cadendo dal letto. Stavo facendo uno
strano sogno.
Che cosa vuoi? domandai.
Cos mi piaci, disse facendo una smorfia che avrebbe
voluto essere un sorriso. Aveva la faccia cos gonfia e piena di
lividi che i muscoli vi si muovevano appena. Quando si va a
discutere di affari, bisogna venire subito al sodo. Stai un po' a
sentire. Ho intenzione di comperare una nuova macchina.
Non ti sembra che faresti meglio a finir di pagare quella che
hai gi?
Ah, s. Ma il fatto  che vorrei riportarla per fare un cambio.
Bell'idea. Vorresti cambiare una macchina che non  tua
con un'altra che non puoi pagare. Perch non chiedi se ti
assumono al ministero delle finanze?
Dimenticavo che sei diventato un uomo importante, disse.
Non  neanche una settimana che ti hanno promosso di
grado, e gi parli come Harshaw in persona.
Mi sa che mi sono sbagliato, dissi. Con queste idee non
dovresti lavorare alle finanze, ma scrivere su un giornale.
Sono solo uno che si appassiona alle cose. Ma torniamo alla
faccenda della macchina. Ho dato un'occhiata a quella Buick in
fondo all'esposizione.
Se ti interessa, vale duemilaquattrocento dollari, di cui
ottocento da pagare in contanti. Ce li hai i quattrini?
Te l'ho detto: voglio fare un cambio.
Cominciavo ad averne abbastanza. Sutton sembrava disarmato
e non aveva l'aria di uno che andasse in cerca di guai. Non
riuscivo a capire dove volesse arrivare.
Falla finita, dissi. Magari tu hai tempo da perdere, ma
io non ne ho. La tua Ford vale s e no trecento dollari, e
sappiamo entrambi in che modo l'hai pagata. Gi che ci siamo,
vorrei rammentarti che la pacchia  finita. Feci una pausa e
lo guardai negli occhi. Tra parentesi, la tua ultima rata 
scaduta da due o tre giorni. Perci, se non hai addosso quei
cinquantacinque dollari, ti consiglio di tornare a casa a
prenderli. Con tanti ringraziamenti per la tua sollecitudine.
Ho l'impressione che tu non abbia ancora capito. Perch
dovrei pagare un'altra rata se ti restituisco la Ford in cambio
della Buick? A proposito perch non andiamo a fare un giro di
prova sulla Buick? Cominciamo a vedere come funziona, poi ci
metteremo d'accordo per il pagamento.
Stavo per dirgli di andare all'inferno quando alzai gli occhi e
vidi Gulick che rientrava. Non volevo, naturalmente, che il
vecchio stesse ad ascoltare la nostra conversazione. Va bene, dissi. Presi dal cassetto la chiavetta della Buick. Andiamo pure.
Aprii lo sportello. Ti dispiace se guido io? domand
Sutton.
Accomodati.
Mi sedetti vicino a lui e ci avviammo in direzione del corso.
Bella macchina, disse. Non manca niente, nemmeno la radio.
Stammi a sentire, bastardo che non sei altro, cominciai.
Non so dove vuoi arrivare, ma so che mi hai stancato. Cerca di
cambiare sistema finch sei in tempo. Altrimenti potrebbe
capitarti di cascare dal letto un'altra volta.
Sai, stavo giusto pensandoci, rispose. Super l'edificio
della banca, poi gir a destra e cominci a percorrere la strada
in cui era avvenuto l'incendio. Stavo pensando che potrei
trasferirmi in California.
Adesso cominci a ragionare.
Accenn con la testa alle macerie annerite di quella che era
stata la palazzina Taylor. E stato un grosso incendio, a quel che sembra.
Gi, dissi. Avrei dovuto capire subito, ma forse mi lasciai
ingannare da quell'aria di finto tonto che ostentava cos bene.
Volt di nuovo alla seconda traversa e gir intorno all'isolato.
Poi accost al marciapiede e si ferm. Davanti a noi sorgevano
gli avanzi del muro posteriore della palazzina. La macchina si
trovava all'ombra di un grosso olmo. C'era qualche cosa di
stranamente familiare in quella scena. Poi, finalmente, un
campanello d'allarme squill dentro di me: mi trovavo esattamente
nel luogo in cui avevo lasciato la mia auto il giorno
dell'incendio. Mi sentii venir freddo, nonostante la canicola del
mattino. C'era soltanto una probabilit su mille che Sutton si
fosse fermato in quel punto per pura combinazione. L'unico
modo in cui poteva aver saputo tutta la storia, era... no, non volevo crederci.
Strano, questo posto, disse. Direi che ha qualche cosa di
familiare. Non sembra anche a te? Ti  mai capitato di avere la
stessa sensazione? Di esserti gi trovato altre volte in un certo luogo, voglio dire.
Basta, dissi. Di cosa stai parlando?
Ti ricordi il giorno dell'incendio? Doveva essere passata,
circa mezz'ora dall'inizio dell'incendio quando, per puro caso,
sono passato proprio in questo punto. Ero stato anch'io a
guardare lo spettacolo, ma, vedi, io sono fatto cos: dopo un
po' gli incendi mi annoiano. Per quel che ne so io, non ci si
guadagna niente a guardare un incendio. Almeno, cos la
pensavo allora. Questo ti dimostra a che punto di imbecillit
pu arrivare un uomo quando non adopera il cervello.
Prendiamo invece un uomo come te, uno che la sa lunga e che
in pochi giorni  capace di diventare un pezzo grosso. Un
furbo come te sa che anche negli incendi c' qualche cosa da guadagnare.
Cosa vorresti dire? chiesi. Che ne diresti se ti sistemassi
una volta per tutte quella brutta faccia?
Accese una sigaretta e scosse il capo. Aveva smesso di fare il
finto tonto. Non te lo consiglierei, amico. Dai retta a me: la
cosa migliore, in un caso come questo, consiste nell'evitare
complicazioni, anche a costo di rimetterci qualche cosa.
Rimetterci che cosa? dissi mentre sentivo il sudore scorrermi sulla faccia.
Be', diciamo cinquemila dollari, pi la Buick. Dicono che il
colpo ti abbia fruttato diecimila dollari, ma probabilmente sono
almeno quindicimila. Credo che potresti passarmene la met.
Non vorrai tenere tutto per te, immagino. Gli egoisti non
godono di grande popolarit..
Credo di cominciare a capire. Ti sei messo in testa che io
abbia qualche cosa a che fare con la storia della rapina, e adesso...
Lasciamo stare quello che mi sono messo in testa, disse.
Notai che aveva un'espressione annoiata. Parliamo del
malloppo, senza tanti preamboli.  molto pi divertente.
Qualcuno si  messo in testa che tu abbia fatto il colpo, ma non
sono io. Io non la penso come lo sceriffo o quel suo tirapiedi di
Tate. Io non mi sono messo in testa niente: io lo so di sicuro e
sono l'unica persona al mondo che possa provarlo. Gi. Per,
perch dovrei fare un favore del genere alla polizia? Lasciamo
che i poliziotti si guadagnino da soli il loro stipendio. Siccome
le cose stanno cos...
Cosa vogliono dire tutte queste chiacchiere? lo interruppi.
Non pretenderai di poter provare quello che  soltanto un
parto della tua fantasia.
Ti dir, allora, che quel giorno ti ho visto arrivare di gran
carriera e fermarti proprio in questo punto. Erano passati trenta
minuti da quando era scoppiato l'incendio...
E questo che cosa prova? dissi aggressivo. Uno non  pi
libero di andare dove vuole?
Piano, amico. Cerca di non contraddirti, almeno. Alla
polizia hai detto di essere arrivato sul luogo dell'incendio
insieme all'autopompa, mentre con me sostieni che sei libero di
fare quello che ti pare e di arrivare all'ora che ti accomoda.
Dovresti avere la coerenza di raccontare sempre la stessa
versione. Se hai un po' di esperienza in fatto di donne, dovresti
sapere che  pericoloso cadere in contraddizioni. Lasciatelo dire
da qualcuno che, pi o meno, tratta con donne dello stesso tipo
di quelle con cui hai a che fare tu.
Cercai di mettergli le mani addosso, ma Sutton indovin le
mie intenzioni e infil fulmineamente la destra dentro la
camicia, sotto l'ascella destra. Era una pistola da donna, una
minuscola automatica col calcio di madreperla, pi piccola
della mano di Sutton. Piccola finch si vuole, ma quando ne va
della vostra pelle non c' nessuna differenza tra un gingillo del
genere e una calibro 45, a meno che uno non vada in cerca di una morte di prestigio.
Dovetti ritirarmi e lasciarlo stare.
...
.
...
CAPITOLO 17.
...
.
...
E adesso, disse, parliamo un po' del malloppo.
Mi aveva punzecchiato apposta, voleva una scusa valida per
sfoderare la pistola. Grazie all'arma adesso si sentiva meglio ed
era anche soddisfatto di avermi indotto a scoprire le carte col
quel suo fare sornione.
Sicch, dissi, speri davvero che io ti dia cinquemila
dollari che non posseggo e una Buick che non mi appartiene?
Scosse la testa. Saltiamo i discorsi inutili. Vai a riprendere il
gruzzolo che hai sotterrato e scuci i miei cinquemila in men che
non si dica. Premetto che i biglietti non debbono essere di taglio
superiore ai venti dollari. Poi prepari tutte le scartoffie per il
passaggio di propriet della Buick, ritiri la mia macchina a
titolo di acconto e studi la forma che meglio ti pare per i
pagamenti successivi.
Vedi, amico, prosegu, la tua situazione  peggiore di
quanto sembra a prima vista. Ti ricordi quello che mi hai
detto? Che se non smettevo di chiedere ogni tanto la paghetta
per la birra alla bella bimba dai riccioli d'oro, mi avresti
conciato in modo tale che sarei andato in giro ciondolando
come un deficiente. Adesso, per, ho l'impressione che non lo
farai. A meno che tu non voglia star dentro di qui al 1971, ad
ammuffire e a guastarti il fegato pensando a quello che far
nel frattempo la bella riccioli d'oro. Stai afferrando la
questione? Io non posso perdere, comunque vadano le cose.
Tu invece hai tutto da perdere, se non trovi il modo di metterti
d'accordo con me. Scuci la mia parte, e tutto andr bene. Me
ne andr subito a godermela in California, e non vedrai pi la
mia faccia. A te rester l'altra met del malloppo. Potrai vivere
tranquillo e farti una posizione qui a Lander. Mi pare gi di
vederti: presidente della Camera di Commercio, pronto a
tuonare contro i disonesti che infestano i palazzi del governo a Washington...
E io che l'avevo creduto uno stupido. Sentivo dentro di me un
gran vuoto e non sapevo come reagire mentre mi affondava le
unghie nella carne. Mi teneva in pugno, comunque volessi
girarla, e non stava certo bluffando. Aveva ragione: non poteva
perdere, in nessun modo. Non c'era via di scampo. La polizia
non avrebbe potuto provare niente se mi avesse arrestato
un'altra volta, ma la situazione adesso era cambiata. Tutto era
contro di me, e questa volta nessuno sarebbe venuto a liberarmi
prima che le loro domande finissero per farmi ammattire.
Harshaw mi avrebbe licenziato, sua moglie sarebbe stata
chiamata a testimoniare e avrebbe dovuto ammettere di aver
mentito. Tutto sarebbe venuto a galla, e avrei potuto dire addio
a Gloria per sempre. Sutton aveva ragione. Comunque si
mettessero le cose, lui non poteva perdere. Per me, invece, non
c'era nessuna speranza di uscirne con le mani pulite.
E chi mi dice che te ne andrai davvero? domandai alla fine.
Cerc di sorridere, con quella faccia piena di lividi. Be', disse, dovrai fidarti di me.
Be', Cristo, ripresi, devi darmi un po' di tempo. Ho
bisogno di riflettere. Mi hai fatto una proposta cos all'improvviso
che ancora non mi rendo ben conto della situazione in cui mi trovo.
Se  per questo, te lo dico io: ti trovi in una gran brutta
situazione. Non vedo che bisogno ci sia di pensarci sopra.
Pu darsi, ma... Capiamoci bene: io non ammetto niente,
ma anche se avessi quel denaro di cui parli, mi servirebbe un po'
di tempo per rientrarne in possesso. Quanto alla macchina, oggi
 sabato, il che significa che non avremo il tempo per preparare tutti i documenti.
Questo  vero. Gi che parliamo della macchina, ho visto
che il parafango posteriore destro  un po' ammaccato. Dato
che non ho poi tanta fretta, mi fai il piacere di farlo riparare.
Passer a ritirare la macchina luned. Tu, intanto, non pensare
a squagliartela: sai gi cosa ti pu capitare se ci provi.
S'interruppe e mi guard di sotto le ciglia aggrottate. Tutto 
bene quel che finisce bene, disse. Dico bene, amico?
Fu un pomeriggio infernale. Il tempo non passava mai, la
calura non accennava a placarsi. Rimasi seduto, alla mia
scrivania, quasi immobile, con gli occhi fissi su un mucchio di
carte che non vedevo nemmeno, mentre tutto sembrava girare
intorno a me. Il colpo di grazia venne a mezzogiorno, quando
andai a prendere Gloria per portarla a pranzo. Mi bast
guardarla in viso una sola volta. Sutton era stato anche da lei. Ci
sedemmo a un tavolino, nel ristorante affollato, incapaci di
parlare per timore che qualcuno potesse ascoltarci, guardando
nel vuoto davanti a noi, come se contemplassimo le rovine di
tutti i nostri progetti. Gloria non poteva sapere ci che Sutton mi
aveva detto, ma non aveva bisogno di saperlo. Ormai aveva
capito che Sutton era tornato alla carica e che potevamo salutare
i nostri bei propositi di sistemare tutto per novembre. Altro che
novembre. Cercai di farle animo, ma non serv a niente.
Le diedi un appuntamento per la sera, pur sapendo che
sarebbe stato inutile. Cosa avrei potuto dirle? Che Sutton aveva
promesso di andarsene in California? Su questo punto ero il
primo a non farmi illusioni. Sutton aveva trovato la manna e
non sarebbe stato tanto stupido da rinunciarci per andarsene.
Eravamo appena agli inizi. Ce lo saremmo ritrovati alle costole
in eterno, e avrebbe continuato a spillarci quattrini: tutti i
quattrini che potevamo guadagnare e tutti quelli che avremmo
dovuto rubare per tener chiusa la sua maledetta bocca.
Perch Sutton aveva aspettato tanto prima di ricattare anche
me? Non riuscivo a spiegarmelo. Frugavo tra carte immaginarie,
tormentandomi il cervello e ripercorrendo centinaia di
volte un labirinto nel quale non trovavo via d'uscita. Del resto,
il peggio non era ancora cominciato. Supponiamo, mi dissi,
che Sutton riesca a ottenere il denaro. Supponiamo che riesca
ad averlo tutto. I guai cominceranno dopo. I guai cominceranno
nel momento in cui Sutton avr il malloppo tra le mani.
Comincer a spenderlo senza ritegno a destra e a manca,
dando spettacolo della sua improvvisa ricchezza nelle birrerie
e nelle bische. E esattamente ci che aspetta quel dannato
sceriffo dai capelli bianchi: un individuo arricchito da un
giorno all'altro senza motivo apparente. Lo arresteranno, e per
togliersi dai pasticci Sutton spiatteller tutta la faccenda. In
conclusione, se io accettassi le sue richieste per schivare la
prigione, non farei altro che acquistare un biglietto di sola andata per la galera.
Andai a prendere Gloria poco dopo le sette. Ci spingemmo in
aperta campagna e lasciammo la macchina in una stradina. La
strinsi a lungo tra le braccia, senza parlare. Finalmente Gloria
si scosse un poco e mi fiss con uno sguardo implorante. Mi
sembr che qualcuno si divertisse a rigirarmi dentro un coltello.
Voleva cinquecento dollari, disse.
Glieli hai dati?
Non ancora, rispose con voce spenta. Gli ho detto che
non li avevo in cassa e che non potevo procurarmeli perch la
banca era chiusa.
Bene, dissi. Vedrai che troveremo una soluzione.
Dobbiamo darglieli, Harry. Ha detto che voleva partire e
andare a stabilirsi a ovest. Se glieli daremo, forse non si far pi
vedere.
Se avessi riflettuto, avrei misurato le mie parole. Ma non ci
riuscii. E tu dai retta a quel bastardo? I ricattatori sono fatti
tutti della stessa pasta. Ogni richiesta  sempre l'ultima... fino
alla prossima.
Lo so. Ma che cosa possiamo fare? Pu anche darsi che
parta davvero.
Non partir. E non otterremo niente a dargli quello che
vuole. L'unica soluzione  farlo smettere.
Ma come? chiese con voce rotta. E dopo una pausa:
Harry, sei stato tu a ridurgli la faccia in quel modo? Non ho mai
visto niente di cos... di cos orribile.
S, dissi. Non voglio mentire con te. Sono stato io. E il
risultato l'hai visto.
Perch l'hai fatto, Harry, promettimi che non lo farai pi.
Va bene. Tanto, per quello a cui  servito...
Diamogli ci che vuole, e speriamo che se ne vada.
Se gli dai quello che vuole non se ne andr.
Allora non debbo dargli i soldi?
No, dissi. Non dargli niente finch non te lo dico io.
Che cosa hai intenzione di fare, Harry?
Non lo so ancora, piccola. Proprio non lo so.
Amore, spiegami perch non vuoi che gli dia il denaro. Non
 la cosa migliore da fare?
 la peggiore. L'unico modo per togliersi dai piedi un ricattatore
non  pagarlo,  farlo smettere.
Che cosa vuoi dire? Come vuoi farlo smettere?
Non lo so ancora, dissi, ma non ti preoccupare: lascia che
ci pensi io.
La ricondussi a casa verso mezzanotte e tornai alla pensione.
Ripensandoci a letto, dopo un poco, mi resi conto che non
avevo pi dubbi su quanto mi rimaneva da fare. Mi chiedevo
semplicemente come lo avrei fatto. L'unica risposta possibile al
mio problema era venuta maturando dentro di me durante la
serata, o forse gi nel pomeriggio. Era l'unica risposta che si
potesse dare a Sutton: dovevo ammazzarlo.
Come?
La fiamma del cerino brill per qualche secondo mentre
accendevo un'altra sigaretta. Guardai le lancette dell'orologio
da polso. Erano quasi le due e mezzo.
Non dovevo farmi illusioni. Era un'impresa pericolosa,
maledettamente pericolosa. Ripensai allo sceriffo. Chiunque si
macchiasse di un reato nella sua giurisdizione, era destinato a
passare un brutto quarto d'ora. E io ero gi sul suo libro nero.
Mi teneva gli occhi addosso. Per lui ero un uomo segnato,
probabilmente mi faceva sorvegliare. Se volevo riuscire, dovevo
arrivare alla baracca, regolare i conti con Sutton e tornare alla
pensione senza che Tate si accorgesse della mia assenza.
Come?
Mi sdraiai e rimasi immobile a guardare il soffitto. Eludere la
vigilanza dello sceriffo non bastava. Dovevo fare in modo che
nemmeno Gloria sospettasse di nulla. Non avrei mai potuto
nemmeno parlargliene. Se Gloria avesse avuto il pi vago
sospetto, tutto sarebbe finito.
Come? Come? Come?
E poi c'era Sutton. Ormai sapevo di non avere a che fare con
uno stupido. Era pi scaltro di una volpe. Ed era armato. Aveva
quella piccola pistola automatica, un fucile e una carabina. Poi
cominciai a vederci chiaro.
Mi sedetti sul letto.
Il piano si deline nella mia mente a poco a poco. Ci volle del
tempo per fissarne tutti i particolari, per considerare ogni
eventualit. Quando ebbi finito, era gi l'alba. Un'alba soffocante,
senza un filo d'aria. Ebbi l'impressione che si preparasse
un temporale. Quando si lev il sole, guardai nel cortile fissando
gli occhi sulla staccionata dipinta in rosso. Mi venne in mente
un proverbio marinaresco: rosso al mattino, marinaio all'erta.
Un proverbio che non voleva dir niente. Tutt'al pi, un bell'acquazzone
durante la notte. Mi voltai su un fianco e presi sonno.
Mi svegliai verso mezzogiorno, con la bocca amara e il corpo
inzuppato di sudore. Fuori il sole arroventava l'aria. Scesi verso
il centro e comprai il giornale di Houston. Mi sedetti al ristorante
a bere un succo d'arancia tenendo il giornale aperto
davanti a me. Di tutto ci che leggevo, non riuscivo a ricordare
nemmeno una riga, ma quella commedia era necessaria affinch
il mio comportamento apparisse naturale, uguale a quello delle
altre domeniche. Avevo un forte senso di costrizione, ero
nervoso, come se gli occhi gelidi dello sceriffo seguissero ogni
mia mossa. Dovevo agire con naturalezza, perch facendo
qualcosa di inspiegabile avrei attirato l'attenzione della polizia.
La giornata si trascin penosamente, senza voler mai finire.
Verso le cinque andai dai Robinson, ma mi dissero che Gloria
era uscita circa un'ora prima. Parlai con loro per qualche
minuto, poi me ne andai, non riuscendo a star fermo. Il tempo
non passava mai. Sentivo crescere dentro la tensione, ma avevo
davanti ancora molte ore di attesa.
Verso le sette, quando ritornai dai Robinson, trovai Gloria in
casa. Era andata a fare un giro in macchina, disse, nella
speranza di respirare una boccata d'aria fresca. La portai con
me al capoluogo della contea. Andammo a un cinema con l'aria
condizionata, cercando di sfuggire ai nostri pensieri e al caldo.
Sulla via del ritorno Gloria rimase silenziosa e assorta, insensibile
ai miei tentativi di distrarla. Ebbi l'impressione che il
pensiero di Sutton la sconvolgesse pi del solito e che volesse
dirmi qualche cosa di importante. Ma non disse nulla. Quando
arrivammo a Lander, si scus dicendo che aveva mal di testa e
che voleva andare a letto presto. La lasciai davanti al cancello.
Parcheggiai la macchina davanti alla pensione e mi ritirai
nella mia stanza. Vi avrei passato la notte, questo, per lo meno,
era ci che doveva risultare a Tate nel caso che avesse l'ordine
di controllare di tanto in tanto i miei movimenti. Guardai l'orologio:
erano quasi le sette. Mi cambiai d'abito, indossando un
paio di calzoni di tela scura, una camicia sportiva blu e un paio
di scarpe nere. Lasciai la luce accesa per un poco, come se stessi
leggendo, e dopo circa mezz'ora la spensi e rimasi sdraiato sul
letto. La stanza della padrona era proprio sopra la mia, e potevo
vedere la luce che dalla sua finestra si diffondeva nel cortile.
Dopo altri venti minuti si spense anche la sua luce.
Rimasi ad aspettare. Ora tutta la casa era avvolta in un
silenzio di morte. Cercai di calmare i nervi pensando a quanto
sarebbe successo dopo: Galveston, la luna di miele in novembre,
tutti gli anni che ci aspettavano. L'espediente serv soltanto
qualche minuto, poi la tensione torn ad impadronirsi di me.
Pensai a Sutton e mi sembr di vederlo: solo nella sua baracca,
con la pistola a portata di mano, conscio del rischio a cui si era
esposto, e pronto ad affrontarmi appena mi fossi affacciato nella
radura. Poi pensai allo sceriffo e alla partita in cui eravamo
impegnati io e lui: una partita ancora pi seria, perch poteva
costarmi ben pi cara di quella con Sutton. Mi venne freddo a
pensarci, ma non c'era altra via. Era stato Sutton a volerlo.
Avrebbe avuto quel che voleva.
Accesi un fiammifero e guardai l'orologio. Era passata un'ora
da quando la padrona aveva spento la luce. Scesi dal letto senza
far rumore e mi alzai. Era ora di andare.
...
.
...
CAPITOLO 18.
...
.
...
Una porta a vetri conduceva dalla mia stanza nel cortile del
casamento. La aprii senza far rumore, un centimetro alla volta,
e la richiusi alle mie spalle con la stessa cautela. Il cielo era
interamente coperto, la notte era cos buia che non potevo
distinguere il cancello del cortile. Ricordando esattamente dove
si trovava, mi avviai in quella direzione. Riuscii a soffocare il
rumore dei miei passi camminando sull'erba. Appoggiai le mani
al cancello e cercai a tentoni il saliscendi. Aprii e mi trovai nel vicolo.
Mi incamminai con passo veloce verso la concessionaria,
evitando la luce dei lampioni. Girai intorno all'angolo del
deposito, infilai la chiave nella serratura ed entrai chiudendo la
porta alle mie spalle. Non avevo bisogno di luce per trovare la
vecchia scatola che conteneva le chiavette di avviamento delle
automobili. Sapevo che si trovava nel primo cassetto della mia
scrivania e la riconobbi subito al tatto. La presi e la portai in un
angolo della stanza, lontano dalle finestre. Mi piegai in modo
che il mio corpo nascondesse la fiamma, e accesi un fiammifero.
Ognuna delle chiavi aveva un dischetto di cartone con
sopra un numero. Mi bast un secondo per trovare ci che
volevo: la chiave di una Ford situata in fondo alla fila delle
macchine, dove l'ombra era pi profonda. Mi sarebbe bastata
una manovra semplicissima per farla uscire dal deposito. Rimisi
le altre chiavi nella scrivania, uscii dall'ufficio e chiusi la porta.
Mi fermai un attimo, nascondendomi tra due automobili, e
guardai in direzione del corso. A una cinquantina di metri di
distanza le luci del ristorante splendevano nella notte, ma in
strada non c'era anima viva. L'agente di turno doveva essere
andato a bere un caff. Mi chinai di nuovo, salii di nascosto
sulla Ford e trovai il dispositivo di avviamento. Il motore recalcitrava,
come se la batteria fosse scarica. Provai di nuovo, e
questa volta il motore rispose.
Va bene lo stesso, pensai, la batteria si ricaricher strada
facendo. Inserii la marcia e imboccai la via laterale, lungo il
deposito, senza accendere i fari. Superati i primi due isolati,
girai a sinistra e seguii una via parallela al corso fino alla
periferia del paese. Poi presi una scorciatoia e mi portai sull'autostrada.
Non c'era molto movimento. Incontrai soltanto due o
tre macchine. Quando cominciai ad affrontare la salita in
mezzo ai pini, provai una fitta alla bocca dello stomaco, una
specie di crampo. Passando davanti la vecchia fattoria, voltai la
testa e guardai in direzione del granaio. Ripensai ai dodicimila trecento dollari che avevo nascosto l dentro: meglio sarebbe
stato se non li avessi mai toccati.
Dopo aver oltrepassato il ponte sul fiume, la strada riprese a
salire dal fondo del greto, diminuii la velocit per cercare di
ricordarmi tutti i particolari della strada. Dovevo fare attenzione
a non arrivare troppo vicino alla baracca, altrimenti
Sutton avrebbe sentito il rumore della macchina. Scrutai attentamente
davanti a me, nel fascio di luce dei fari, osservando la
muraglia degli alberi che fuggivano ai due lati della strada e
dileguavano nel buio alle mie spalle. Avevo appena superato la
cresta della seconda altura quando trovai quello che cercavo: un
luogo in cui nascondere la macchina senza lasciare tracce. Era
un piccolo spiazzo, asciutto e cosparso di aghi di pino, a pochi
metri dalla strada. Mi fermai e spensi il motore, lasciando la chiavetta infilata.
Quando spensi i fari, un'oscurit impenetrabile si chiuse
intorno a me. Scesi dalla macchina, chiusi lo sportello e mi
portai la mano sopra gli occhi per cercar di vedere. Non vidi
nulla, come se fossi diventato improvvisamente cieco. Mi portai
a tentoni verso il centro della strada. Quando uscii dall'ombra
degli alberi, cominciai a vedere un po' meglio.
Fui colpito da un pensiero improvviso. Come avrei fatto a
ritrovare la macchina? In quell'oceano di tenebre non c'era
nulla che mi aiutasse a riconoscere il nascondiglio. Mi tolsi di
tasca il fazzoletto e lo lasciai cadere in mezzo alla stradina. Visto
di lontano, formava appena una piccola chiazza grigia.
Mi restava da fare meno di mezzo chilometro per arrivare alla
radura. Mi avviai lungo la discesa. La stretta allo stomaco si era
fatta pi acuta e il cuore mi batteva rapidamente. Per la prima
volta avvertii il vuoto pesante torpido della notte. Non c'erano
stelle, e l'aria ristagnava morta e opprimente come in una
stanza chiusa da secoli. Non una foglia che si muovesse. Non un
rumore, nemmeno le voci misteriose della notte. Sembrava che
tutto l'universo trattenesse il respiro in attesa di un'esplosione
che poteva avvenire da un momento all'altro. Poi il brontolio di
un tuono lontano si fece udire verso occidente. Il temporale sarebbe arrivato tra poco.
Cominciai a camminare in discesa, avvolto dalle tenebre.
Procedevo a tentoni, inciampando ogni tanto. Una volta uscii
senza accorgermene dal solco della stradina e finii tra gli alberi.
Per un attimo mi lasciai prendere dal panico. Se avessi perduto
la strada, non sarei riuscito a ritrovarla prima dell'alba. Poi un
pensiero agghiacciante: se mi fossi smarrito al ritorno? Se
qualcuno mi avesse visto, per me sarebbe stata la sedia elettrica.
Lanciai un'imprecazione e cercai di scuotermi di dosso il freddo
improvviso. Mi girai e mi riportai sulla strada.
Quanto tempo era passato? Sembrava che la strada non
finisse mai. Continuava a scendere, una curva dopo l'altra, tra
quei due muri di alberi. Ero sicuro di essere nella direzione
giusta? No, non potevo essermi sbagliato. Non c'erano altre
strade. Perch, allora, non ero ancora arrivato alla radura? Il
tuono si avvicinava sempre pi. Mi venne voglia di mettermi a
correre, ma mi trattenni maledicendo me stesso. Come potevo
essere tanto stupido?  l'attesa, pensai; appena sar arrivato
tutto andr meglio. E all'improvviso mi ritrovai nella radura.
La baracca doveva essere a destra, a meno di cinquanta metri
dalla strada. Dovetti esplorare il terreno col piede per non
perdere la pista della strada che andava perdendosi tra l'erba.
Una lunga scarica di tuoni, vicinissima. Un lampo enorme
illumin la baracca di un bagliore verdastro, irreale. In quella
frazione di secondo, prima che la luce si spegnesse, riuscii a
scorgere l'automobile ferma presso l'ingresso della baracca.
Respirai profondamente: un senso di sollievo e insieme, ancora
pi forte, la sensazione di un irrigidimento dentro lo stomaco.
Sutton era in casa. Poi l'oscurit torn ad avvolgere tutto e il tuono rimbomb sulla radura.
Per qualche secondo, abbagliato dal lampo, non riuscii a
scorgere nulla. Mi parve di essere finito in fondo a una miniera
di carbone. Avanzai in direzione della baracca, tastando il
terreno a ogni passo. Poi la baracca cominci a prender forma,
rivelandosi come una densa macchia d'ombra contro la cortina
nera degli alberi dietro di essa. Riuscivo appena a respirare. La
una tensione era quasi insostenibile. Trovai l'ingresso e salii
lentamente sulla veranda. Le suole di gomma delle mie scarpe non facevano il minimo rumore.
Il letto, pensai,  subito a destra della porta. Non debbo far
altro che entrare, voltare a destra e allungare la mano. Prima
che lui faccia in tempo a impugnare la pistola, avr messo le dita
intorno alla gola di quel bastardo di un ricattatore e gliela
torcer come se girassi un rubinetto. Sollevai l'altro piede e lo
posai sulla soglia della baracca, cautamente, come avrebbe fatto
un gatto. Cos mi trovai dentro e mi girai verso destra.
All'improvviso fu il caos, come se si fossero scatenate le forze
dell'inferno. Un lampo illumin l'interno della baracca, come la
lampadina di un flash. Appena si spense, echeggi di nuovo,
vicinissimo, il tuono. Scosse tutta la baracca, ma in mezzo alla
scarica del tuono sentii nettissima la detonazione di una pistola.
Sutton aveva sparato. Mi ero appena gettato a terra e l'oscurit
era gi ripiombata su di noi quando scorsi la vampata
arancione di un secondo sparo. Nello stesso istante ebbi la
certezza che in quell'infernale intrecciarsi di rumori assordanti
si era inserito un altro suono: la voce di una donna che urlava
senza principio n fine, senza prendere respiro n mutare di
tono, sovrastando l'eco morente del tuono e gli spari secchi della
pistola e il tonfo soffocato dei nostri corpi che gi si erano avvinghiati
e rotolavano sul pavimento. Di nuovo il suono di un colpo
di pistola. Sutton era finito sotto di me, e io cercavo di afferrargli
la mano che stringeva l'arma impedendogli di puntarmela
contro e far fuoco un'altra volta. Fu in quel momento che
l'urlo finalmente mut, mentre la donna scendeva dal letto e
inciampava nei nostri corpi nel tentativo di raggiungere l'uscita.
Sutton riusc a divincolarsi, e per qualche secondo ci trovammo
uno accanto all'altro, girati sul fianco. Sentii un oggetto sotto le
costole e capii che la pistola gli era sfuggita di mano. Stavamo
lottando sopra una pistola automatica, carica e senza sicura.
La donna aveva smesso di urlare, e sentii il suo respiro affannoso
e disperato mentre si rialzava e correva verso l'uscita
posteriore per cercare scampo tra gli alberi. Nello stesso istante
la pioggia cominci a tambureggiare cupamente sul tetto della
baracca. Eravamo rimasti soli, io e Sutton, a lottare in silenzio
vicino alla sponda del letto. Con la sinistra individuai la
posizione della sua faccia e con la destra colpii con ogni forza
residua. Quando il pugno si abbatt sulla sua mascella, il colpo
si ripercosse per tutta la lunghezza del mio braccio. Si teneva
aggrappato freneticamente a me, e io lo colpii un'altra volta.
Ebbe una breve contrazione, poi giacque immobile. Allora gli
misi le due mani intorno alla gola e cominciai a stringere per
chiudergli la bocca per sempre, per soffocare i suoi propositi di
nuovi ricatti. Una voce echeggi dentro di me, stridula e
insistente, per avvertirmi che non dovevo farlo, che dovevo
fermarmi prima che fosse troppo tardi. Per qualche secondo la
voce continu a gridare invano. Poi, quando riuscii a udirla e ne
afferrai il significato, ogni energia mi abbandon di colpo.
Allentai la stretta, imprecando tra me in un accesso di furore
cieco e impotente. No, non dovevo farlo. Non potevo farlo.
Come potevo, con un testimone che mi aveva visto arrivare e
aveva assistito all'inizio del nostro scontro?
Mi alzai sulle ginocchia e tastai il pavimento finch ebbi
trovato la pistola. Trovai la sicura e la feci scattare. Infilai la
pistola in tasca e mi rimisi in piedi, respirando a fatica, scosso
ancora dalla collera e dalla consapevolezza di trovarmi in un
vicolo senza uscita. Non potevo ucciderlo, ma se non lo facevo
adesso non ne avrei pi avuto la possibilit. Tutto era andato a
rovescio, per colpa di quella dannata femmina che adesso stava
correndo tra gli alberi sotto la pioggia. Chiunque fosse, mi
aveva visto alla luce del lampo, come mi aveva visto Sutton. Se
avessi ucciso Sutton, la donna mi avrebbe fatto finire sulla sedia elettrica.
Accesi un fiammifero per cercare la lampada a petrolio.
Ormai non era nemmeno necessario che cercassi di nascondermi.
Poi ricordai che la lampada era andata in pezzi il giorno
della mia ultima visita a Sutton, e stavo per rinunciare all'idea
di trovarla quando ne trovai una nuova sul tavolo da cucina.
Sutton aveva gi provveduto a sostituire quella rotta. Tolsi il tubo di vetro e l'accesi.
Vidi Sutton sdraiato sulla schiena, immobile. Aveva addosso
soltanto un paio di calzoncini corti a strisce. Sembrava che
dormisse, stava addirittura russando. Mi aveva reso la vita difficile.
Mi aveva rovinato. E adesso era l, steso sul pavimento, a
dormire come un bambino. E non potevo far niente, solo
perch la sua amichetta era l fuori, a correre a perdifiato sotto la pioggia.
Chi era quella donna? Non lo sapevo, ma non aveva molta
importanza. Girai la testa e vidi un pezzo di tessuto rosa
spiegazzato tra i lenzuoli in disordine, un paio di scarpe da
donna abbandonate sul pavimento ai piedi del letto e una
borsetta aperta sul tavolo. Se non altro, pensai, quella maledetta
ha addosso il vestito per tornare a casa, anche se si bagner un
po'... Rimasi un attimo sopra pensiero. Quelle scarpe. Tornai a voltarmi, fissandole.
Non erano scarpe: erano sandali, coi lacci di canapa. Rimasi
immobile, passandomi la mano sul viso. E io che avevo creduto
di essermi liberato di lei! Piccola sudicia, schifosa, maledetta
puttana! A questo ero ridotto: a dover sopportare Sutton per il
resto della mia vita e a dover ringraziare proprio lei, lei che gli aveva salvato la pelle!
Sentii addosso un'improvvisa stanchezza e una gran voglia di
lasciarmi andare. Avvicinai una seggiola al tavolo e crollai a
sedere, frugando meccanicamente alla ricerca di una sigaretta.
Per me e per Gloria era finita. Non c'era pi speranza.
Cominciai a imprecare, vanamente, disperatamente, con l'orecchio
teso ad ascoltare il frenetico tambureggiare della pioggia.
Dopo un po' accesi la sigaretta e allungai la mano, spinto dalla
forza dell'abitudine, per deporre il fiammifero in un posacenere.
Non trovandolo sul tavolo davanti a me, spostai la
borsetta, a caso, per cercare dietro di essa. Era aperta. Mentre
la giravo, guardai nell'interno: la solita confusione di ammennicoli
d'ogni genere, il rossetto, un pettine, alcune forcine e cos
via... Ma ci che attir la mia attenzione, fu un piccolo oggetto
lucente che sporgeva sotto a queste cose. Ne spuntava solo un
angolo. Senza nemmeno sapere perch, lo estrassi dalla borsetta
e lo guardai. Dapprima lo fissai senza vederlo, poi senza credere
ai miei occhi e infine con una certezza fredda e terribile che mi
fece rabbrividire. Era una clip d'argento e aveva la forma di una moneta da un dollaro.
No, era pazzesco. Chi sa quanti fermagli dello stesso tipo
c'erano al mondo. Era una coincidenza. Eppure, malgrado
cercassi di convincermi da solo, dentro di me sapevo che non si
trattava di una coincidenza. Cominciai a capire. Ricordai che la
sera in cui Spunky si era smarrito, Gloria mi aveva lasciato i
suoi sandali sulla sabbia per aiutare il cane a ritrovare la strada.
Ricordai che avevo notato che i sandali di Gloria erano uguali
a quelli di Dolores Harshaw. Attraverso la nebbia rossa che mi
era scesa davanti agli occhi, tutto mi apparve chiaro: lo strano
atteggiamento che Gloria aveva tenuto poche ore prima,
l'improvviso mal di testa, il suo desiderio di andare a letto
presto... Balzai in piedi, imprecando. I calzoni di tela azzurra
di Sutton erano appesi alla parete. Li staccai dal gancio e frugai
febbrilmente nelle tasche. Non c'era niente. Cercai nella tuta,
ma senza risultato. Mi guardai intorno, come un pazzo. Forse...
Mi avventai verso il letto, scavalcando il corpo di Sutton, e
sollevai il cuscino. Il portafogli era sotto di esso. Lo aprii: conteneva
una corposa mazzetta di banconote. Mi tremavano le
mani mentre li contavo: poco pi di cinquecento dollari.
S, era cos. Quando Gloria gli aveva portato il denaro del
ricatto, Sutton non si era accontentato dei soldi... Ma perch,
perch Gloria lo aveva fatto? Come poteva essersi arresa? No,
non si era arresa. Si sarebbe fatta uccidere piuttosto. La verit
mi si rivel a poco a poco, con una terribile lentezza. Sutton,
quando era andato a trovarla la mattina precedente, doveva
averle parlato di me e della banca. Gloria mi aveva supplicato
di dargli il denaro, e io avevo opposto un rifiuto. E fin da allora,
prima che io stesso mi rendessi conto delle mie intenzioni, aveva
capito che io lo avrei ucciso. Per questo era venuta a portargli il
denaro e a implorarlo di andarsene. Non aveva cercato di
salvare se stessa: aveva pensato soltanto a me.
Mi sentii addosso un freddo glaciale e non riuscivo quasi pi
a respirare. Pensai a Gloria e mi sembr di vederla, scalza e
impietrita dal terrore, mentre correva nel buio della notte, sotto
la pioggia, inciampando negli alberi, alla ricerca della sua
automobile. Mi alzai lentamente ed estrassi dalla tasca la
piccola pistola automatica. Rimasi a fissare il corpo di Sutton.
Quando vidi che girava leggermente la testa e cercava di muoversi, mi chinai accanto a lui.
Sveglia, dissi, e la mia voce era spessa e irriconoscibile, svegliati e guarda che cosa ti ho portato.
Si scosse e tent di sollevarsi. Quando mi vide, i suoi occhi si
dilatarono e il suo corpo cerc di strisciare indietro, lontano da
me. L'afferrai alla gola con la sinistra, gli misi un ginocchio sullo
stomaco e cominciai a ridere. Cerc di gridare, la bocca gli si
apr sempre pi, ma non ne usc nessun suono. I suoi occhi
avevano uno sguardo terribile. Io gli risi in faccia.
Fermo l, dissi. Sollevai appena la pistola e feci fuoco, colpendolo poco sopra l'occhio sinistro.
Quando l'eco della detonazione si fu spenta lontano, non
rimase pi alcun rumore, tranne quello della pioggia. Mi alzai
e rimasi immobile, con gli occhi abbassati, a guardare quanto
rimaneva di Sutton. Avevo ancora la pistola in mano. L'impulso
folle che mi aveva invaso cominci lentamente a sbollire. Adesso
Gloria sapr tutto, pensai. Sembrava che la mia mente non
fosse capace di pensare ad altro in quei primi minuti. Avevo
tanto desiderato che Gloria non sapesse, ma non era stato possibile.
Scossi la testa, con impazienza, cercando di raccogliere le
idee. Perch stavo l a perdermi in pensieri stupidi? Certo,
Gloria avrebbe saputo, ma soltanto lei e nessun altro. Non
c'erano testimoni. Non avevo potuto mettere in atto il mio
progetto originale, ma ero ancora in tempo a rimediare.
Bastava che ritrovassi il controllo e che la smettessi di rimanere inerte a rimuginare.
Dovevo muovermi, far presto. C'erano tante cose da fare, e il
tempo stringeva. Ripensai al mio piano ed esplorai la stanza
intorno a me. Avevo pensato di simulare un infortunio, la gente
doveva credere che Sutton si fosse ucciso mentre stava pulendo
la sua carabina. Adesso la carabina non serviva pi, ma la mia idea era ancora buona.
Raccolsi la tuta di Sutton e ci infilai dentro il cadavere. Poi gli
misi le scarpe e gliele allacciai. Esaminai il risultato. Dal foro di
entrata del proiettile era sgorgato un po' di sangue, ma non
aveva sgocciolato sul pavimento. Era rimasto sulla sua faccia.
Accostai una sedia al tavolo, sollevai il cadavere e lo aggiustai
sulla sedia, lasciando che la testa si abbandonasse in avanti, sul ripiano del tavolo.
Ero tornato in me. Avevo le idee chiare, mi sentivo pronto a
fare un buon lavoro. La presenza del cadavere non mi turbava.
Non provavo nessuna sensazione particolare, quasi che non ci
fosse. Avevo altre cose a cui pensare. Le impronte digitali, per esempio.
Tolsi dalla parete una delle camicie di Sutton e avevo appena
cominciato a strofinare la lampada per cancellarne le mie
impronte quando sentii il rumore dell'automobile. Veniva da un
punto imprecisato, oltre la radura. Sentii il motore che si
avviava, la macchina che si rimetteva in moto e infine si allontanava
in direzione della collina. Gloria c'era riuscita. Era al
sicuro. Non dovevo preoccuparmi per lei. Finii di pulire la
lampada, poi strofinai il tavolo, la sedia e gli altri oggetti che
avevo toccato. Andai a prendere la carabina di Sutton, adoperando
sempre la camicia in modo da non lasciarvi impronte.
Vuotai il serbatoio, lasciai cadere le pallottole sul pavimento, poi
le raccolsi e le misi sul tavolo, senza toccarle direttamente con
le dita. Lasciai aperto il congegno di caricamento e guardai
dentro la canna. La canna era pulita. Ottimo. Deposi la
carabina sul tavolo, alla destra di Sutton, come se avesse appena
finito di pulirla e si fosse accinto alla pulitura della piccola
automatica, quando era successo l'incidente. Chi possiede
diverse armi da fuoco, non si limita a pulirne e a oliarne una
sola per volta. Quando ci si mette, fa le cose sul serio.
Mi drizzai per guardarmi di nuovo attorno. Accanto allo
scaffale in cui Sutton teneva le armi, era appeso al muro un
armadietto di legno. Tirai il bottone di metallo servendomi
della camicia, e trovai quello che cercavo: un barattolo d'olio, la
bacchetta per la pulizia delle canne, alcuni stracci unti, un po'
di filaccia e un barattolo di solvente. Portai tutto sul tavolo.
Strofinai accuratamente la pistola automatica per togliere le
mie impronte. Poi, dato che Sutton doveva aver gi fatto la
pulizia della carabina, passai pi volte sulle sue mani uno degli
stracci unti. Premetti le sue dita sulla canna e sull'impugnatura
di madreperla della pistola, tolsi di nuovo la sicura e deposi
l'arma sul tavolo, a una certa distanza dal cadavere, con la
canna disposta diagonalmente rispetto all'orlo del ripiano. Se
l'incidente era avvenuto mentre Sutton maneggiava la pistola
tenendola per la canna con le dita sporche di olio, quello era il
punto in cui l'arma doveva essere caduta in seguito al rinculo.
Non dovevo tralasciare i particolari, perch lo sceriffo era un
duro e doveva saperla lunga in fatto di armi. Mi allontanai per
studiare meglio la messinscena.
Un'ultima cosa, e poi avrei finito. Quanti colpi aveva sparato
Sutton? Rimasi immobile, cercando di ricordare. Sutton aveva
sparato due volte contro di me, alla luce del lampo. Poi ne era
partito da solo un altro quando la pistola era caduta sul
pavimento. Perci dovevano esserci in giro quattro bossoli. Mi
inginocchiai e cominciai a cercarli. Quando li ebbi trovati tutti
e quattro, me ne misi tre in tasca, poi mi portai presso il tavolo
e gettai il quarto press'a poco nella direzione che avrebbe preso
al momento dell'incidente. Ora restava da sapere dov'erano
andati a finire i proiettili. Mi avvicinai al letto e guardai verso il
punto in cui mi ero trovato quando Sutton aveva fatto fuoco
contro di me. Davanti a me c'era una finestra aperta.
Avvicinandomi, verificai che entrava la pioggia. Non c'era
problema. La pioggia era cominciata a cadere a notte inoltrata,
mentre l'incidente che era costato la vita a Sutton doveva essere
avvenuto, presumibilmente, nel pomeriggio, cio quando faceva
ancora caldo ed era logico che lui lasciasse le finestre aperte.
Esaminai il telaio della finestra, ma non rintracciai nessun foro.
Probabilmente entrambe le pallottole erano finite nella radura.
Non sarebbe stato altrettanto facile trovare il terzo proiettile,
quello esploso quando gli era caduta la pistola. Ma ebbi fortuna.
Le mie ricerche si conclusero in meno di cinque minuti. La
pallottola era andata a conficcarsi in un'asse della parete vicino
al letto, in un punto in cui questa formava una specie di zoccolo
prima di congiungersi al pavimento. Nessuno avrebbe pensato
di andare a cercare proprio li.
Mi alzai, raccolsi un paio di mutandine dal letto e le infilai
nella borsetta. Infine raccattai i sandali e mi fermai qualche
secondo a esaminare la scena. Tutto a posto. Come nel mio
progetto originario. C'era un morto che non avrebbe pi ricattato
nessuno e c'era la pistola con cui si era ucciso per una fatale
distrazione. Una dimenticanza, pensai, che migliaia di persone
hanno commesso prima di Sutton ma che ben pochi riescono a
commettere due volte. Eppure, basterebbe cos poco per dare
un'occhiata alla camera di scoppio di un'arma da fuoco prima di accingersi a pulirla.
Controllai il mio orologio. Erano le due e mezzo. Avevo tutto
il tempo che volevo per ritornare in paese. Non avevo dimenticato
niente, e non ero pi spaventato. Mi chinai sul tavolo e spensi la lampada con un soffio.
E allora quella strana calma mi abbandon. Girai la testa di
scatto, tendendo l'orecchio, mentre mi veniva la pelle d'oca. Lo
sentii distintamente, e non ebbi dubbi sulla natura di quel suono.
Era il clacson di un'automobile. Suonava a distesa, senza smettere, sovrastando lo scrosciare monotono della pioggia.
...
.
...
CAPITOLO 19.
...
.
...
Per un attimo persi la testa. Mi lanciai fuori dalla porta
d'ingresso e saltai gi dalla veranda, sentendo la pioggia che mi
cadeva addosso. Sprofondai in un mondo nel quale non c'era
altro che buio, acqua e quel suono interminabile. Quel suono
che rideva di me. Che mi accusava. Che mi indicava. Tutti
l'avrebbero udito, tutti sarebbero accorsi per scoprirne la causa
e per guardarmi in faccia. Non era molto forte, perch giungeva
da qualche centinaio di metri, ma a me sembrava che tutti i
clacson del pi affollato ingorgo del mondo si fossero messi a
suonare all'unisono. Cominciai a correre alla cieca, incapace di
prestare attenzione a una voce che dentro il cervello mi gridava
di fermarmi. Era folle. Dovevo prima trovare la strada. Se mi
allontanavo dalla baracca, non avrei pi avuto un punto di
riferimento che potesse guidarmi nelle tenebre. Poi inciampai e
caddi, e questa fu l'unica cosa che mi salv.
L'urto della caduta mi restitu un barlume di buon senso.
Disteso nel fango, con la pioggia che mi investiva da tutte le
parti, feci uno sforzo per sottrarmi all'incubo di quel suono e
raccogliere le idee. Suonasse finch voleva. Nessuno poteva
udirlo. Non c'era nessun altro essere umano nel raggio di diversi
chilometri. Del suono in s non dovevo aver paura. Il mio era
soltanto un terrore insensato. Il pericolo era altrove, e se non
riprendevo il controllo di me stesso, se non riuscivo a trovare la
strada, allora s dovevo aver paura.
Mi rialzai e guardai dietro di me. Non riuscii a vedere niente.
La baracca poteva essere a venti metri o a cento chilometri.
Cercai di pensare, di ricostruire nella mia mente la disposizione
della radura. Poich ero uscito dalla porta d'ingresso e mi ero
messo a correre in linea retta, la strada doveva essere alla mia
sinistra. Mi girai in quella direzione e cominciai a camminare
lentamente, avanzando a tentoni tra i ceppi e i rovi della radura,
soffocando il terribile impulso di correre a perdifiato. Se non
riuscivo a trovare la strada, ero perduto.
Poi sentii sotto i piedi un terreno pi sodo, sgombro di vegetazione.
Avevo trovato la strada. Voltai a destra e ripresi a correre,
cercando di mantenermi entro i bordi della carreggiata. La gola
mi bruciava a ogni respiro. Tra me e me lanciavo una
monotona e frenetica litania di imprecazioni. Di tutte le
macchine del deposito, proprio quella dovevo andare a
scegliere. Perch, in nome di Dio, non avevo almeno domandato
a Gulick qual era la macchina il cui clacson si era messo a
suonare da solo nel pomeriggio di sabato? Perch non avevo
avuto il buon senso di capire che qualche cosa non andava
quando il motore aveva stentato ad avviarsi?
Ero zuppo di pioggia. L'acqua mi grondava gi dai capelli e
dentro il collo della camicia. I piedi mi guazzavano nelle scarpe
a ogni passo. D'un tratto sentii che la strada girava a sinistra.
Ero uscito dalla radura e cominciavo a camminare in salita, tra
gli alberi. Nonostante la distanza fosse diminuita, il rumore del
clacson non sembrava pi forte. Forse stava gi spegnendosi?
Tesi l'orecchio, trattenendo il respiro, ma non riuscii a capire.
Mi riprese quella febbre forsennata e fui costretto a rimettermi
a correre. Non mi accorsi di una curva della strada e andai a
sbattere contro gli alberi, inciampai e caddi. La borsetta mi
sfugg dalle mani, Mi misi in ginocchio e frugai alla cieca nel
fango, con la mano libera, temendo di perdere le scarpe che
stringevo nell'altra. Il suono del clacson si stava affievolendo.
Non c'era dubbio. Tra poco si sarebbe spento del tutto. Udii la
mia voce che imprecava senza sosta, ripetendo sempre le stesse
parole in una specie di follia cieca e disperata, mentre la mia
mano brancolava nel fango, nell'acqua e tra le foglie morte.
Non mi pass per la mente il pensiero che potevo anche abbandonare
la borsa. Nessuno l'avrebbe ritrovata, e in ogni caso non
conteneva nulla che permettesse di identificarne la proprietaria,
dal momento che la clip d'argento me l'ero messa in tasca.
Quando finalmente ebbi ritrovato la borsa, mi portai barcollando
in mezzo alla strada. Il suono del clacson era calato ancora.
Non so in che modo feci gli ultimi cento metri. Mi mancava
il fiato, il vento mi bruciava la gola. Cadevo quasi a ogni passo.
E intanto sentivo il richiamo del clacson farsi sempre pi
debole, come una sveglia che stesse scaricandosi. Poi arrivai. La
macchina era alla mia sinistra. Abbandonai la strada, tenendo
le mani protese davanti a me per evitare i tronchi degli alberi.
Urtai contro la macchina, annaspai fino a trovare lo sportello,
lo aprii e buttai dentro le scarpe e la borsetta. Il clacson suonava
ancora, con un rantolo sempre pi flebile. Sollevai il cofano e
frugai dentro, annaspando tra i fili. Il clacson tacque. Mi lasciai
scivolare su un parafango, sfinito. Nel silenzio improvviso
risuon pi forte il rumore della pioggia che cadeva tra gli
alberi e tambureggiava sul tetto dell'auto.
Mi rialzai dal parafango con uno sforzo, chiusi il cofano,
raggiunsi lo sportello e mi lasciai cadere dentro la macchina.
Inondai d'acqua il sedile. Girai con dita tremanti la chiavetta
dell'accensione e trovai il bottone dell'avviamento. In quei
pochi secondi di intollerabile attesa, mi sembr di morire. Avrei
voluto essere capace di pregare. Spinsi il bottone, e il motorino
d'avviamento ebbe un gemito breve e stridente prima di riuscire
a far girare il motore. Poi tutto tacque. Provai un'altra volta, ma
inutilmente. La batteria era esaurita.
Restai per un minuto con la testa e le braccia abbandonate sul
volante, ascoltando il lugubre suono della pioggia e sentendo
dilatarsi dentro di me un vuoto pauroso. Questa era la paura
che mi aveva spronato laggi, davanti alla baracca, e poi per
tutto il tragitto. Non c'era verso di mettere in moto la macchina.
Almeno trenta chilometri mi separavano dal paese. Non potevo
fare tutta quella strada a piedi. Anche se ne avessi avuto la forza,
sarei stato sorpreso dalla luce del giorno prima di arrivare a
Lander. Ma non potevo nemmeno abbandonare l'auto. Tanto
valeva, allora, che lasciassi il mio biglietto da visita nella
baracca di Sutton, con tanti saluti per lo sceriffo.
Mi sembr di vederlo, lo sceriffo, pronto ad azzannarmi coi
suoi denti da mastino. Sutton si era ammazzato cacciandosi per
errore una pallottola in mezzo alla testa, mentre me ne stavo l
con la macchina parcheggiata nel bosco, come se avessi
scambiato la sua baracca per lo schermo di un cinema all'aperto...
Imprecai e cercai di scacciare questo pensiero. Doveva
pur esserci una via d'uscita.
Quanto tempo ci sarebbe voluto per tornare in paese a piedi?
Era una domanda inutile. Ci avrei messo almeno cinque ore.
Non sarei arrivato a Lander prima delle otto. Avrei incontrato
per strada una dozzina di persone, o una ventina, o forse pi, e
tutti si sarebbero ricordati della mia faccia. Non era facile
confondermi con un altro, nello stato in cui ero ridotto:
stremato di forze, inzuppato d'acqua, imbrattato di fango, col
vestito ridotto a brandelli dalle cadute. Forse potevo sospingere
la macchina sulla strada e avviare il motore lungo la discesa. Mi
trascinai davanti all'auto, appoggiai la spalla al radiatore e
spinsi. I miei piedi scivolarono nel fango e caddi con la faccia
contro la griglia. Puntai i piedi e provai ancora, buttando
contro il radiatore tutto il mio peso, tutta la mia disperazione e
la mia paura. La macchina arretr di una decina di centimetri,
si ferm un attimo, poi torn verso di me, nella stessa posizione
di prima. Era impossibile, non ce l'avrebbero fatta neppure in
quattro. Il tratto che separava la macchina dalla strada era
leggermente in salita. Non ci sarei riuscito neanche se avessi
provato per una settimana.
Ed ero stato cos vicino alla vittoria. Fino al momento in cui
mi ero chinato per soffiare su quella lampada, avevo avuto la
partita in pugno. E adesso mi sfuggiva. Ero finito.
No. L'ultima parola non era ancora detta. Un'idea mi colp
con la rapidit del fulmine. Mi raddrizzai, sentendo una nuova
speranza montare dentro di me. Perch non ci avevo pensato
prima? C'era la macchina di Sutton. Potevo andare a prenderla
e tornare in paese con quella... No. Non avrei risolto niente. La
mia macchina non poteva restare dov'era, in attesa che la
polizia la ritrovasse. E poi, come potevano bere la storia della
morte accidentale se la macchina di Sutton fosse scomparsa o se
qualcuno l'avesse visto circolare a Lander? Ma ero sulla via
giusta, e finalmente ci arrivai. La macchina di Sutton era della
stessa marca della mia. Niente mi impediva di cambiare le batterie.
Avevo bisogno degli attrezzi necessari. Possibile che nella mia
macchina non ci fosse un ferro qualsiasi che mi servisse per
staccare i fili? Presi il mazzo delle chiavi, corsi dietro l'automobile
e aprii il portabagagli quanto mi bast per infilarvi la testa
e le spalle. Cominciai a frugare nell'interno, con la furia di una
bestia selvaggia. Inutile pensare di accendere un fiammifero
perch la scatola si era inzuppata d'acqua. Il buio era cos totale
che mi domandai se in qualche parte del mondo fosse rimasta
un po' di luce. Forse ero diventato cieco senza neppure accorgermene.
Le mie dita toccarono qualche cosa. Era l'impugnatura
di un cric. Trovai anche il cric. O Dio, pensai, ci sar pure
un paio di pinze, solo un paio di pinze. Ci deve essere.
Mentre annaspavo, le mie dita urtarono un altro oggetto. Lo
sentii rotolare contro la parete del portabagagli. Frugai finch
l'ebbi trovato. Il cuore mi diede un balzo. Era un paio di pinze.
Lasciai cadere lo sportello del portabagagli e mi portai verso il
cofano. Quella fretta spasmodica si era nuovamente impadronita
di me, ora che intravedevo una via di scampo. Quanto
tempo mancava all'alba? Non c'era modo di sapere che ora
fosse... S, un modo c'era. La batteria doveva aver conservato
abbastanza energia per far funzionare i fari per qualche minuto.
Girai la chiavetta e i fanali si accesero: una luce gialla che
sembrava diventare sempre pi debole. Guardai l'orologio: le
tre e dieci minuti. Dovevo staccare la batteria, ritornare alla
baracca, prendere la batteria di Sutton, rifare la strada e
montarla sulla mia macchina. Avrei avuto il tempo di compiere
tutte queste operazioni?
Riuscii a trovare i terminali della batteria. Erano talmente
coperti di ruggine che non potevo nemmeno distinguere dove
fossero i dadi. Vi picchiai sopra con le pinze, come un forsennato,
finch ne ebbi staccata la ruggine. Provai a far girare i
dadi con le dita. O Dio, invocai, se almeno potessi vederci! Aprii
le pinze e cercai di applicarle intorno ai lati del raccordo. Poi,
tastando, riuscii a trovare il dado. Lo strinsi nella morsa delle
pinze e girai. Non cedeva, Cristo, non cedeva, e la pinza scivolava
via. Provai un'altra volta, un'altra ancora. Finalmente vi
riuscii, ma il bullone si ruppe.
Ce l'ho fatta, pensai con una gioia frenetica, ce l'ho fatta. Non
importa se il bullone si  spezzato, la batteria star al suo posto
anche senza il bullone, baster montarla al posto giusto. Passai
all'altro bullone, armeggiando febbrilmente nel buio. Il dado
cedette quasi subito, e in pochi secondi ebbi finito il lavoro pi
difficile. Stavo per togliere la batteria dal suo alloggiamento, ma
ci ripensai. Era inutile. Perch portarla fino alla radura?
Appena avessi montato l'altra batteria, il motore si sarebbe
avviato e avrei potuto tornare in macchina alla baracca per
montare la batteria esaurita sull'auto di Sutton.
Adesso potevo andare. Mi infilai in tasca le pinze e tornai
sulla strada camminando a tentoni tra gli alberi. Avevo appena
cominciato a correre quando un pensiero improvviso mi ferm.
Lo stesso pensiero che avevo avuto nel lasciare l'auto la prima
volta. Non sarei riuscito a rintracciar la macchina quando fossi
tornato dalla baracca. Non ci sarebbe stato il suono del clacson
a guidarmi, n avrei potuto scorgere il fazzoletto che, probabilmente,
era stato trascinato lontano dalla pioggia oppure si era
ricoperto di fango. Dovevo lasciare un segno che mi aiutasse a
ritrovare la macchina. Ma quale segno? Cristo, pensai, non
posso fermarmi qui tutta la notte. Debbo fare qualcosa. Balzai
verso un lato della strada e cercai intorno a me agitando le
braccia. Trovai un piccolo pino e ne strappai un ramo lungo
circa due metri. Gettai il ramo sulla carreggiata, di traverso, in
modo da dovervi inciampare quando fossi tornato indietro.
Ripresi a correre lungo la discesa, tra gli scrosci della pioggia.
Sentivo l'acqua sciaguattarmi dentro le scarpe. Non riuscii a
tenere il conto delle volte che caddi e di quelle che finii fuori
strada. Quando arrivai alla radura e l'ebbi attraversata brancolando
e incespicando a ogni passo, col respiro affannoso, mi
assal una gran voglia di buttarmi per terra e di riposare un
momento. Resistetti e raggiunsi l'automobile. Aprii lo sportello,
accesi i fanali e corsi davanti al fascio di luce per vedere l'ora.
Erano le quattro meno dodici minuti. Avrei voluto gridare, fare
a pezzi il mio orologio. Non era possibile, l'orologio mentiva,
non potevo averci messo tanto tempo.
Assalii i bulloni della batteria con un impeto selvaggio,
annaspando disperatamente tra i fili, cercando di lavorare pi
in fretta possibile. Le pinze mi sfuggirono di mano e dovetti
cercarle nel buio. D'un tratto mi accorsi che stavo parlando da
solo. Sentii la mia voce che diceva in una nenia di delirio:
Presto, presto, presto... Avevo continuato a ripetere la stessa
parola da quando avevo lasciato la baracca la prima volta:
sempre la stessa parola, in una cantilena incessante che faceva
eco allo scrosciare della pioggia. Finalmente riuscii a liberare i
due raccordi e sollevai la batteria dal suo alloggiamento. Adesso
dovevo stare attento a non inciampare. Se avessi lasciato cadere
la batteria su un oggetto solido, si sarebbe spaccata in due come
un cocomero.
Il ritorno fu un incubo. Non camminavo pi, muovevo
semplicemente i piedi in un moto meccanico, su e gi, senza
sapere dove andavo, come un allucinato. Mi sembrava di
restare sempre nello stesso posto, con lo stesso peso sulla spalla,
con la stessa pioggia che continuava a lavarmi la faccia, mentre
il tempo passava davanti a me, e fuggiva come un fiume dopo
aver aggirato uno scoglio. Non riuscivo a ricordare le curve
della strada. Non sapevo quanto cammino avessi fatto, n
quanto me ne restasse da fare. Dovevo aver gi superato la mia
macchina. Non poteva essere tanto lontano. Forse avevo scavalcato
quel ramo senza accorgermene. S, doveva essere cos.
Allora tutto era finito.
Ed ecco, sentii il ramo contro la caviglia. Ero arrivato. Mi
allontanai dalla strada e cominciai ad avanzare tra gli alberi,
mentre la frenesia mi prendeva di nuovo: far presto, sistemare
la batteria, fuggire prima che fosse troppo tardi. E poi, proprio
in quel momento, urtai violentemente con la spalla contro un
tronco d'albero e perdetti l'equilibrio. La batteria mi scivol
dalle dita e and a cadere davanti a me, nel buio, mentre io
stesso crollavo a terra. Sentii il rumore secco della batteria che
andava a sbattere contro un albero.
Era la fine. Avevo cercato di illudermi, avevo voluto far
credere a me stesso che ce l'avrei fatta, ma ora la realt era
davanti a me. La batteria si era rotta. Dapprima non riuscii
nemmeno a trovarla. Giacevo bocconi, tra il fango e gli aghi di
pino, e agitavo le braccia intorno a me, cercando di individuare
il punto in cui era caduta, timoroso al tempo stesso di ci che
avrei trovato. La sfiorai con la punta delle dita, mi trascinai in
avanti e vi posai sopra le mani. Era coricata su un fianco. La
raddrizzai e vi feci scorrere intorno le dita per scoprire se il
rivestimento si era spezzato. Non potei averne subito la
certezza, ma mi parve che il danno non fosse irreparabile. C'era
un foro alla sommit della cella centrale, ma entrambi i terminali
avevano resistito. Forse l'ultima parola non era ancor detta.
Raccolsi la batteria e rintracciai l'automobile. Sfilai dal suo
alloggiamento la batteria esaurita e solo allora mi ricordai che
dovevo far combinare i poli. Non avevo nessun mezzo per stabilire
quale fosse il terminale positivo e quale il negativo. Passai le
dita sopra le estremit dei due terminali, cercando di scoprire
dove fossero i segni di pi e meno, ma le incrostazioni di ruggine
li avevano cancellati. Non c'era niente da fare, niente... Ma s,
un mezzo c'era. Mi ricordai che il terminale positivo  sempre
pi grosso dell'altro e che altrettanto avviene per i raccordi.
Riconobbi al tasto i poli positivi, installai la batteria e con le
pinze collegai i raccordi coi terminali. Mi rialzai e frugando nel
cruscotto trovai l'interruttore dei fanali. La luce si accese,
intensa e splendente. Diedi un'occhiata all'orologio: erano le
quattro e venti minuti.
Gettai l'altra batteria dentro la macchina e feci marcia
indietro, fino a portarmi sulla strada. Fu un miracolo se non mi
ruppi il collo, nella corsa sfrenata verso la radura. Montai la
batteria esaurita sulla macchina di Sutton. Grazie ai fari accesi
della mia auto, l'operazione fu compiuta in un baleno. Tornai
al volante, e mentre voltavo per ritornare sulla strada i fari
illuminarono per un istante la baracca, squallida e solitaria sotto
la pioggia. Pensai a Sutton, abbandonato nelle tenebre, col capo
reclinato sul tavolo. Poi attraversai come un fulmine la radura e
affrontai la salita. Raggiunsi la cresta dell'altura, volai gi per la
discesa successiva e superai il fiume, sempre correndo come un
dannato inseguito dal demonio, mentre la pioggia cancellava
dietro di me le tracce delle ruote. Quando arrivai all'autostrada,
schiacciai tutto l'acceleratore e non lo mollai finch non fui in
paese. Non avevo incrociato anima viva.
Rifeci lo stesso tragitto dell'andata. Era ancora buio, ma il
pericolo non era cessato. Infilai il viale laterale e spensi le luci
prima di entrare nel recinto. Riportai lentamente la macchina
nel posto in cui l'avevo trovata e prima di scendere rimasi
seduto per qualche secondo al volante. Potevo vedere il corso
deserto sotto la pioggia.
L'interno della macchina era diventato un lago per l'acqua
che mi era gocciolata gi dai vestiti, ma per il momento non
potevo farci niente. Sarei ritornato pi tardi, prima che Gulick
arrivasse in ufficio, e avrei portato la macchina al garage.
Afferrai la borsa e le scarpe, scesi dalla vettura e uscii nella
strada, tenendomi nelle zone d'ombra. Giunto dietro la
pensione, varcai il cancello e attraversai il cortile, senz'altro
rumore che il battito del mio cuore. Non avevo incontrato
nessuno.
Mi fermai davanti alla porta della mia stanza, mi tolsi calzoni
e camicia, li strizzai fino a farne uscire tutta l'acqua. Feci altrettanto
con la borsetta. Poi entrai e, senza accendere la luce,
frugai nell'armadio in cerca della mia vestaglia di flanella.
Avvolsi in questa i miei indumenti, la borsa e le scarpe. Mi tolsi
le mutande e le gettai nel sacco della biancheria da lavare, poi
mi asciugai. Adoperando lo stesso asciugamano e trascinandomi
al buio sul pavimento, cancellai le tracce di fango che
avevo lasciato. Quindi indossai della biancheria asciutta, presi
un pacchetto di sigarette e mi sdraiai sul letto. Nell'accendere la
sigaretta diedi un'occhiata all'orologio. Erano quasi le sei. Tra
pochi minuti avrebbe cominciato a far giorno. Ce l'avevo fatta.
Poco dopo le sette mi alzai, mi feci la barba e mi vestii.
Pioveva ancora. Presi l'impermeabile, raccolsi l'involto nascosto
nella vestaglia di flanella e lo portai dentro la macchina. Mi
recai alla concessionaria e prima di lasciare l'auto nel recinto
tolsi l'involto dal sedile posteriore e lo chiusi nel portabagagli.
Mentre ero diretto al ristorante, mi voltai per controllare la
fila delle macchine. Ero preoccupato. Ma era tutto a posto.
L'auto che avevo usato durante la notte aveva pi o meno lo
stesso aspetto delle altre, poich tutte erano rimaste esposte alla pioggia.
Al ristorante parlavano tutti della stessa cosa. La notizia si era rapidamente diffusa a Lander.
Harshaw era morto. Era morto poco dopo le tre del mattino in seguito a un nuovo attacco cardiaco.
...
.
...
CAPITOLO 20.
...
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...
Dapprima non riuscii a rendermene conto. Perch proprio
alle tre del mattino? Ordinai qualcosa per colazione, ma non
riuscii a mangiare. Ero disfatto, sconvolto. Poi mi chiesi perch
me la prendessi tanto a cuore. Dopo tutto, non erano passate sei
ore da quando avevo ammazzato un uomo, perch ora dovevo
angustiarmi tanto per la morte di un altro uomo? Ritornai in
ufficio e mi sedetti a guardare fuori dalla finestra. La giornata
si annunciava fosca e triste. Quando arriv Gulick, gli dissi che
poteva tornare a casa. Quel giorno avremmo tenuto gli uffici
chiusi, e anche nel giorno del funerale.
Gloria arriv pochi minuti dopo, accompagnata da
Robinson. Entr in fretta in ufficio, indossando un impermeabile
di plastica azzurra che le dava un aspetto grazioso e giovanile.
Il suo viso per era pallido e stanco. Aveva gi saputo di
Harshaw.
Non credi che dovremmo chiudere, Harry? mi chiese.
S. L'ho gi detto a Gulick.
Si era fermata sulla soglia, e allontan gli occhi da me per
guardare nella strada.  terribile, disse. Senza dubbio
pensava a Harshaw.
Mi chiesi se si riferiva a qualcos'altro. Avrei voluto dirle che la
sua borsetta e le sue scarpe erano nella macchina, che non c'era
motivo di preoccuparsi, ma non potei. Era come se un muro mi
separasse da lei. Non riuscii a dirle una parola.
Chiusi l'ufficio. Uscimmo insieme in macchina. Facemmo
qualche chilometro sull'autostrada, lentissimamente.
Guardavamo entrambi la pioggia senza parlare. Quando
arrivammo al ponte, rimanemmo a osservare la corrente dai
finestrini. Il fiume andava gonfiandosi e l'acqua aveva un colore
bruno sporco. Forse passeranno dei giorni prima che lo ritrovino,
pensai. Se continua a piovere, la strada non sar pi praticabile
nel punto in cui attraversa il greto del fiume.
A un certo momento, mentre non c'erano automobili in vista,
trovai la forza di dare un bacio a Gloria.
No, non adesso. Si volt e guard dal finestrino.
Restammo fermi mezz'ora o poco pi, e io potevo sentire,
quasi toccare, quel muro di silenzio che si alzava tra noi. Adesso
capivo perch non ero stato capace di parlare quando ci
eravamo incontrati poco prima in ufficio. Se Gloria non
riusciva a parlarne, come potevo io? Poi, improvvisamente, mi
resi conto che non pensava alle scarpe e alla borsa, perch non
sapeva ancora che io l'avevo ammazzato. Quando avesse saputo
della morte di Sutton, avrebbe capito che avevo cercato di
allontanare i sospetti da lei portando via le cose che le appartenevano.
Avrei voluto gridare, dirle che tutto era sistemato, che
conoscevo le ragioni della sua condotta, che nulla era cambiato.
Ma come potevo? Pensai alla vergogna e alla nausea che doveva
provare, mi dissi che sarebbe stata una tortura per lei parlarne
l, sulla macchina, e proprio a me. Forse era meglio non
parlarne, fingere entrambi che non fosse successo.
Poi pensai a un'altra cosa. Cosa sarebbe successo dopo la
scoperta del cadavere? Avremmo mai potuto affrontare un
simile argomento? Tutto era contro di me, tutto diceva che io
ero l'assassino, ma nel cuore di Gloria, se avessimo continuato
a tacere, sarebbe rimasto un barlume di speranza, una tenue
illusione che non fosse vero. Forse c'era soltanto un mezzo per
continuare a vivere con quel segreto: ignorarlo.
Dopo un po' tornammo in paese. Mi assillava ancora il
pensiero dell'involto nascosto nel portabagagli, ma capivo che
non potevo sbarazzarmene prima del tramonto.
Harry, non credi che dovremmo andare a trovare la signora
Harshaw? mi chiese Gloria.
S, risposi, ci conviene andar subito.
Fermai presso la veranda di casa Harshaw, e la cameriera
negra venne ad aprirci. Disse che s, la signora Harshaw era in
casa e ci avrebbe ricevuti. Entrammo. Dolores era nella stanza
di soggiorno, pallida e con gli occhi rossi, in vestaglia e
pantofole. Dapprima pensai che esagerasse un po' la parte, poi
mi accorsi che aveva un forte raffreddore. Quell'indisposizione
era venuta a proposito per aiutarla a recitare la parte della
vedova inconsolabile.
Avevano gi portato la salma all'obitorio e il funerale era
fissato per mercoled. Presentammo le nostre condoglianze e
dicemmo che grand'uomo era stato. Tra continui sospiri e
grandi manovre di fazzoletto la vedova ci raccont come era
successo. Evidentemente Harshaw si era alzato per prendere
qualche cosa, perch lei l'aveva sentito camminare nell'atrio.
Proprio mentre stava per chiamarlo e chiedergli se aveva
bisogno di niente, lo aveva sentito cadere. Era rotolato per i
gradini, dall'atrio fino alla sala di soggiorno.
Oh,  stato orribile, disse, e io mi sarei commosso se non
l'avessi conosciuta abbastanza bene. Mi sono precipitata verso
di lui, al buio, ma sono caduta anch'io. A questo punto scost il
collo della vestaglia per mostrarci un livido sulla spalla. Non so
come ho fatto ad arrivare al telefono per chiamare il dottore.
Purtroppo,  venuto quando era ormai troppo tardi. Ricominci
a piangere, trasmettendomi un malessere indefinibile.
Be', finalmente  riuscita a liberarsene, pensai. Adesso eredita
tutto: centomila dollari e forse pi. Chi sa se ha intenzione di
liquidare e di ritirarsi.  probabile. Con tutti i soldi che ha, pu
permettersi di mantenere un'intera scuderia di amici, un'accademia
di equitazione o una stazione di monta. E un'azienda del
genere funziona meglio in una grande citt che in provincia.
Quando uscimmo, accompagnai Gloria a casa e poi tornai
alla pensione. Nel pomeriggio cercai di dormire, ma non ci fu
verso. Fui assalito da un incubo in cui mi trovavo nel greto di un
fiume con un morto incatenato a una gamba e cercavo disperatamente
di uscire arrampicandomi lungo una scarpata. Mi
svegliai di soprassalto, tremante e coperto di sudore.
Quando avrebbero scoperto il cadavere? Questo era il mio
nuovo tormento. Fino a ora non ci avevo pensato, ma adesso la
cosa mi sembrava imminente. Quanto sarebbe durata l'attesa?
Cercavo di convincermi che tutto era in ordine e che avrebbero
accettato la versione della morte accidentale; ma come averne
la certezza? E se avevo dimenticato qualcosa? Non c'era modo
di saperlo fino a quando non avessero scoperto il cadavere e
concluso l'inchiesta. Ogni volta che pensavo allo sceriffo, mi
sentivo agghiacciare. L'attesa mi avrebbe messo a dura prova.
Di questo potevo esser certo. E se fosse durata molto tempo,
sarei impazzito.
Dopo il tramonto mi recai in centro e provai a mangiare.
Avevo la bocca secca e tutto aveva un sapore stopposo. Salii in
macchina e feci una corsa fino alla segheria abbandonata,
fermandomi un po' su un lato della strada per essere sicuro di
non essere seguito. La pioggia era cessata durante il pomeriggio
e ora brillavano le stelle. Lasciai la macchina presso la
montagna di segatura, tolsi l'involto dal portabagagli e ne
esaminai il contenuto. Strappai tutti i segni che potessero
vagamente servire come indizi e poi scesi verso il fondo del
burrone. Scavai un buco nella segatura, buttai dentro tutto
quanto, borsa, scarpe e indumenti, e coprii il nascondiglio. Poi
risalii per un breve tratto lungo la scarpata e provocai una
nuova valanga di segatura. Col passare del tempo, lo strato di
segatura sarebbe divenuto sempre pi spesso. Il luogo in cui mi
trovavo mi fece ripensare a Dolores. Il ricordo di quella notte mi
riemp di rancore e di disgusto. Ma tutto il mio odio per lei non
cambiava la situazione. Forse aveva voluto alludere a questo,
quando mi aveva detto che sarei sempre tornato da lei.
Mercoled pomeriggio ci fu il funerale di Harshaw, e il
cadavere di Sutton non era stato ancora ritrovato. Mi sembrava
di non poter pi dormire. Mi assopivo per qualche minuto e
subito mi svegliavo, sudato e spaventato. Mi chiedevo per
quanto tempo ancora avrei resistito.
Gloria, Gulick e io ordinammo una grossa corona, e naturalmente
andammo insieme al funerale. Sembrava che ci fosse
tutta la popolazione della contea. Gloria pianse alla fine della
cerimonia, e anch'io dovetti soffiarmi il naso diverse volte.
Harshaw era stato un brav'uomo, assai migliore di me, anche se
io ci avevo messo tanto tempo ad accorgermene. Dopo il
funerale Gloria e io facemmo un giro in macchina, senza una
direzione precisa. Tra noi c'era ancora un muro di silenzio. La
riaccompagnai a casa, e prima di separarci restammo qualche
minuto nell'auto.
Che cosa credi che far la signora Harshaw? mi
domand. Pensi che vender tutto?
Era preoccupata. Era la prima volta che pensavo a quella
eventualit. Avevo avuto tante altre cose per la testa. Se Dolores
avesse liquidato l'azienda di suo marito, ci sarebbe stata una
revisione dei registri contabili. Forse ci sarebbe avvenuto
prima che noi avessimo il tempo di regolare i conti, sebbene io
avessi ancora i cinquecento dollari che avevo trovati nel
portafogli di Sutton. Dio mio, pensai, non finiranno mai le
complicazioni?
Non so, dissi. La signora Harshaw non ne ha ancora
parlato, e io non ho voluto importunarla parlandole di affari.
Cercher di conoscere le sue intenzioni.
Ma non scoprii niente. Dolores non si fece viva, n per
telefono n di persona, e io non mi sentivo in grado di affrontarla
perch non riuscivo a pensare ad altro che a Sutton e a ci
che sarebbe successo dopo la scoperta del cadavere. Avevo la
mente occupata sempre dagli stessi pensieri, giorno e notte,
perch ormai non dormivo pi di cinque minuti di seguito.
Smisi di incontrarmi con Gloria. Non andavo nemmeno a
trovarla nel suo ufficio. Ero cos esaurito e fuori di me da non
poter controllare quello che facevo o dicevo. Verso la fine di
quella settimana mi chiesi se non fossi prossimo al punto di
rottura. Cominciavo a credere che la polizia avesse gi trovato
il cadavere ma tenesse la bocca chiusa nella speranza che io
crollassi da solo, sotto il peso della tensione. Forse lo sceriffo e i
suoi uomini si accontentavano di giocare con me, finch un
giorno, improvvisamente, uno di loro mi avrebbe toccato sulla
spalla ordinandomi di seguirlo in guardina. Poi, per qualche
minuto, riprendevo il controllo dei miei nervi e cercavo di
sottrarmi a quell'ossessione. No, mi dicevo, il cadavere non
l'hanno ancora trovato e forse passeranno altri giorni prima che
lo trovino. Nessuno si spinge mai fino alla baracca di Sutton.
Sta calmo, aspetta. Ma, Dio mio, quanto tempo ancora sarei
stato in grado di resistere?
La notizia si diffuse domenica mattina. Due ragazzi di
campagna avevano scoperto il cadavere mentre erano a caccia
di conigli selvatici, ed erano venuti in paese per informare la
polizia. Non si parlava d'altro nei locali pubblici di Lander.
Arriv lo sceriffo e in compagnia di Tate si rec a fare un sopralluogo
al pozzo di petrolio. La loro assenza dur poco pi di due
ore. Ritornarono nelle prime ore del pomeriggio portando con
loro il cadavere. Poi si recarono insieme al capoluogo della
contea. In paese si sapeva soltanto ci che avevano raccontato i
due ragazzi: Sutton era seduto a un tavolo, ripiegato in avanti,
e sembrava che fosse morto da parecchi giorni. I due ragazzi si
erano spaventati e non avevano avuto il coraggio di entrare
dentro la baracca.
Fino alla sera di domenica non si seppe altro. N io potevo
andare in giro a chiedere alla gente che cosa si fosse saputo di
nuovo. Mi chiusi nella mia stanza, ma dopo un poco mi resi
conto che sarei impazzito se non avessi cercato di reagire. Il
vecchio con la camera a fianco della mia aveva ripreso l'abitudine
di leggere la Bibbia ad alta voce. Salii in macchina e mi
recai in un cinema del capoluogo. Era un film lunghissimo, o
forse erano due film distinti, ma non riuscii a capirci niente.
Quando uscii, era buio. Un'altra notte, un'altra interminabile
notte. Tornai a Lander, andai al ristorante e riuscii a trangugiare
un po' di cibo. Tate era ritornato, disse qualcuno, ma non
aveva detto niente. Sembrava che Sutton fosse morto di una
ferita d'arma da fuoco. L'inchiesta vera e propria sarebbe
cominciata luned mattina. Niente altro.
Mi sedetti sulla sponda del letto, al buio, fumando una
sigaretta dopo l'altra fino alle tre del mattino. Quando la
stanchezza mi vinse, mi addormentai e cominciai a sognare.
Nel farmi la barba, capii dallo specchio di essere giunto alla
fine. Poche ore ancora, e sarei crollato. Non so come resistetti
fino a mezzogiorno. Mi seppellii in mezzo alle scartoffie dell'ufficio,
uscendo ogni tanto per mostrare questa o quella
macchina a qualche visitatore. Gente irreale, gente senza faccia,
alla quale parlavo meccanicamente di motori e carrozzerie.
Alle tre e mezzo andai a prendere un caff al ristorante. La
cameriera attacc discorso. Aveva voglia di chiacchierare. Di
solito si annoiava, e ora aveva qualcosa di nuovo da raccontare.
Tate era venuto al ristorante poche ore prima. C'era stata un'inchiesta
sulla morte di quel tale, come si chiamava, ma s, quello
che abitava presso il pozzo di petrolio e che era stato trovato
morto, non se lo ricorda? ...quando l'avevano trovato? ma
domenica mattina... s era proprio domenica, perch la sera
prima lei era andata a ballare e il giorno seguente era ancora
morta di stanchezza, tanto aveva fatto tardi... be', comunque,
avevano fatto un'inchiesta sulla morte di quel tale, almeno cos
diceva Tate, e gli avevano trovato una pallottola in mezzo alla
testa... che cosa terribile! .. .e Tate le aveva detto che si trattava...
come aveva detto di preciso? ah s, morte accidentale... perch gli
era partito un colpo mentre stava pulendo l'arma...
Non so come trovai la forza di tornare alla concessionaria.
Ricordo soltanto che rimasi seduto alla mia scrivania cercando
di convincermi della realt: s, ero stato io, ma adesso Sutton
non c'era pi, il pericolo era passato, eravamo liberi finalmente.
Non mi sembrava possibile. Era tanto tempo che vivevo in
quell'incubo che non riuscivo a credere che fosse finito.
Improvvisamente sentii il bisogno di parlare con Gloria.
Pensai di chiamarla al telefono. Finora l'avevo evitata perch il
peso che mi opprimeva non mi permetteva di sostenere la sua
vista, ma adesso volevo parlarle e prepararla, un poco per
volta... Mi trattenni. Che cosa avrei potuto dirle? Sutton era un
argomento che avevamo escluso dalla nostra conversazione.
Non potevo certo parlargliene al telefono. Per avrei potuto
darle un appuntamento per la sera. Eravamo liberi, adesso.
Tutto sarebbe tornato come una volta, e forse saremmo riusciti
a distruggere quel muro che si era alzato tra noi. Avrei trovato
il modo per convincerla che il passato non aveva importanza.
Mi alzai per recarmi nel suo ufficio, dall'altra parte della strada,
ma in quel momento squill il telefono.
Il signor Madox? disse la voce quando sollevai il ricevitore.
Era Dolores Harshaw.
Sono io.
Mi scusi se non ho telefonato prima, ma sono certa che
capir. Volevo ringraziarvi per i fiori e per le vostre premure.
Siete stati tutti veramente gentili. Fece una pausa. Dove
diavolo vuole arrivare, pensai, e che cosa significa, tutto d'un
tratto, questo tono zuccheroso? Ci dev'essere qualcuno nella
stanza con lei, una sua vicina o la cameriera.
Non  il caso di parlarne, dissi. Era il meno che potessimo fare.
No, siete stati tutti molto buoni. Adesso, per, vorrei discutere
un po' la situazione dell'azienda. Immagino che vi sarete
domandati quali siano i miei progetti per l'avvenire. Pensa di
poter venire a trovarmi questa sera, per esempio verso le sette?
Dovrebbe venire anche la signorina Harper.
Certo, dissi. Infatti aspettavamo di sapere qualche cosa
al riguardo, ma non volevamo disturbare.  vero che la ditta
verr liquidata?
Oh no. A quanto mi dicono gli avvocati, ci vorr un po' di
tempo per regolare la nuova situazione, ma in ogni caso non ho
intenzione di ritirarmi. Mi sembra quasi un dovere, quello di
mantenere in vita l'azienda. Un dovere verso George, voglio
dire. E naturalmente desidero che voi e la signorina Harper
restiate al vostro posto. Sono certa che la ditta non potrebbe
essere in mani migliori.
Dev'esserci almeno una dozzina di persone ad ascoltarla,
pensai. Non aveva fatto neppure una delle sue velenose allusioni
a Gloria. Del resto, non mi importava niente di lei e dei suoi
progetti, purch mi pagasse lo stipendio.
Terminata la conversazione, lasciai passare qualche minuto
prima di recarmi da Gloria. Ero felice di poterle dare una buona notizia.
Andai a prenderla un po' prima delle sette. Mi parve di
ritornare indietro, a quella serata in cui Harshaw ci aveva
invitati a casa sua per la prima volta. Dopo il colloquio con
Dolores, potevamo andare insieme fino al fiume, come l'altra
volta, e io avrei potuto prenderle il viso tra le mani e baciarla.
Il muro tra noi sarebbe crollato e avremmo ricominciato tutto
da capo. Il passato non esisteva. Sutton non contava pi.
Gloria interruppe il corso dei miei pensieri. Harry, disse, c' qualcosa di cui debbo parlarti. Ho provato tutta la settimana
a dirtelo, ma adesso non posso farne a meno.
Dopo, risposi. Andremo insieme da qualche parte e
parleremo, se credi che sia proprio necessario.
S,  necessario. Si tratta di Sutton.
Guardai davanti a me, fissando il fascio di luce dei fanali e
cercando di controllare i muscoli del viso. Sutton  morto.
Nulla di ci che lo riguarda pu pi avere importanza. Nulla.
Mi credi, non  vero, se ti dico che non conta pi?
Questo conta ancora, Harry. Debbo dirtelo. Vedi, per tutta
la settimana ho creduto che fosse partito. Perch... Ascoltami.
Gli avevo dato quei cinquecento dollari, sebbene tu mi avessi
detto di non farlo. Glieli portai nella sua baracca, implorandolo
di partire. Perci, adesso, il debito  aumentato e ci vorr pi tempo per...
Le accarezzai la mano. Non fa niente, dissi. Questo non cambia nulla.
Stranoche si mettesse a parlare di Sutton in quel modo,
pensai. Perch rievocare quel capitolo, proprio quello, se ormai
avevamo deciso di ignorare tutta la storia?
Avrei dovuto capire subito, ma non ne ebbi il tempo.
Eravamo arrivati davanti all'ingresso di casa Harshaw. La luce
brillava alle finestre. Dopo aver suonato il campanello, mentre
eravamo l ad aspettare, osservai Gloria. Veramente graziosa,
pensai. Indossava un vestito da estate, color giallo, con due
sbuffi sulle spalle, o qualcosa di simile. Le calze erano di una
sfumatura piuttosto scura. Sembrava che le piacessero le calze di quel colore...
Non riuscii a staccarle gli occhi di dosso. Ammutolii, e mi
parve per un attimo che il mondo girasse intorno a me. Ora
cominciavo a capire, ed era ormai troppo tardi, irrimediabilmente troppo tardi.
Ci che mi aveva colpito d'improvviso come una rivelazione,
erano le scarpe di Gloria. Non scarpe, ma sandali. Sandali con lacci di canapa.
...
.
...
CAPITOLO 21.
...
.
...
Dolores Harshaw venne alla porta e ci fece entrare. Ero
annientato. Agivo meccanicamente, imponendomi uno sforzo
penoso per reggermi in piedi e mascherare il mio stato. Udivo
lontanissime le voci delle due donne che si scambiavano i soliti
convenevoli, mentre sentivo un cumulo di macerie crollarmi
addosso e vedevo finalmente ci che avevo fatto. Non c'era via
di scampo. Non c'era modo di distruggere il passato. Non
potevo far altro che proseguire sulla mia strada e pregare.
Intuivo vagamente di essere precipitato in una trappola mortale
e mi chiedevo se anche Dolores lo capisse. Eravamo chiusi in
una polveriera, e lei sarebbe stata capace di accendere un
fiammifero e di farci saltare in aria. Io avevo ucciso Sutton, e lei
era la sola persona al mondo che lo sapesse. Capiva che cosa
significava tutto questo? Finora avevo creduto che il solo testimone
fosse Gloria, mentre in realt Gloria non sapeva niente.
Gloria si trovava chiusa con noi nella stessa polveriera, e
qualunque cosa dovesse succedere volevo che si mettesse in
salvo prima dell'esplosione.
La sorpresa era stata troppo improvvisa e violenta perch
potessi rendermi conto immediatamente della nuova situazione.
Non riuscivo a coordinare i pensieri che si succedevano frenetici,
incalzandosi, scomparendo e lasciando il posto a nuovi
pensieri, frammentari e confusi come i primi. Harshaw, per
esempio. Adesso non avevo pi bisogno di chiedermi perch
Harshaw avesse avuto il suo terzo attacco e fosse rotolato dalle
scale a un'ora improbabile come le tre del mattino. Forse aveva
sorpreso la moglie mentre rincasava a quell'ora, a piedi nudi,
col vestito strappato dai rovi e inzuppato di pioggia. Oppure era
stata lei, Dolores, a provocare deliberatamente la morte del
marito. Nessuno avrebbe potuto scoprire la verit, nessuno
avrebbe potuto alzare un dito contro Dolores. Forse era stato
George a produrle quel livido sulla spalla, o forse Dolores se
l'era fatto quando era caduta sopra di noi mentre io e Sutton
lottavamo sul pavimento della baracca. Ma, comunque fosse,
non aveva importanza. Dolores sapeva che avevo ucciso Sutton
e io sapevo che dovevo chiuderle la bocca. Ma come?
Ora capivo perch Sutton aveva aspettato tanto prima di
ricattare anche me. In realt non aveva nemmeno assistito
all'incendio, o per lo meno non mi aveva visto dopo il colpo alla
banca. Era stata Dolores a dirgli tutto. Quando io le avevo
comunicato la mia intenzione di piantarla, lei non aveva fatto
altro che ritornare da Sutton. E visto che non aveva altro mezzo
per pareggiare i conti con me, gli aveva raccontato tutta la
storia. Ora Sutton era morto perch si era illuso di poter fare un
affare, e Dolores sapeva da chi e perch era stato ucciso.
Non si sente bene, signor Madox?
Tentai di uscire dall'incubo. Mi guardava con lo sfrontato
candore di una bambina. Tutti i suoi riccioli biondo cenere
erano in ordine e splendevano alla luce della lampada, mentre
il suo vestito di seta nera aveva l'aria di essere uscito da una
sartoria di lusso e di essere stato tenuto in serbo per la grande
occasione. Dolores era in lutto strettissimo, ma dentro di s
doveva ridere come una gatta che stesse tuffando i baffi in una
bottiglia di latte. Io l'avevo piantata, e adesso lei poteva
mandarmi sulla sedia elettrica. Non doveva far altro che andare
al telefono e chiamare lo sceriffo.
 pazza o che cosa? Mi domandai. Non sa che la ammazzer?
Ma dopo pochi secondi trovai la risposta anche a questi interrogativi.
Non era pazza n stupida. Non per niente aveva invitato anche Gloria a casa sua.
Oh no, dissi, sto benissimo.
Gloria non poteva sospettare di nulla, perch in apparenza il
mio incontro con Dolores non aveva niente di eccezionale.
Entrammo nella sala di soggiorno e ci sedemmo, Gloria in una
poltrona e io sul divano di fronte a lei, mentre Dolores prendeva
posto in una grande sedia a dondolo. Eravamo riuniti intorno al tavolino.
So che vi sarete chiesti, cominci Dolores, quali siano le
mie intenzioni per l'avvenire della ditta. Avrei voluto chiamarvi
prima, ma  stato un colpo cos terribile, voi capite...
Continu a recitare la parte della povera vedova che sopporta
stoicamente i colpi del destino. Io non la guardavo e non ascoltavo
quel che diceva. Ero troppo occupato nello sforzo fisico di
dominare i muscoli del mio viso e nel tentativo di trovare una
risposta alla domanda che mi vorticava nel cervello come in un
carosello senza fine: che cosa avrebbe fatto Dolores?
Udivo la sua voce come una radio che continuasse a trasmettere
in una casa in fiamme. ...come desiderava il povero
George. Aveva una grande considerazione per voi due. Per
questo mi sono convinta che non posso liquidare l'azienda.
Cercher di mantenerla in vita lo stesso, col vostro aiuto.
Dolores mi teneva legato con una corda intorno al collo, e
appena fosse venuto il momento opportuno avrebbe dato uno
strattone al cappio per strangolarmi. La presenza di Gloria mi
impediva di reagire, e Dolores lo sapeva. Qualunque cosa
avesse in mente di fare, l'avrebbe fatta subito, prima che noi due
fossimo usciti, prima che io potessi affrontarla da solo.
Ora stava raccogliendo una busta posata sul tavolino.
Dev'essere stato terribile per lui, riprese, perch probabilmente
sapeva che poteva succedergli da un momento all'altro.
Dal giorno in cui ritornammo da Galveston, teneva sempre un
taccuino vicino al letto e vi annotava le sue idee sullo sviluppo
dell'azienda e su tutto ci che doveva esser fatto nel caso... La
sua voce ebbe una breve pausa. Era bravissima nel recitare la
parte. Si fece forza con un sorriso pietoso e continu: ...nel
caso che dovesse succedergli. Ho trascritto qui tutto quanto, e
ho pensato che il signor Madox debba esserne informato, dal
momento che ora ha la responsabilit dell'azienda. E anche lei,
naturalmente, signorina Harper, sempre che il signor Madox lo ritenga opportuno.
Mi porse la busta. Sul viso di Dolores era rimasta la stessa
espressione di impassibile candore. Gloria la guardava, poi
guardava me, senza dimostrare altro che un cortese interessamento.
Probabilmente credeva di conoscere abbastanza bene le
intenzioni di George Harshaw dopo il lungo periodo trascorso alle sue dipendenze.
Aprii la busta e diedi un'occhiata al contenuto. Erano due
fogli scritti a macchina, a spazio unico, ma si trattava evidentemente
di una copia battuta con la carta carbone. Lessi le prime
righe e subito compresi che l'originale doveva trovarsi in una
cassetta di sicurezza o nella cassaforte di un avvocato, cio in un
luogo dal quale non avrei mai potuto trafugarlo. E compresi che
dovevo rinunciare al proposito di ammazzare Dolores Harshaw.
Anzi, io ero costretto ad augurarle un'esistenza lunghissima e a
diventare la sua pi fedele guardia del corpo.
Questa dichiarazione dev'essere consegnata all'ufficio del
procuratore dello Stato immediatamente dopo la mia morte, dicevano le prime righe. C'era tutto. Dolores non aveva dimenticato
nemmeno il pi piccolo particolare. Confessava di aver
mentito quando aveva dichiarato di avermi visto presso la palazzina
Taylor all'inizio dell'incendio, e descriveva minutamente il
modo in cui mi ero precipitato in mezzo alla folla mezz'ora pi
tardi. Spiegava che io l'avevo accompagnata nella soffitta pochi
giorni prima dell'incendio, dichiarava di aver raccontato a
Sutton tutta la mia storia e di avermi riconosciuto alla luce del
lampo la sera della morte di Sutton. Ma la vera sorpresa veniva
nelle ultime righe, ed era qualche cosa che non avrei mai
immaginato. Dolores era ritornata alla baracca di Sutton poco
dopo l'alba, quando il medico aveva lasciato la casa di Harshaw
dopo averne constatato il decesso. Vi era ritornata per sapere
che cos'era avvenuto e per ricuperare la borsetta e le altre cose
di sua propriet. E quando aveva scoperto che Sutton era morto
e la sua borsetta scomparsa, non aveva potuto far altro che rientrare a Lander.
Lessi fino in fondo. Mi sentivo addosso un freddo glaciale, mi
sembrava di essere rinchiuso tra muraglie gigantesche che
continuassero a crescere sotto i miei occhi. Era inutile cercare
vie di scampo. Non ce n'erano. Dolores Harshaw poteva consegnarmi
nelle mani del boia quando meglio le fosse piaciuto. E il
giorno in cui fosse morta, di morte naturale o di morte violenta,
le autorit avrebbero letto la sua dichiarazione. Non c'erano
testimoni, d'accordo, e forse quella dichiarazione non era
perfettamente legale, ma non ce n'era bisogno. Era un atto
d'accusa che, unendosi agli indizi gi esistenti contro di me, mi
avrebbe schiacciato. Non avevo neanche una possibilit. Certo,
se l'avesse consegnato alle autorit mentre era ancora in vita,
sarebbe stata nei guai anche lei. Ma in tribunale se la sarebbe
cavata a buon mercato, sempre che non avessi avuto il tempo di
metterle le mani addosso prima di essere arrestato. In ogni caso,
io sarei finito sulla sedia elettrica, mentre lei avrebbe ricevuto
una lieve condanna con la condizionale.
Ripiegai la dichiarazione molto lentamente e la riposi nella
busta, sotto gli sguardi delle due donne. Non potevo parlare.
Non mi fidavo della mia voce. Non so come riuscii a conservare
una certa impassibilit mentre deponevo la busta sul tavolino e
mi voltavo a guardare Dolores. Mi teneva in pugno e lo sapeva.
A me non restava altro da fare che attendere.
E fu allora che mi vibr l'ultimo colpo, senza guardarmi,
senza parlare direttamente con me. Aveva appoggiato la schiena
alla sedia e aveva acceso una sigaretta mentre continuava la
conversazione con Gloria. Il suo tono era amichevole, quasi
cordiale. Per quello che riguarda gli ammanchi nei vostri
conti, signorina Harper, le stava dicendo, si render conto
che il signor Madox si sia sentito in dovere di parlarmene.
Naturalmente, non penso di presentare una denuncia contro di
lei. Regoler tutte le pendenze come ha fatto finora, e quando
avr saldato il debito sar libera di conservare il suo posto o, se
preferisce, di sceglierne un altro. Desidero che sappia, mia cara,
che noi vi siamo amici e che il signor Madox si  deciso a
parlarmi di questa situazione con la stessa riluttanza con la
quale io affronto l'argomento ora. Il signor Madox ha interceduto
presso di me, con gli argomenti pi efficaci, affinch le
fosse offerta l'occasione per riabilitarsi...
Era la fine, il crollo di tutto. Con un colpo d'ascia Dolores
Harshaw aveva troncato tutto. Era arrivata dove credevo non
sarebbe mai potuta arrivare. Aveva raccontato a Sutton la storia
del signor Madox e Sutton le aveva raccontato a sua volta la
storia della signorina Harper. Dovevano essersi divertiti un
mondo, lei e Sutton, a scambiarsi le loro confidenze. E io, io
avrei potuto ammazzarli tutti e due, quella notte nella baracca,
e mi ero lasciato sfuggire di mano Dolores Harshaw. Preferivo
non pensarci. Per paura di impazzire.
Gloria sedeva impettita nella sua poltrona, senza dire una
parola. Quando si volt a guardarmi, aveva il viso pallido e i
suoi occhi mi fissavano increduli, come se aspettassero che io
dicessi qualche cosa, una cosa purchessia, anche una parola
sola, anche soltanto con gli occhi se non ero capace di aprire la
bocca. Poi, dopo una lunga attesa, distolse lo sguardo da me e
si volt dall'altra parte. Era semplice, semplicissimo. Avevo semplicemente assistito alla mia morte.
Certo, non avrei dovuto lasciare che credesse a ci che le aveva detto Dolores. Dopo tutto, mi restava un'alternativa. E che alternativa. Avrei potuto raccontare a Gloria tutta la verit.
...
.
...
CAPITOLO 22.
...
.
...
Gloria si comport con una dignit impareggiabile. Credo di
averla amata in quel momento pi di quanto l'avessi mai amata,
ma forse fu soltanto perch sapevo di averla perduta per
sempre. Si alz, ferma e tranquilla in viso, e disse pacatamente:
S, comprendo, signora Harshaw. S'intende che le restituir
tutto il dovuto. Se non c' altro, la prego di lasciarmi andare.
Anche Dolores si alz e disse in tono dolciastro: Prego, mia cara.
Non potei trattenermi dal fare un ultimo tentativo senza
speranza: Aspetta, dissi a Gloria, ti accompagno in macchina.
La ringrazio, disse guardando verso di me come se per lei
avessi cessato di esistere, andr a piedi.
Usc, la porta si chiuse dietro di lei. La sentii scendere dagli
scalini e avviarsi sulla ghiaia del viale.
Dopo che i suoi passi si furono spenti in lontananza, il silenzio
cal sulla stanza e io mi volsi a guardare la donna alla quale ero
legato per il resto della mia vita. Era tornata a sedersi, appoggiandosi
allo schienale. Teneva le gambe incrociate, facendo
oscillare leggermente un piede, e sorrideva.
Harry, mio caro, disse, credo che non riuscirai mai a spiegarle tutto.
Pensai quante volte avevo avuto la vittoria a portata di mano
e come ogni volta mi fosse sfuggita per colpa sua. Avrei potuto
chiudere la bocca a Sutton senza bisogno di ucciderlo, se
Dolores non gli avesse raccontato della rapina, perch Sutton,
fino a quel momento, aveva avuto paura di me. E se Dolores
non fosse stata nella baracca quella notte, o io avessi avuto la
mente abbastanza lucida per capire che non poteva essere altri
che lei... Pensai a Gloria che camminava sola nel buio,
convinta ormai che io l'avessi tradita e venduta per questa
strega e per i suoi soldi. Pensai a me stesso che non potevo
nemmeno sperare di farle conoscere un giorno la verit.
La stanza si andava riempiendo di quella nebbia rossa che
avevo visto intorno a me la notte in cui avevo ucciso Sutton.
Che importava ormai se Dolores mi avesse mandato a morire
sulla sedia elettrica? Avevo perduto tutto. Per colpa sua non mi
restava pi niente da sperare. Avanzai lentamente verso di lei e
mi fermai a fissare quella faccia sensuale e leggermente
beffarda, quel collo lungo e bianco...
Adesso sarai tu che dovrai pregarmi, diceva. Hai avuto
una grande occasione, ma l'hai rifiutata perch volevi sposare
quella piccola civetta. Adesso le cose sono cambiate e sarai tu a
chiedermi di sposarti. Dovrai avere molta cura di me, Harry.
Perch potrebbe succedermi qualche cosa...
S, dissi, potrebbe succedere.
Forse avvert un'improvvisa violenza nella mia voce, poich
smise di sorridere e le si spalancarono gli occhi. Mi abbassai e
l'afferrai per il vestito, sul petto. La seta nera si stracci aprendosi
fin sotto il seno, ma Dolores riusc ad alzarsi dalla sedia con
la forza della disperazione e rimase in piedi davanti a me,
tremando e cercando di lanciare un grido che si spense improvvisamente
quando la afferrai alla gola con la destra e la gettai
riversa sul divano. Tent di dibattersi e cadde sul pavimento,
annaspando e sforzandosi di trovare il fiato per gridare, finch
le fui addosso e le misi le mani intorno alla gola. Dentro di me
non era rimasto nient'altro che un cupo furore, un desiderio
folle di ucciderla, di stringere le mani finch il suo viso fosse
divenuto paonazzo e lei fosse rimasta immobile, senza vita,
finita per sempre. Mi mandassero pure sulla sedia elettrica, mi
bruciassero vivo. Uccidermi era il massimo che potessero farmi...
Era come se uccidessi me stesso strangolando un'altra persona.
Allentai la stretta e la lasciai libera.
Lo vedi, Harry, disse. Abbass gli occhi sul vestito disfatto,
sul suo grande seno, poi li alz verso di me e sorrise. Aveva
avuto ragione, e lo sapeva. Baciami, disse.
S, le risposi. Eravamo sdraiati contro la sponda del
divano, e lei era seminuda, coi capelli in disordine e avvolta in
quel profumo che aveva sempre addosso.
Il sorriso le si allarg sulle labbra, e sentii le sue braccia
intorno al collo. S, cosa?
Ora conoscevo la risposta. S, cara, dissi.
Questo avveniva circa un anno fa. Adesso siamo marito e
moglie, e vado a lavorare tutte le mattine alle nove, vendo
automobili, presto denaro e guadagno pi di quanto mi occorra
per vivere, tanto da non sapere che cosa farne. Sono socio della
Camera di Commercio, appartengo ai circoli filantropici e
perfino al reparto dei vigili del fuoco volontari. Mi diverto a
pensare che un giorno potrei anche diventare direttore della
banca, perch questa sarebbe la beffa finale, la beffa suprema
per me, quando la notte resto sveglio a guardare nel buio e a
ripensare al passato.  l'ultima aspirazione che mi rimanga, una
piccola ambizione che forse un giorno riuscir a soddisfare.
Quel giorno sar l'unico direttore di banca in tutto il mondo che
abbia cominciato veramente dalla gavetta, derubando la
propria banca, e che abbia fatto carriera rendendosi indispensabile
a una puttana. L'unico al mondo che abbia dodicimila trecento dollari della sua banca sotterrati sotto mezzo metro di
letame in un granaio diroccato e che intenda lasciarveli finch
il granaio marcisca e marcisca il denaro e lui stesso marcisca,
perch se provasse a dissotterrarli e a guardarli, impazzirebbe e
si toglierebbe la vita.  un'ambizione, come tutti dovrebbero
averne una, anche se  soltanto una beffa di pi nel cuore della
notte, quando non riesce a dormire perch  troppo preoccupato
per l'avvenire e la salute di sua moglie. Una moglie che
potrebbe stancarsi di lui oppure prendere un raffreddore.
Ho rinunciato a scoprire dove si trovi l'originale della dichiarazione,
e so che non riuscir mai a entrarne in possesso. Cos
come so che non avr mai il coraggio di tentare la sorte e di
andarmene. Probabilmente Dolores non farebbe nulla. Una
dozzina di volte sono stato sul punto di farlo. Salgo sull'auto,
penso che debbo soltanto partire e continuare a correre, cerco
di persuadermi che Dolores non farebbe niente contro di me.
Perch dovrebbe? Riuscirebbe soltanto a mettersi nei guai
attirandosi un'accusa di favoreggiamento, e mi avrebbe perduto
per sempre. Oppure, se mi prendessero, tutto ci che ne otterrebbe
sarebbe un cadavere con una chiazza rasata sul cranio e
un paio di ustioni alle braccia. E un cadavere non servirebbe
gran che a una donna che ha bisogno di uomini vivi.
Conosco un modo per farla parlare, e due volte ho provato a
chiederglielo, e lei mi ha detto tutto, salvo il luogo in cui 
nascosta la dichiarazione. Ora so che, se non me l'ha detto in
quelle due occasioni, non me lo dir mai pi. Sarebbe stata una
buona idea, ma non  servita, e non ci prover pi perch la
seconda volta si  interrotta all'improvviso mentre stava
mormorando: Oh Dio, ti prego, ti prego, caro, ti prego, ed
 scesa dal letto per correre nuda fino al pianterreno e tornare
poco dopo con le mani nascoste dietro la schiena. Solo dopo che
ha vibrato il colpo, ho scoperto che le mani dietro la schiena
nascondevano un punteruolo, di quelli che si usano per
rompere il ghiaccio. La punta mi ha mancato di qualche centimetro
la vena giugulare, ferendomi di striscio all'orecchio. 
bastata un po' di tintura di iodio per medicare la ferita, che non
si  nemmeno infettata, ma da allora non ci ho pi provato.
Dolores aveva degli argomenti inoppugnabili, come direbbero
gli avvocati, e non era davvero disposta a tollerare inadempienze contrattuali.
Mi ha anche spiegato il mistero della clip con la moneta
d'argento. Quando Gloria si era recata nella baracca quel
pomeriggio, i cinquecento dollari erano fermati con la clip.
Sutton aveva preteso che Gloria gli consegnasse il fermaglio
insieme al denaro. A sua volta, lui aveva mostrato la clip a
Dolores e quest'ultima l'aveva pregato di regalargliela. Poich
Sutton si era rifiutato, lei aveva lasciato il fermaglio sul tavolo
per poi infilarlo di nascosto nella propria borsetta approfittando
di un momento di distrazione di Sutton. Se io non avessi
spostato la borsa per cercare il posacenere... Ma ora  inutile
continuare con le supposizioni. Nella mia storia ci sono gi abbastanza se.
Naturalmente Dolores si era spaventata quando, ritornata
alla baracca poco dopo l'alba per ricuperare le sue cose, aveva
trovato Sutton morto. Siccome la borsa era scomparsa, aveva
capito che io, trovando il fermaglio, ero arrivato alla conclusione
che la donna di quella notte fosse Gloria. Ma aveva anche
capito che prima o poi mi sarei accorto dell'equivoco e avrei
cercato di ucciderla per sbarazzarmi dell'unico testimone.
Perci, appena rientrata a casa, aveva scritto la dichiarazione,
pi una lettera al suo avvocato per spiegargli dove avrebbe
potuto trovare la dichiarazione stessa e il suo testamento, nel
caso fosse morta. Fatto questo, le restava soltanto la preoccupazione
di farmi leggere una copia della dichiarazione prima che
io avessi il tempo di metterle le mani addosso.
A Gloria non rimase altra alternativa che credere a ci che
Dolores le aveva raccontato. Dopo tutto, io non feci nulla per
convincerla del contrario. Gloria mi offr diverse occasioni per
dimostrarle che non era vero, ma io non avevo nemmeno il
coraggio di guardarla. Del resto, sapeva gi che qualcosa era
cambiato dentro di me e si era accorta che avevo l'aria di
volerla evitare dalla notte in cui Harshaw era morto.
Evidentemente non poteva immaginare che nella stessa notte
era morto anche Sutton e che in realt io pensavo soltanto a
Sutton. Lei non poteva immaginarlo, e io non potevo dirglielo.
Non che io sappia ci che Gloria pensa realmente. Forse
questo non lo sapr mai. Lavoriamo insieme dalle nove alle
cinque e Gloria  una bravissima impiegata. Dice solo: S,
signor Madox, e No, signor Madox, e nei suoi occhi non vi
 altro che un cortese riserbo, e dietro questo riserbo soltanto un
muro di indifferenza, bianco e impenetrabile. Che cosa
nasconde quel muro? Forse nulla, forse nemmeno disprezzo. O,
probabilmente, un grosso blocco di calendario con tanti fogli
che non finiscono mai: i mesi, le settimane, i giorni e le ore che
debbono ancora passare prima che abbia restituito fino all'ultimo
centesimo e riacquistato la libert.
E io non posso nemmeno aiutarla. Ho tanto denaro da pagare
diverse volte il suo debito, e l'amo abbastanza per essere
disposto a darle l'unica cosa per la quale vive, la possibilit di
strappare l'ultimo foglio di quel calendario, ma non posso
abbreviare la sua condanna nemmeno di un giorno. Dolores sa
troppo bene a quanto ammonta il debito e quanto tempo
occorre ancora per pagarlo. E poi, anche se potessi aiutarla,
Gloria non accetterebbe:  un dovere al quale non pu e non vuole sottrarsi.
C' ancora un'altra cosa che debbo dire, forse la pi terribile,
quella che una notte o l'altra mi far impazzire se non riesco a
trovare il modo per smettere di pensarci. Lo scherzo pi tragico
e pi incredibile  che Gloria sta restituendo soldo per soldo
anche cinquecento dollari che in realt non deve a nessuno.
Sono i cinquecento dollari che quella notte tolsi dal portafogli
di Sutton. Come posso spiegarglielo, come farle capire che quelli non fanno parte del suo debito?
Ma Gloria tra poco avr finito di scontare la sua condanna, mentre la mia durer tutta la vita. Le restano ancora due mesi circa, e poi sar libera, potr uscire dall'ufficio per l'ultima volta e costruirsi un'altra vita. Ho sentito dire che lei ed Eddie, quello studente, si vedono spesso ora che lui  tornato dall'universit.
E nella vita non c' nulla di irrevocabile quando si hanno vent'anni. Per me, s, tutto  finito. Ho voluto cimentarmi in un'impresa pi grande di me, ma non avevo la stoffa e mi hanno respinto. Adesso sono ritornato nel mio ambiente, e continuo a viverci.
Forse sar meglio quando Gloria non ci sar pi, o magari sar peggio. Adesso, almeno, posso vederla. Le chiedo se sa dove si trova questa lettera o quel documento, e lei dice: S, signor Madox, e io la guardo ripensando a quel mattino, meno di un anno fa, quando la vidi per la prima volta, fresca e graziosa, simile a una rosa gialla dallo stelo molto lungo. Allora debbo reprimere con tutte le forze un desiderio struggente, quasi insopportabile, di gridare, di piangere, di chiederle se ci pensa anche lei, se se ne ricorda, o se ricorda la sera in cui Spunky si smarr tra i boschi e io le tenevo il viso tra le mani e la baciavo, o quell'altra notte, sul ponte, quando disse di amarmi.
Ma non glielo chiedo mai. Non occorre, perch so gi quale sarebbe la risposta.
No, signor Madox.
...
.
...
FINE.